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EDITORIALE

Kim Ki-duk il poeta del vero, genio ribelle senza dimora

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Il mondo ha perso il suo poeta del vero, ribelle genio senza dimora, per colpa di un virus che finirà nei libri di storia. Il regista sudcoreano Kim Ki-duk è morto giovane e con ancora tante visioni da raccontare.

Un regista o come preferiva definirsi “un interprete delle temperature del mondo”, che della sua vita ha fatto gli ingredienti della sua opera cinematografica.

Anche la sua precoce morte potrebbe essere il plot di un suo film. Ancora una volta un luogo/spazio protagonista, la Lettonia. Il silenzio prima dell’amara scoperta, come quei silenzi che lasciavano parlare i gesti espressivi e i volti dei protagonisti dei suoi film.

E’ difficile raccontare l’umanità di un artista, spesso è anche forviante. Credo si possa scoprire l’uomo attraverso una lettura trasversale della sua intera opera. Comprendendo il contesto e la poetica di un artista, si possono conoscere anche il sentire, le sue paure o le sue passioni.

Ebbe una vita complicata. Cresciuto fino a 9 anni in una piccola cittadina nella regione del Kyonshang, si trasferisce nella metropoli di Seul, dove le difficoltà economiche lo costringono a trovare un lavoro appena finite le scuole dell’obbligo. Inizia a 17 anni come operaio in una fabbrica, luoghi che scelse poi come location per Pietà del 2012, poi si arruola in Marina e a 30 anni parte per l’Europa.  Questi furono gli “incidenti scatenanti” che lo portarono dietro la macchina da presa.

Parigi lo accolse come studente di pittura e per un po’ perseguì con quel linguaggio, quando poi conobbe il cinema, attraverso Gli amanti del Pont-Neuf del 1991, scritto e diretto da Leos Carax e Il silenzio degli innocenti, dello stesso anno, diretto da Jonathan Demme, fu un’illuminazione.

Capì che quello era il suo linguaggio e il suo viaggio visionario ebbe inizio.

Il suoi film ci dicono che Kim Ki-duk è un nomade che infila le sue radici nell’essere un narratore della verità, ribelle, senza dimora. La cui costante assenza e ricerca di essa, è raccontata in tutta la sua filmografia, come il riflesso stesso della sua natura.

Le misere anime che bramano le vite altrui, rappresentano la profonda riflessione sul concetto di possesso, che l’uomo Kim Ki-duk ha costruito. Possesso espresso sempre attraverso l’azione ancestrale, come un bimbo con il suo giocattolo, sottraendo tutto il possibile per arrivare all’essenza del senso stesso.

La furia di Kim Ki-duk nella realizzazione dei suoi film, è noto che chiudeva le riprese in meno di un mese, è fatta della stessa materia che permea l’intensità del sentire dei suoi protagonisti.

Il suo desiderio di verità è visibile.

Sceglie di prediligere l’espressione di uno sguardo o il contorcersi di un corpo, un linguaggio che non consente la menzogna, lasciando dialoghi rarefatti o quasi assenti. Offre come alternativa alla parola, l’espressione del corpo e l’azione che esso compie, in una sintetica verità.

Durante le riprese di Bimong nel 2008 la protagonista Lee Na-yeong, in una scena in cui doveva simulare un suicidio per impiccagione, ha rischiato di morire, questo gravissimo incidente è stato traumatizzante per tutto il set, in modo particolare per Kim Ki-duk che si rifugiò per oltre un anno in piccolo villaggio e in completa solitudine, riflettendo su se stesso e sulla sua vita.

Condivide questa riflessione con noi attraverso Arirang del 2011, girato proprio in quel piccolo villaggio. Qui è solo lui e la sua videocamera digitale. Completamente nudo alla ricerca di se stesso.

Anche il titolo è significativo, perchè Arirang è un canto tradizionale coreano che per consuetudine si canta nei momenti difficili della vita.

Questo film ha restituito la motivazione a Kim Ki-Duk per continuare a raccontarci la vita degli uomini, le storie meno visibili agli occhi di tutti. Ritengo che si possa cercare di conoscerlo attraverso tutta la sua opera. Personalmente provo un’affetto particolare per Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera, del 2003, che racconta con estrema poesia il ciclo della vita e mi richiama subito alla mente un altro film che amo, Dersu Uzala – Il piccolo uomo delle grandi pianure, del 1975, diretto da un maestro come Akira Kurosawa.
E’ triste pensare di non poter vedere altri suoi film nel futuro, rimane il suo lirismo estremo e la curiosità sul progetto a cui stava lavorando in Lettonia, Rain, Snow, Cloud and Fog, che purtroppo non vedrà mai la luce.

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