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IN SALA

La misura del confine

“Questo film nasce su una base produttiva low budget. La distribuzione avrà luogo solo in alcune sale particolarmente vocate al cinema indipendente”.

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Due topografi, uno italiano e uno elvetico, vengono convocati sulle montagne tra l’Italia e la Svizzera per stabilire con precisione il tracciato della frontiera al fine di attribuire la competenza sui resti di un corpo umano ritrovato tra i ghiacci. Il sindaco del limitrofo paesino italiano si augura che sia una mummia preistorica, al pari di quella rinvenuta sulle Alpi Venoste nel ghiacciaio del Similaun, per poterne sfruttare i proventi turistici, ma la realtà è ben diversa e per un attimo riporta in vita antiche verità popolari che si andavano spegnendo. Il recupero del corpo, l’analisi dei resti e le conseguenti vicende che si sviluppano costituiscono l’occasione per i protagonisti per svolgere alcune riflessioni sulla loro vita, aiutati dall’inattesa permanenza in un rifugio di alta montagna, circondato da ghiacciai, espediente, questo, che permette uno sviluppo narrativo sostanzialmente unitario rispetto al tempo, lo spazio e l’azione.

Questo film nasce su una base produttiva low budget, in cui gli attori entrano in partecipazione per la coproduzione. La distribuzione non sarà facile e prevede la presenza del film solo in alcune sale particolarmente vocate al cinema indipendente, tra cui il Nuovo Cinema l’Aquila a Roma. Non si può non guardare con simpatia a questo tipo di esperimenti produttivi che sono frutto di coraggio e intraprendenza, tuttavia è importante ribadire che le realtà indipendenti devono necessariamente puntare ad una nuova espressività che faccia leva sui contenuti, liberandosi il più possibile dalle eredità culturali delle produzioni commerciali.

Ad onor del vero questo movimento di “liberazione” culturale non avviene compiutamente nel film di Andrea Papini, sia per la folta presenza di attori provenienti dalla fiction televisiva, che conservano tratti di quella recitazione sottolineata e semplificata tipica del proprio contesto d’origine, sia per l’intreccio narrativo che si dipana senza curarsi troppo della verosimiglianza e della densità e singolarità di contenuto. Il regista sceglie un registro intermedio tra la commedia e il dramma che, sebbene doni una simpatica leggerezza al film, non fornisce un adeguato approfondimento dei caratteri dei personaggi, né sviluppa un intreccio narrativo tale da costituire un contraltare di senso che potrebbe regalare qualcosa agli spettatori.

Nonostante le difficoltà produttive, legate anche ai ristretti tempi di ripresa (due settimane) e alle location di alta quota, si possono apprezzare scene ben fotografate dalla mdp RED 4k, che risultano suggestive ed evocative dell’insolita ambientazione scelta.

Pasquale D’Aiello