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Luca Lucchesi racconta in esclusiva per Taxidrivers ‘A Black Jesus’

Un crocifisso nero è al centro del documentario di Luca Lucchesi, assistente alla regia di Wim Wenders, che, attraverso questo oggetto di culto, racconta molto di più

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A Black Jesus non è solo il primo documentario di Luca Lucchesi. È anche il suo primo lungometraggio in assoluto. Ed ecco come riassumerlo in breve.

In un piccolo borgo ai confini meridionali d’Europa, la popolazione venera da secoli la statua di un Gesù nero. Quando Edward, diciannovenne ghanese ospite del contestato centro di accoglienza del paese, chiede di partecipare alla processione annuale e di sollevare la vara del Cristo nero insieme ai portatori locali, la comunità si trova di fronte ad un bivio.

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I temi al centro di questo film sono tanti, così come le curiosità che suscita. Per questo abbiamo fatto qualche domanda al regista.

L’esordio alla regia di Luca Lucchesi

Iniziamo dalla domanda forse più “scontata”: e cioè, com’è nato questo film? Ho letto che tuo padre era un siculianese. È per questo che è nata l’idea di raccontare questa storia? Quando e come di preciso?

Tutto nasce nel 1983, quando sono nato. Sono sempre stato molto legato a questo piccolo paese in Sicilia, perché mio papà è nato e cresciuto lì e ci ha trasmesso un amore incondizionato per questo posto. Anche se io sono cresciuto a Palermo, ogni weekend e ogni estate li ho passati a Siculiana. Ed è per questo che lo considero proprio il mio paese: è il luogo dove ho fatto le mie prime esperienze. Quando nel 2017 mio padre è morto e io ero in Germania, la mia reazione è stata quella di andare immediatamente a Siculiana per passare del tempo con la mia famiglia. Quindi all’inizio non c’era nessuna idea di fare un film. Una volta tornato, però, sono stato catapultato in un paese diverso da quello che avevo nei miei ricordi. Forse per la prima volta senza il filtro di mio padre. E ho visto un paese cruento, nel quale si parlava di quello che era all’epoca (ed è ancora) un tema irrisolto dell’Europa: l’immigrazione. I primi giorni dopo l’arrivo a Siculiana nell’estate 2017, rimasi colpito da una cosa. Per strada c’erano banchi di raccolta firme della Lega e manifestazioni contro il centro di accoglienza per i migranti. Mi sono reso conto che quella era la realtà dell’Italia intera in quel momento e mi sono detto che forse era interessante. Forse c’erano storie che avrebbero potuto interessare non solo me, ma anche un pubblico europeo. Da lì ho cominciato a tornare più spesso e ho cominciato una ricerca con la telecamera.

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Una storia nata per caso

Conoscevi già la storia che hai raccontato? Luca Lucchesi si era già imbattuto nel crocifisso nero?

Non ho iniziato questo lavoro a partire da una storia. Ho sempre lavorato come cameraman e come direttore della fotografia. Ho un input naturale a seguire le storie attraverso l’occhio della telecamera, senza filtri o preconcetti. In questa mia esperienza da regista non ho voluto abbandonare questo approccio. Magicamente ho conosciuto le storie che ruotano intorno a questo paese. Molti dei suoi abitanti li conosco da quando ero piccolo, ci diamo del tu, mi invitano a casa. Quindi, alla fine, si è trattato più di un tradurre in immagini il mio conoscerli. Quello che ha veramente dato una forza ulteriore al film è stato l’incontro con i ragazzi e le ragazze ospiti del centro di accoglienza di Siculiana, che è una cosa avvenuta dopo, durante le riprese. Come sempre quando uno si lancia nel documentario arrivano incontri che spiazzano. E la cosa da fare è raccoglierli e dargli lo spazio che meritano, cercando una chiave di lettura che inviti anche lo spettatore all’incontro.

Quindi i “protagonisti” li hai conosciuti per caso?

Sì, per caso. L’incontro più bello è stato quello con Edward. Per me non c’è un protagonista nel film, ma se dovessi sceglierne uno sarebbe lui, perché gli sono più legato.

L’ho conosciuto mentre stavo già girando da qualche mese, proprio sotto il crocifisso nero durante la processione del 2018. Stavo seguendo già alcuni protagonisti siculianesi e stavo già girando con Giovanni, il venditore ambulante di frutta, e con suo figlio. Mentre giravamo la notte, il mio fonico mi disse che c’erano tre ragazzi che cercavano qualcuno con cui parlare in inglese. Indicando la statua del Cristo nero mi chiesero «Is it true that in Europe Jesus is Black?». Erano sbarcati a Lampedusa qualche giorno prima e quindi trasferiti a Siculiana. Dopo un viaggio lungo e doloroso erano arrivati in un paesino sperduto nel mondo dove Gesù era nero. Da quel momento è iniziato un legame tra di noi perché ci siamo rivisti nelle tappe successive. Poi ho conosciuto l’insegnante di italiano del centro di accoglienza che seguiva anche Edward. Lui parallelamente, da quando ci siamo conosciuti, grazie alla sua religiosità, ha trovato la forza di costruirsi un piccolo miracolo. E noi abbiamo avuto la fortuna di seguirlo.

Un documentario o qualcosa di più?

Sono d’accordo sul fatto che in questo film non ci sono protagonisti. Diversamente da quanto hai detto però, guardandolo, sembra che sia raccontato non come un “normale” documentario, ma  come un film ben strutturato, del quale conosci inizio e fine. Invece inizialmente non lo avevi pensato così?

No, inizialmente no. Io ho girato praticamente per due anni e, con il materiale raccolto, avrei potuto montare otto film. L’approccio che ho avuto durante le riprese è stato quello di non avere nessun canovaccio. Posso dire che ho usato sicuramente il linguaggio cinematografico che normalmente ci si aspetta più per un film di finzione. L’ho fatto in modo consapevole, perché volevo che la storia di Siculiana potesse essere più universale e potesse diventare quasi una fiaba. Dal punto di vista drammaturgico, gran parte del merito va al lavoro del montatore, Edoardo Morabito. Lui lavora molto bene con questo tipo di linguaggio: senza mai sacrificare la purezza del racconto, riesce a dare al materiale “vero” un aspetto e una forma narrativa precisa, eliminando così il confine di per sé illusorio tra finzione e realtà. Un approccio simile al documentario narrativo forse è quello di Gianfranco Rosi.

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La struttura del film di Luca Lucchesi

Un altro aspetto interessante di A Black Jesus è questo: non essendoci protagonisti, non c’è nemmeno una “fazione”. Il film cerca di “aprire la mente” dello spettatore. Tu hai riportato i vari punti di vista del paese, chi la pensa in un modo piuttosto che in un altro, senza dare ragione agli uni o agli altri. Però, Luca Lucchesi da dove è partito? Dall’idea di mostrare i due lati della stessa medaglia? O uno solo?

Per me era importante fare entrare lo spettatore (ma anche me stesso) nella realtà di questo paese, la realtà che accomuna tutta l’Europa. È vero, la società di oggi è divisa, ci sono gruppi contrapposti. Però non avrei mai voluto parlare di una fazione piuttosto che di un’altra. E questo, purtroppo, è un errore comune di molti giornalisti. Tutti quelli che seguono le vicende europee più scottanti hanno questo bisogno di creare il conflitto. Alcune critiche che ho avuto al film sono state proprio legate al fatto che alla fine non si scatena mai il conflitto. A me, invece, piaceva ascoltare le due fazioni. Anche perché sono convinto che è una guerra tra poveri, che dovrebbero unirsi e combattere insieme per questioni comuni.

Volevo riflettere anche su un’altra questione: la suspense che hai creato intorno alla figura del crocifisso nero che viene scoperto a poco a poco. Si tratta di una cosa voluta o no?

Innanzitutto c’è da dire che per me Gesù è nero, come per tutti coloro che sono cresciuti a Siculiana. Nessuno si chiede mai il perché di questo: è così e basta. Nel film il crocifisso, il vero protagonista, entra a poco a poco. Ho voluto aspettare e costruirlo piano piano per poi fargli assumere un ruolo sempre più centrale. Ho voluto scoprirlo attraverso Edward.

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Musica e immagini in A Black Jesus

Un altro elemento che ho apprezzato è il frequente uso della musica, soprattutto nella prima parte del film (i canti delle persone, i canti della chiesa, i canti popolari, addirittura anche quello dell’ortolano). Si tratta di qualcosa di legato alla tua terra, alla tua infanzia? O è la rappresentazione reale del paese?

Non c’è giorno in cui a Siculiana non ci sia una festa con la banda del paese che gira per le strade. E molte delle tradizioni a cui sono legate le persone anziane riguardano i canti tradizionali. Per me è stato naturale inserire questa cosa, anche con la colonna sonora di Roy Paci. Abbiamo lavorato, infatti, su come rendere questa tradizione della musica da banda di paese più universale, sottraendola alla realtà locale per farla diventare più emozionale e grande.

Luca Lucchesi non è solo regista, ma anche direttore della fotografia del film. Si nota perché hai conferito un significato anche alle immagini senza dover dare spiegazioni. Come hai unito le due cose?

In realtà è stato facilissimo e mi ha aiutato tanto il fatto che non sono mai stato “il regista”. Non ho mai pensato al film come a qualcosa che avesse bisogno di un regista, nel senso di uno che dall’alto decidesse le cose. Essere semplicemente il direttore della fotografia mi ha aiutato a non pensare tanto, quanto a fare. E seguire la storia attraverso gli occhi della telecamera mi ha aiutato a immergermi senza filtri concettuali. Paradossalmente è stato più facile fare così.

I temi di A Black Jesus secondo Luca Lucchesi

Ci sono veramente tanti temi all’interno di questo film: dall’integrazione all’accettazione, ma anche alla fede. Si può dire che è il ritratto del paese?

Sì, è un ritratto del paese perché è impossibile non rivedere un certo tipo di società quando vai al microscopio. Io sono convinto che la storia la fanno le piccole cose e le piccole (ma in realtà così grandi!) persone. La cosa che mi ha accompagnato è stato il fatto che proprio in quegli anni alcuni politici nostri, ma non solo nostrani, facevano bella mostra dei loro crocifissi e rosari brandendoli come se fossero delle armi di distruzione di massa. E questa cosa mi ha colpito. Non sono religioso, ma sono comunque cresciuto nella religiosità. Ora, da grande, ho riflettuto sul fatto che abbiamo abbandonato ciò che riguarda la fede perché considerato banale. Ma se tu lasci le cose vuote di significato, arriva il primo che passa, le occupa e le trasforma come vuole lui. E questo è successo negli ultimi anni con la fede cristiana. I politici usano crocifissi per dire quello che vogliono. Arriviamo al paradosso dell’assurdo. Ma non è colpa del politico, è colpa nostra. Questa convinzione mi ha seguito durante il film, anche come modo per affrontare la realtà: ridare un significato alle cose che abbiamo lasciato per strada.

Si può considerare come un altro tema il confronto tra generazioni e mondi diversi? Spiegato benissimo, per esempio, nel momento in cui parlano i giovani e viene pronunciata la frase: “Io ho due mani e due piedi come voi. Perché paura?”

Sicuramente a livello generazionale si corre sempre il rischio di fare un passo indietro nel cambio di generazione. Questa cosa non l’ho mai vissuta personalmente. Nella città in cui ho vissuto c’è sempre stato sorprendentemente un passo avanti. A volte se il posto in cui vivi è un posto in cui le ingiustizie e la povertà la fanno da padrona, com’è Siculiana, succede che i problemi di una generazione si tramandano alla successiva, ma aumentano come una valanga. Il mio primo impulso è stato: devo girare qualcosa nella scuola pubblica di Siculiana. Lì potrei mettere il termometro in questo salto generazionale e capire se in prospettiva le cose potranno andare meglio o peggio. Mi hanno sorpreso molto perché ho notato nei giovani una voglia di evadere per non avere questa valanga addosso.

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Una struttura (e una storia) ciclica

Anche in base a quello che hai detto, il documentario stesso può considerarsi  una sorta di ciclo? Perché, secondo me, in qualche modo, siamo di fronte a un’apertura e una chiusura del film quasi ciclica. Riprende da dove era partito.

Sì, hai visto bene: la storia è ciclica. Si ripete, purtroppo. Ed è anche una storia che viene dal mare. Per me doveva finire nel mare dove è cominciata, a livello visivo. Per come come stanno le cose oggi, come lo erano alla fine delle riprese, è un ciclo che è solo colpa nostra se si ripete. Si tratta di un circolo vizioso e per me è un’incognita grande che non abbiamo ancora capito bene. Quando ho iniziato le prime ricerche ed eravamo alla ricerca di co-produttori sia in Germania che in Italia, la maggior parte dei nostri interlocutori mi diceva che non voleva un altro film sulla migrazione perché non c’è più l’interesse da parte del pubblico. Queste risposte negative sono state uno sprone ulteriore per me per fare questo film: il dramma di migliaia e migliaia di esseri umani al confine dell’Europa è reale e ogni giorno aumenta di proporzioni. Le storie devono contribuire al cambiamento. Che piaccia o no.

Influenze, riferimenti e futuro di Luca Lucchesi

Sei (stato) anche aiuto regista, quindi hai già esperienza, anche se questo è il primo lungometraggio da regista. Quanto ti ha influenzato questa cosa? Ci sono autori a cui fai riferimento?

Sicuramente il produttore che ho alle spalle è importante. Wim Wenders è uno dei miei più grandi modelli. Il fatto di lavorare con lui e con altri registi mi ha fatto capire quanto è difficile fare un film. Da un lato io sono stato e sono ancora uno che preferisce fare il film piuttosto che pensare. Mi piace l’aspetto tecnico dell’organizzazione, del lavoro quotidiano; però un certo tipo di approccio al linguaggio l’ho imparato dalle persone con cui ho lavorato fino ad ora, da Wenders in particolare.

Hai già nuovi progetti in cantiere?

Sì, sto già cominciando la ricerca e la preproduzione del mio prossimo film. Sarà sempre un documentario, ma ha un aspetto molto sperimentale. Se in A Black Jesus avevo un forte rapporto con la realtà, qui esploro, con l’aiuto anche di attori, le potenzialità di una storia reale se sviluppata in chiave di finzione.

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