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La morte di Kim Ki Duk. Il vuoto che riempie

Kim Ki-duk morto a 59 anni in Lettonia a causa del Coronavirus

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Adnkronos ha da poco battuto la notizia che é morto a 59 anni Kim Ki-duk. Il regista sudcoreano si è spento in Lettonia, in seguito a complicazioni legate al Covid-19. Lo annuncia il sito lettone Delfi.lt. Kim Ki-duk era arrivato in Lettonia il 20 novembre probabilmente per acquistare una casa nella località marittima di Jurmala. Da alcuni giorni il suo entourage aveva del tutto perso i contatti.

Ripercorriamo alcuni dei film di Kim Ki-duk che ci hanno accompagnato in questi anni in Redazione partendo da questo contributo di Damiano Biondi

Secondo una leggenda tramandata da Platone in un tempo antico la terra era popolata da creature perfettamente sferiche cariche di energia, gli uomini palla, che erano talmente potenti da finire per diventare una minaccia per lo stesso Zeus che ad un certo punto decise di spaccarli in due entità separate che avrebbero passato l’eternità a cercare di ricomporsi e chiamò questi due frammenti uomo e donna.

Un mito così antico e appartenente alla cultura greca classica sembra affiorare in più di una occasione tra le immagini di Ferro 3- la casa vuota e L’arco due tra i film più rappresentativi del nuovo autore di culto del cinema coreano: Kim Ki-Duk.

Il celebratissimo Ferro 3- La casa vuota (2003) è un esempio luminoso di come due persone danneggiate dalla vita devono intraprendere un processo allo stesso tempo condiviso e privato per rimuovere gli ostacoli alla relazione che ognuno di loro si porta dietro dal proprio passato.

Tae-Suk è un ragazzo che si aggira come un fantasma per la città entrando nelle case vuote e passandoci la notte. Non le usa però solo come un riparo ma le vive e le utilizza come se avesse bisogno di ricavare da quei gesti la sensazione di aver trovato un luogo sicuro e familiare dove poter vivere protetto anche se per poche ore. La sua anima vagabonda impossibilitata ad utilizzare delle stabili immagini interiorizzate relative alla sua famiglia di origine prende a prestito le immagini di altre famiglie colmando quindi, grazie al vuoto di quelle case, il vuoto che egli stesso si porta dentro da molto lontano. Questo siderale senso di incompletezza costringe il protagonista a sfruttare le sicurezze degli altri migrando di casa in casa, evitando così il confronto con il suo mondo interiore fatto di rappresentazioni mortifere e castranti che egli decide di espellere perché troppo angosciose, creando così un ambiente asettico privo di contatti umani.

Ma un giorno il meccanismo si inceppa e il suo tentativo di creare vuoto intorno a sé fuggendo da qualsiasi occasione di incontro umano, si scontra con un imprevisto; la casa da lui frequentata abusivamente non è in realtà disabitata, qui il protagonista si imbatte in Sun-Hwa giovane moglie di un uomo ricco soffocante e violento che l’ha appena malmenata.

Il film quindi trova il suo significato quando entrambi questi personaggi impauriti e traumatizzati dalle loro precedenti relazioni trovano la forza di scommettere sull’altro.

La prima cosa con cui questa coppia, come molte coppie, deve fare i conti è la distruttività del maschile che deve essere accolta e trasformata dall’elemento femminile, sia quello presente dentro ciascun uomo, sia quello reale della coppia rappresentato dalla partner. A questo proposito la messa in scena di questo passaggio è magistrale, attribuendo al ruolo della donna tutta l’importanza che merita in questo momento cruciale per ogni coppia.

Tae nei momenti di stress, per scaricare la propria rabbia aveva l’abitudine di legare una pallina da golf intorno ad un albero e colpirla con una mazza, in particolare il ferro n° 3 da cui il film prende il titolo. La pallina una volta colpita iniziava a roteare intorno all’albero senza creare alcun danno. Durante uno di questi momenti però Sun decide di pararsi di fronte alla pallina trasmettendo a lui il messaggio di una profonda fiducia nella sua capacità di gestire la rabbia. Lui però per evitare di farle del male e proteggerla dalla propria distruttività, non porta il colpo quando lei è davanti la pallina ma la sposta.

Però più lui la sposta più lei lo insegue dando vita ad una danza interiore potentissima dove ognuno cerca di trasmettere all’altro la sensazione di non essere più solo a combattere con i propri demoni interiori. Nella coppia però bisogna sapere anche quando fermarsi lasciando all’altro la sua individualità che si esprime anche nel diritto di poter sbagliare, senza imporgli con troppa rigidità l’immagine che vorremmo egli assumesse. Questa profonda verità psicologica è resa al meglio quando Sun decide di fermarsi e di far tirare a Tae la pallina come vuole lui senza disturbarlo. A questo punto però la fune si spezza e la pallina si scaglia contro una macchina ferendo una donna. La profonda intelligenza emotiva di Sun gli ha consentito di capire quando fermarsi evitando di essere investita dalla violenza di Tae, rinunciando anche all’illusione onnipotente di purificarlo completamente da tutto il malessere interiore che egli si porta dentro.

Importante risultato della loro capacità di entrare sempre più in contatto l’uno con l’altra è il ritrovamento in una casa di una cadavere di un uomo morto per un cancro ai polmoni. Dopo qualche attimo di sgomento i due lavano il corpo, lo avvolgono in una veste funebre e lo tumulano. Questa evenienza apparentemente macabra, suggella a mio avviso un importante traguardo interiore poiché insieme seppelliscono il cadavere simbolo delle loro vecchie identità ormai trasformate ed alleggerite dal fardello rappresentato dalla precedente storia di vita.

Liberarsi da questa opprimente zavorra gli consente di poter godere della leggerezza tipica della amore che il regista è riuscito a condensare in una immagine di esemplare bellezza in cui entrambi abbracciati su una bilancia, non esprimono nessun peso essendo ormai affrancati da quei macigni personali che possono schiacciare le relazioni.

L’ossessione per i rapporti umani continua sebbene in una direzione diversa ne L’arco (2005) dove un vecchio e una ragazzina vivono lontano da tutti in un barcone da pesca in mezzo al mare. Il rapporto apparentemente pulito e protettivo nasconde invece l’idea fissa del vecchio di sposare la ragazzina, trovata (ma forse rapita) anni prima, non appena questa compirà il suo diciassettesimo compleanno.

Lei conosce solo il mondo che lui gli ha costruito intorno, aspettando il momento in cui sarà abbastanza grande per sposarla. Il vecchio ha spesso con sé un arco che usa, come arma per dissuadere gli inopportuni appetiti che qualcuno dei pescatori che affittano la barca, mostra nei confronti della sua amata, oppure adeguatamente modificato, come arpa da cui fuoriesce una suadente melodia che culla la giovane in una lasciva serenata.

La ragazzina è continuamente oggetto di cure che non hanno come scopo quello di farla entrare progressivamente in contatto con i propri bisogni di autonomia, ma mirano piuttosto a distoglierla dal pensiero che possa esistere una realtà diversa da quella che ella conosce. In questo modo lei vive in uno stato mentale indifferenziato in cui i confini tra sé e l’altro e tra la felicità e la stasi, sono pericolosamente sfumati.

Anche qui come in Ferro 3- La casa vuota un nuovo inatteso incontro cambia le regole del gioco e fornisce, a chi la sta cercando, una possibilità di cambiamento. Il fattore di disturbo è qui rappresentato da un coetaneo che accompagna il padre a pesca e che rimane meravigliato quando scopre l’innaturale condizione di quella giovane e attraente fanciulla. Lei finora convinta che l’unico mondo possibile fosse quello a cui si era abituata, scopre lentamente attraverso l’incontro con il ragazzo, di essere prigioniera di uno stregone che la tiene segregata in una torre d’avorio.

Il film fotografa con intensa vividezza la profonda verità psicologica di come l’amore quando diventa ossessione dilagante e non rispettosa delle particolari caratteristiche dell’altro può rappresentare una minaccia alla formazione della personalità e alla scoperta dei propri talenti personali. Ci piace citare in questa sede una affascinante immagine del poeta Gibran che utilizza proprio un arco per indicare l’importanza degli adulti nel favorire la crescita di chi dipende da loro. “I genitori sono come un arco e i figli come delle frecce” recita il poeta, “più l’arco è buono, più la freccia và lontano, più l’arco non funziona e più la freccia cade vicino”.

Proprio per l’importanza che assumono gli aspetti controllanti della musica prodotta dall’arco è estremamente significativo il gesto che compie il ragazzo, quando le regala il walk-man con la sua musica dentro. Così facendo sveglia “la bella addormentata” dal suo mortifero torpore e la invita a riconoscere una alternativa allo stile di vita che il tiranno le aveva imposto.

Quando la ragazza finalmente comprende che i suoi autentici desideri sono per il ragazzo e tenta di perseguirli, attira su di sé la reazione scomposta del vecchio. Quando però il loro giovane rapporto si mostra più forte della violenza del “mago cattivo”, a quest’ultimo non resta che prendere atto della sua sconfitta e sparire inghiottito dalle acque. La scomparsa dalla scena dell’oscuro signore della sua vita gli consegna la libertà di disporre della sua verginità come meglio crede. Il candore che fino a quel momento più che una virtù morale rappresentava l’emblema di una schiavitù esercitata da chi aveva interesse ad averla solo per sé, diventa una ricchezza interiore che può essere consegnata ad un amante scelto liberamente.

Suggestiva metafora dell’adolescenza, L’arco descrive con sensibilità e forza il profondo conflitto che attraversa questa epoca della vita spesso in bilico tra il coraggio e la rassegnazione.

Damiano Biondi

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