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‘La terra dei figli’. Viaggio sentimentale alla fine del mondo. Recensione e intervista

Su Sky l'ultimo film di Claudio Cupellini presentato al festival di Taormina. Intervista al regista

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Su Sky arriva in streaming La terra dei figli di Claudio Cupellini, tratto dall’omonimo fumetto di Gipi (Coconino Press, 2016) e prodotto da Indigo Film con Rai Cinema e WY Productions. La pellicola è stata presentata fuori concorso al Taormina Film Fest.

La trama

La civiltà è stata decimata dai «veleni». Un protagonista senza nome, il Figlio (Leon de La Vallée) vive con il Padre (Paolo Pierobon) in una baracca per metà sospesa su di un fiume. La madre, la Strega cieca (Valeria Golino) vive altrove e il Figlio è all’oscuro della sua identità. La laguna è l’unico posto sicuro, oltre la Chiusa è vietato andare. Il Padre tiene un diario ma si è rifiutato d’insegnare al Figlio a leggere. Un evento tragico costringe il protagonista ad avventurarsi oltre il confine a bordo della sua barca. Comincia il «romanzo di formazione», così come lo intendono il regista e Gipi, l’incontro con un residuo di umanità infida e barbara, con una ragazza (Maria Roveran) e con un sopravvissuto (Valerio Mastandrea). Motore di tutto è lo strenuo desiderio del Figlio di trovare un individuo alfabetizzato che possa leggere il contenuto del diario paterno e insegnargli la pietà.

L’analisi

Si suole attualizzare le opere alla luce della storia recente. Però è superfluo, non serve, è una tentazione già consumata nella primavera 2020. L’arte non ha poteri divinatori, al massimo scommette e – quando ha fortuna – crea coincidenze. Sopra ogni altra cosa, La terra dei figli è un ottimo film, dotato di un immaginario rarefatto e potente. Non conta il mondo prima dei veleni ma solo quel che è rimasto da scontare. L’interpretazione di ogni attore, principale o secondario, è significativa, in particolare quella rabbiosa del giovane de La Vallée; Mastandrea è irriconoscibile e veste panni inediti; sfortunatamente il suo ruolo occupa poco spazio.

Il racconto è crudele ma non brutale. I migliori film di cruda intensità hanno la lungimiranza di tenere la violenza, tutta o in parte, fuori campo e Cupellini ragiona allo stesso modo. L’ambientazione è di volta in volta arsa oppure rugginosa e incorniciata da una fotografia (Gergely Pohárnok) di notevole effetto; alcuni colori, forse, ricordano Dogman di Matteo Garrone. I costumi sono eloquenti. Il rapporto tra Padre e ragazzo, la pedagogia dell’asprezza a favore della sopravvivenza della prole, lascia pensare al legame tra Filippo Timi e il figlio in Come Dio comanda di Salvatores. Eventuali riferimenti a opere di oltreatlantico hanno poco peso, perché il regista ha tracciato una chiara linea di demarcazione e una concezione indipendente della post civiltà. «È un film estremamente europeo», afferma.

 

L’intervista

Claudio Cupellini, lei ha detto di non voler incasellare La terra dei figli. Eppure il film si rapporta con le opere di genere post apocalittico o distopico. Qual è il suo giudizio su questo filone cinematografico?

Non ho un’opinione sul filone post apocalittico o distopico. Come a tutti, mi piacciono i bei film, per cui non ne faccio una questione di genere cinematografico. Non ho una cultura rispetto questo genere così ampio. Io ho fatto un film che in realtà va quasi controvento rispetto molti di questi che ho visto, perché è un film che diventa anche contemplativo, riflessivo in molti momenti, più spostato sulla base sentimentale che sull’azione.

C’è una quantità di registi, di registi molto capaci, che si sta confrontando con tematiche che fino a qualche anno fa erano tutte appannaggio del mainstream americano. Penso a Lo chiamavano Jeeg Robot – dico i primi che mi vengono in mente – o The End? L’inferno fuori. Mi chiedo se questo film voglia essere una risposta al mainstream del genere. Perché se c’era questa intenzione, riesce molto bene.

Se è una risposta è una risposta totalmente inconsapevole. Piuttosto potrei dire ci sono stati alcuni momenti, anche nel dialogo con gli attori, in cui ti chiedi: in cosa mi sto avventurando? Prima di leggere il fumetto di Gipi mai avrei pensato di fare un racconto post apocalittico. Ma sono una persona – credo – curiosa e penso anche mi piacciano molto le sfide. Rispetto gli altri film del genere ho cercato, pur avendoli visti, di fare un ragionamento al contrario: ho cercato di capire come distanziarmi, non perché mi ritenga più capace di altri, ma per trovare una voce personale che appartenesse al racconto che volevo svolgere.

Lo storyboard e l’impostazione grafica del fumetto hanno in qualche modo ispirato le riprese?

Il fumetto è stato un aiuto, una fonte d’ispirazione. Dopodiché quando devi iniziare a fare il tuo lavoro devi smarcarti da qualcosa che è stato fatto, che è stato fatto talmente bene che non avrebbe senso imitarlo in maniera pedissequa. Per Gipi l’ambientazione era un’ambientazione lacustre, parlava di un lago che lo aveva ispirato in Toscana, il lago di Massaciuccoli, e per me è stata immediatamente la laguna, perché trovavo per il tipo di racconto – un racconto di viaggio – più giusto aprirsi su di una laguna e sul corso del fiume. Quando poi inizi prendere confidenza con il materiale che stai trattando, che stai lavorando, arrivano anche le cose più grosse come la decisione di fare una sintesi, un tradimento importante ma che io ritengo virtuoso, cioè avere un solo figlio; ma questo l’ho fatto per un ragionamento molto semplice: ho pensato che di fronte ogni rimprovero, ogni violenza da parte del Padre, in un film sarebbero venute fuori più facilmente, per esempio, la capacità e la possibilità dei figli di potersi consolare tra di loro, quindi avere un’esperienza sentimentale. Volevo invece che nel film questa esperienza sentimentale non esistesse e questo ragazzo si sentisse solo al mondo e fosse totalmente a digiuno di sentimenti. E da lì sono nate tutte le cose che hanno determinato una differenza dal fumetto che però è sempre secondo me rispettosa. Per esempio nella graphic novel non si leggono mai le parole del quaderno… queste parole noi le verbalizziamo.

Gli attori sono tutti bravi e artisticamente coinvolti. Che tipo di preparazione è stata richiesta e come sono stati diretti? Leon, per esempio, in conferenza stampa citava McCarthy, La strada. Ci sono altre fonti che sono state suggerite e che tipo di regia è stata adottata, come li ha guidati?

Guarda, ho lavorato con attori culturalmente più che formati, persone con le quali dialoghi e non hai da spiegare… collabori. Non è stata una questione di dire questo film piuttosto che questo romanzo. È chiaro che poi viene fuori quanto amiamo Mark Twain, pensiamo com’era raccontato il Mississippi o ai viaggi o alle Avventure di Tom Sawyer o di Huckleberry Finn. Sicuramente queste cose vengono fuori, mi viene da dire, ma visto il ritorno… Si tratta più di cucinare a fuoco lento una sceneggiatura, cioè parlare tanto con loro di quello che è il testo, prenderlo insieme; a volte scoprire che l’attore con cui stai lavorando ha avuto delle intuizioni o ha trovato delle intenzioni o delle soluzioni che sono quasi autonome, per riabbracciarle o per indirizzarle verso quello che stai pensando di fare. Dico sempre: non voglio che sia l’attore a doversi piegare al personaggio, ma sarà piuttosto il personaggio che ho scritto a doversi piegare all’interprete. Finora per me ha funzionato.

Vorreste raccontare – lei e Leon – come si è svolta la scena del combattimento con il cane che apre il film? Chiaramente un cane addestrato. Vorreste descriverla?

Siamo partiti individuando un cane che potesse stare dentro a questo ruolo, affidandoci a un’allenatrice, una dog trainer, la quale ci ha fatto una serie di proposte e abbiamo scelto un tipo di cane che hanno iniziato a addestrare. Dopodiché Leon è andato più di una volta a conoscerlo, a vederlo, a iniziare a giocare con lui, ad abbozzare delle cose che sullo schermo sembrano una lotta ma per il cane sono dei giochi. La particolarità è che in realtà abbiamo usato tre cani diversi per questa scena: c’era un cane che sapeva fare determinate cose ma non sapeva abbattere, c’era un cane molto aggressivo che latra e sta in primo piano e sta per attaccare e su quello abbiamo costruito questa coreografia attraverso una serie di allenamenti, di esercitazioni che lo hanno portato a fare la scena.

Leon?

Be’ io sono un amante di tutti gli animali, soprattutto dei cani. Non ho avuto né paura né difficoltà. Anzi quando ho saputo… quando ho letto la graphic novel, ho letto quella scena, speravo ci fosse nel film! Infatti così è stato e… è stato molto, molto divertente. Ho cercato in tutti i modi di girare tutto io, magari senza controfigura; c’è stato l’aiuto della controfigura, però ho cercato di farlo io in primis, ci tenevo tanto.

[Cupellini] Pochissimo… [l’intervento della controfigura] tanto che poi il giorno dopo non riusciva a muovere un braccio…

[de La Vallée] Sì, sono stato così tre giorni [simula la posizione del braccio] e tra l’altro il giorno dopo abbiamo girato la scena delle bombe in cui dovevo lanciare… [una scena in cui il Figlio lancia due granate in acqua per far venire i pesci a galla]. Però… una sfida bellissima, ecco.

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La terra dei figli

  • Anno: 2021
  • Durata: 120'
  • Distribuzione: 01 Distribution
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Italia, Francia
  • Regia: Claudio Cupellini
  • Data di uscita: 01-July-2021