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IN SALA

Un perfetto gentiluomo

“Rimane l’amaro in bocca per ciò che il film avrebbe potuto essere e invece non è stato. Una possibilità letteralmente gettata al vento”.

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Dopo averci piacevolmente sorpreso nel 2003 con il loro folgorante esordio, la commedia indipendente American Splendor (Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival e nomination all’Oscar per la migliore sceneggiatura non originale), ispirata ai leggendari fumetti underground di Harvey Pekar, e aver disilluso tutte le attese quattro anni dopo con la poco convincente opera seconda, la trasposizione cinematografica di Diario di una tata dall’omonimo romanzo di Emma McLaughlin, i coniugi Shari Springer Berman e Robert Pulcini tornano dietro la macchina da presa per dirigere Un perfetto gentiluomo (The Extra Man).

Adattamento del bestseller dello scrittore Jonathan Ames dal titolo “Io e Henry” (1996), dal punto di vista degli esiti il film si va a incastrare prepotentemente fra le due pellicole precedenti firmate dalla coppia di registi americani. Se da una parte è possibile rintracciare la malinconia di fondo e l’umorismo pungente che caratterizzavano il primo lungometraggio, così come l’amore per i personaggi fuori dagli schemi, dall’altra la discontinuità narrativa causata da una sceneggiatura che funziona a fasi alterne non permette alla pellicola di trovare il giusto equilibrio tra gli ingredienti messi a disposizione dal testo originale. Romanzo, quello di Ames, dal quale Berman e Pulcini si limitano a prendere trama, temi, ambientazioni e natura dei personaggi, senza catturarne l’essenza, ossia la vorticosa giostra dei sentimenti, la gamma delle emozioni esplorate, la vena sarcastica e l’ambiguità che pervade il plot e tutte le figure che la animano. Il risultato, infatti, si arresta bruscamente alla mera superficie, quella più facilmente raggiungibile, lasciando inspiegabilmente in qualche cassetto la vera forza di un testo che ha saputo negli anni fare breccia nel cuore e nella mente dei lettori.

Di “Io e Henry” c’è un calco fedele ma freddo e incompiuto; c’è tutto quello che si potrebbe vedere e sentire provando a tramutare in immagini e suoni una storia come quella al centro del libro, ma non quello che si arriva a provare quando ci si trova davanti alle pagine di Ames. Un perfetto gentiluomo è si una storia sull’amicizia, sulla solitudine e sulle identità indefinibili, ma di identikit così nei database della “Settima Arte” ce ne sono a bizzeffe e a tutte le latitudini. Così come di storie costruite sullo scontro/incontro fra “mentore” e allievo, in questo caso un commediografo fuori di testa e un ragazzo vittima di una specie di bipolarismo legato al sesso e non all’umore, che da una parte che lo spinge verso le donne, e dall’altra al travestitismo, in cento anni di cinema se ne sono viste abbastanza e alcune indimenticabili come Un uomo da marciapiede (1969) e Harold e Maude (1971). Nell’imprimere sulla pellicola le strampalate vicissitudini di un giovane professore di belle speranze, che vorrebbe assomigliare ai personaggi di Fitzgerald e Maugham in quel di Manhattan, tra le stanze di uno squallido buco dell’Upper East Side e gli ambienti più anticonformisti di New York, al seguito di una sorta di accompagnatore per tardone ricche ma sole, i registi hanno fatto leva sulle situazione comiche per costruire la narrazione, senza rendersi conto che dietro quelle stesse situazioni, al di là del viaggio di sapore donchisciottesco, si celava molto di più, vale a dire una tragedia che, ieri come oggi, con il sorriso sulle labbra, ci parla di inquietudini, fragilità, paure, incapacità di abbandonarsi ai sentimenti e ricerca di se stessi. Di tutto ciò nel film vi è solamente un miraggio in lontananza.

Allora rimane l’amaro in bocca per ciò che il film avrebbe potuto essere e invece non è stato, oltre al dispiacere per una possibilità letteralmente gettata al vento, vale a dire quella di fare un film quantomeno diverso e più coraggioso (caratteristiche che hanno permesso al libro dal quale è tratto di ritagliarsi una particina nel campo dell’editoria), capace di esplorare la confusione sessuale di un uomo senza scivolare nella consuetudine e nel cliché. Ciò che rimane alla platea di turno è alla fine una divertente commedia degli equivoci, che fa sorridere grazie ai duetti tra il bravo Paul Dano e un Kevin Kline ai livelli di Un pesce di nome Wanda (1988) e In & Out (1997), ma che è destinata a passare presto nel dimenticatoio.

Francesco Del Grosso

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