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Berlinale 2021: What Do We See When We Look at the Sky? di Alexandre Koberidze

Con What Do We See When We Look at the Sky?, in competizione alla Berlinale 2021, Koberidze coinvolge direttamente lo spettatore e lo conduce in un mondo magico e poetico

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What Do We See When We Look at the Sky?

What Do We See When We Look at the Sky?, scritto e diretto da Alexandre Koberidze, segna il ritorno di un film georgiano nella sezione principale del Festival internazionale del cinema di Berlino dopo quasi 30 anni. Era il 1993 quando The Sun of the Sleepless di Temur Babluani vinceva l’Orso d’argento per il miglior contributo artistico. Il film di Koberidze, una co-produzione tra Georgia e Germania, è stato presentato il 3 marzo alla Berlinale 2021.

Trama di What Do We See When We Look at the Sky?

Quando Lisa e Giorgi si incontrano per caso in una strada della città georgiana di Kutaisi è amore a prima vista. L’amore li colpisce così all’improvviso che si dimenticano persino di chiedersi i nomi a vicenda. Prima di proseguire, decidono di incontrarsi il giorno successivo ma non sanno che una maledizione sta per colpirli, cambiando il loro aspetto. Riusciranno a incontrarsi di nuovo? E se lo fanno, sapranno chi sono? La vita continua come al solito nella loro città natale, i cani di strada vagano, inizia la coppa del mondo di calcio e una troupe cinematografica alla ricerca del vero amore potrebbe essere ciò di cui hanno bisogno.

La maledizione degli innamorati nella magia del cinema

Il titolo del film di Alexandre Koberidze ci dona delle importanti informazioni sulla natura di ciò che ci troviamo davanti. I verbi guardare e vedere denotano chiaramente la centralità dello sguardo, con attenzione a quella sottile ma fondamentale differenza che intercorre tra le due azioni visive. Uno sguardo che nel film sin da subito ci viene limitato. Quando nella prima sequenza i due protagonisti si incontrano casualmente, vengono inquadrati solamente i loro piedi. L’atto dell’incontro viene quindi raffigurato dall’osservazione della caduta del libro della ragazza, ma le loro figure non vengono svelate.

What Do We See When We Look at the Sky?

Una dissimulazione che continua al loro secondo incontro, ripreso invece con una plongée, una inquadratura dall’altro, con i due personaggi appena visibili. Dal dettaglio al distacco estremo. Pur non avendoli visti insieme nitidamente – così come la loro stessa osservazione è stata parziale -, i due incontri casuali hanno creato la scintilla d’amore. Da qui la narrazione procede incrociandosi con il mito e con la fiaba, raccontata da un narratore/aedo che è anche demiurgo. Altro non è, infatti, che la voce del regista, che divide la rappresentazione in due atti, che organizza la visione e la segue commentandola.

La realtà si tinge d’incanto con oggetti che prendono vita e maledizioni che colpiscono i protagonisti, cambiando i loro aspetti e impedendogli di riconoscersi. Alla stregua dei miti e del teatro antico, dunque, un deus ex machina interviene per ostacolare i due giovani innamorati, senza apparente motivo. Poco dopo, in una sospensione dal tratto interattivo, una scritta sullo schermo chiede allo spettatore di chiudere gli occhi per poi riaprirli ai due segnali acustici seguenti. È notte e i protagonisti stanno per addormentarsi. Quando riapriamo gli occhi i personaggi hanno realmente un aspetto diverso. Lo spettatore viene così coinvolto direttamente, quasi come se con quel rapido gesto sia responsabile del malocchio. D’altronde eravamo proprio noi ad osservare sinistramente dall’alto i due protagonisti in quella oggettiva irreale, in occasione del loro secondo incontro. Ma ancor più è l’enunciatore, il cinema stesso, ad esserne responsabile, organizzando la visione in modo accentuato.

Inizia l’Odissea dei due giovani innamorati, che non perdono la speranza di ritrovarsi. Un viaggio però statico, sempre a pochi passi l’uno dall’altra, entrambi nel medesimo luogo. Si vedono quasi ogni giorno, ma non si riconoscono. Quella di Koberidze si avvicina ad una metanarrazione sull’amore, sulla natura inspiegabile ed imprevedibile dell’attrazione e del colpo di fulmine. Ma è anche un tentativo di rifuggire la rappresentazione classica delle coppie e dell’amore nel cinema. Eppure per larghi tratti l’occhio della camera si allontana dai protagonisti e dalle loro vicende per soffermarsi sulla quotidianità. La storia ci ha condotto in un mondo velato d’incanto che esula parzialmente dal nucleo tematico per estendersi su ogni minimo e singolo aspetto del reale.

What Do We See When We Look at the Sky?

Sono molti i film sulla poesia e la magia del quotidiano, possiamo pensare ad esempio a Paterson di Jarmusch, che però agisce in modo differente, sulla scia del minimalismo e della ritualità. What Do We See When We Look at the Sky? lavora invece soprattutto sull’immagine e sull’osservazione. La macchina da presa e l’inquadratura diventano mezzi di dissimulazione prima – nei modi detti all’inizio ma anche, ad esempio, quando Giorgi viene nascosto all’interno dell’immagine stessa, al campo di calcio dopo la metamorfosi – e di rivelazione in seguito. Ecco così che, come delle vere parentesi e delle deviazioni, ci troviamo ad osservare spesso dei bambini che giocano, delle persone al parco, la vita della città.

L’inizio della Coppa del Mondo di calcio, sport che ricorre spesso nel film, offre l’occasione per un distacco dalla vicenda principale, raccontando e mostrando i ritrovi per vedere le partite e gruppi di ragazzi nei campi di calcio. Simpatici i siparietti in cui i cani randagi si ritrovano tra amici su un ponte o si dividono tra i vari bar della città per seguire il Mondiale. Koberidze si concentra in particolar modo sui volti e sui corpi ricercando la plasticità tramite il movimento, spesso al ralenti, e con primi piani lirici, giocando sul contrasto con lo sfondo. Immagini che si fondono con la musica, sia di stampo tradizionale che internazionale. Della colonna musicale del film fa parte anche Un’estate italiana, brano cantato da Edoardo Bennato e Gianna Nannini e composto da Moroder in occasione dei Mondiali di Italia ’90.

L’amore della coppia è subordinato quindi a quello scaturito dalla quotidianità, dai volti, da ciò che è intorno a noi. Un realismo magico che nasce dalla necessità di saper guardare, oltre che vedere, tornando dunque a quella che è la chiave iniziale. Ma questo compito spetta anche e soprattutto al cinema. È attraverso di esso che si può cogliere più a fondo la bellezza, come dichiara Koberidze tramite il voice over. What Do We See When We Look at the Sky? si offre come visione sull’amore ma ancor più come film sul cinema stesso e sul suo farsi, sul suo potere e sulla rappresentazione. Cinema che appare fisicamente, con una troupe cinematografica alla ricerca di alcune coppie per un film. Ed è proprio l’immagine filmica che alla fine ristabilisce la verità e spezza la maledizione.

L’intento è programmatico e Koberidze gioca a carte scoperte, traendone valore. La composizione delle immagini non ha la bellezza fine a sè stessa come finalità ma appare come una riflessione sulla quotidianità, sul cinema, sulla visione e sulla bellezza. E se da una parte il rischio è quello di una bulimia estetica, è soprattutto verso una natura estatica che tendono splendidi momenti come la partita a calcio sulle note di Un’estate italiana o la sequenza di una ragazza che palleggia in solitudine al tramonto, con i capelli illuminati dal sole che appaiono come una corona aurea. Vale la stessa cosa per le carrellate di primi piani sui volti, tra cui quelli dei due bravi attori protagonisti. Vere e proprie maschere nel gioco della rappresentazione, più che personaggi.

Trailer di What Do We See When We Look at the Sky?

What Do We See When We Look at the Sky?: Credits

Titolo originale: Ras vkhedavt, rodesac cas vukurebt?

Produzione: German Film- and Television Academy Berlin

Co-produttore: New Matter Films, Sakdoc Film

Produttori: Mariam Shatberashvili 

Co-produttori: Anna Dziapshipa, Ketevan Kipiani, Luise Hauschild

Vendite internazionali: Cercamon

Alexandre Koberidze

Dopo aver studiato microeconomia e produzione cinematografica a Tiflis, Alexandre Koberidze si è trasferito a Berlino e ha studiato regia all’Accademia tedesca del cinema e della televisione di Berlino (DFFB). Durante i suoi studi ha diretto diversi cortometraggi di successo, a partire dal cortometraggio Colo-phon (2015) che ha ottenuto il plauso della critica al Kurzfilmtage Oberhausen. Il suo primo lungometraggio Let the summer never come again (2017) ha vinto numerosi premi in molti festival in tutto il mondo, incluso il Grand Prix al FID di Marsiglia.


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What Do We See When We Look at the Sky?

  • Anno: 2021
  • Durata: 150'
  • Nazionalita: Georgia, Germania
  • Regia: Alexandre Koberidze
  • Data di uscita: 03-March-2021