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CONVERSATION

Leonardo Guerra Seràgnoli GLI INDIFFERENTI e la metafora della nostra decadenza

Gli indifferenti é un film sulla cosiddetta classe borghese, ma  soprattutto sulla decadenza dei valori di un’intera società

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Trasposizione cinematografica  dell’omonimo romanzo di Alberto Moravia, Gli indifferenti di Leonardo Guerra Seràgnoli, colloca la vicenda ai giorni nostri, arricchendo la narrazione di nuovi significati grazie anche a interpretazioni forti e coraggiose.

Gli indifferenti é un film sulla cosiddetta classe borghese, ma  soprattutto sulla decadenza dei valori di un’intera società. Sei d’accordo?

Sono d’accordo. Io sono molto attratto da questo senso di universalità e quindi dall’ allargare il senso della storia, facendo  di un nucleo ristretto di persone il campione di un consesso  più ampio e allegorico di quella che è un’intera società, che vive su questo precipizio rifiutandosi di guardare.

Viene da sé che tra i protagonisti del film ci sia la casa in cui vive la famiglia Ardengo. In un universo prettamente materiale come quello dei personaggi, essa rappresenta un po’ lo status symbol  e anche il modo di rapportarsi con il resto della società. Tutto ruota attorno ad essa, a cominciare dalla storia le cui premesse trovano fondamento nel tentativo della famiglia romana  di evitare di perderla, a causa dei debiti accumulati per un tenore di vita al di sopra delle loro possibilità.

Sì, perché come dici anche tu,  la casa è percepita  dalla maggior parte delle persone come una proprietà inalienabile. È allo stesso tempo  il bene ultimo primario. Avere una casa dove dormire fa la differenza, anche in termini linguistici. Riferendosi ai senza tetto come massima condizione di  povertà, a definire il temine in senso pratico, ma anche ideale,  infatti, è la mancanza di tale immobile. Nel caso degli Ardengo, da bene primario si trasforma in ultimo, perché è l’unica proprietà rimasta loro e quindi ha questa doppio valenza.

Sicuramente, la casa rappresenta la nostra società e in particolare il baluardo delle nostre sicurezze. Lo si vede dalla disperazione che assale i protagonisti al pensiero di perderla e da come di danno da fare perché ciò non accada. Questo atteggiamento in fondo è l’unico segno di umanità di un contesto di per sé disumano . E’ qualcosa che ci avvicina a loro,  perché è la fragilità che forse potremmo vivere tutti. In questo senso si tratta di una  paura  trasversale.

È anche il segnale di un’entropia in atto.  Il fatto che ci sia rimasto quel bene ultimo e che sia anche in pericolo é indice di una decadenza irreversibile.

Assolutamente, è una decadenza che purtroppo va avanti da novant’anni e che il film voleva esplorare chiedendosi se nell’oggi qualcosa fosse cambiato. Di certo, la borghesia ancora esiste, seppure sotto altro nome e un altro tipo di mistificazioni. Essa si identifica con la classe dirigente e come tale accetta i servigi di persone come Leo Musumeci che l’aiuta a restare a galla a qualunque costo. Gli indifferenti voleva essere una metafora molto forte della nostra società e di un paese in cui continuano a dirci che va tutto bene. Anche questo è un problema, perché la capacità di sopravvivere attraverso scorciatoie e clientelismo nasconde il problema: si festeggia, si balla, si fanno feste, però poi alla fine non si affonda mai, rimanendo  un po’ in questa sospensione, incapaci come sismo di provocare una rottura, un cambiamento.

La bellezza del film è che lavora su due piani: quello della vista, attraverso la capacità di attirare l’occhio, e l’altro relativo ai significati sviluppati attraverso una narrazione stratificata e ricca di suggestioni e metafore. Sotto questo profilo per me Gli indifferenti è anche un film di Re e di Regine. Faccio riferimento alla  prima e all’ultima scena.

Il film si apre con Maria Grazia, che pur avendo accanto la domestica, confeziona il cibo in prima persona: è lei l’ape regina, il vertice a cui spetta il compito di plasmare la realtà della casa. Sembra forte di una consapevolezza che in seguito si scoprirà non renderla tale. L’immagine finale è dello stesso tenore: siamo sempre all’interno della casa, ma questa volta ad occuparsi di essa è Bianca, la quale non è lì per caso, ma grazie a un percorso che l’ha eletta nuova regina.

Interessante, come lettura. Il finale ha delle interpretazioni diverse: tu hai avuto la sensazione che in conclusione tutto rimane uguale e Carla prende il posto della madre, o al contrario, che questo trapasso sia foriero di un nuovo corso?

Rispetto a questo, il film secondo me rimane ambiguo, perché il sorriso di Carla mentre apre la finestra farebbe propendere alla possibilità di un nuovo corso, mentre il suo status all’interno della casa è simile a quello della madre.

A proposito di re e regine, lungo il corso degli eventi  Gli indifferenti racconta in sottotesto la  scalata al potere di cui ti parlavo sopra. La tua regia lo fa in maniera nascosta ma scientifica, attraverso il diverso posizionamento nello spazio dei personaggi. Le sequenze incriminate sono quella della  cena all’inizio del film e poi del successivo pranzo, mentre l’ultima, quella in cui Leo, Maria Grazia Carla e Michele sono in macchina, è posta quasi a conclusione del percorso in questione. Nella prima a capotavola c’è Michele. Maria Grazia e Leo sono seduti alla sua destra, a suggerire la loro vicinanza sentimentale, mentre Carla, posizionata di fronte a loro, è avvolta dalla penombra, a sottolineare la sua temporanea  esclusione  dalle decisioni che si stanno per prendere.

Nella seconda, la rivelazione che è Leo colui dal quale dipendono le sorti della famiglia è segnalata dal fatto che questa volta il capotavola è lui. Michele questa volta è seduto accanto a Maria Grazia, anche perché nel frattempo è entrata in gioco Carla, concupita da Leo. La ragazza è  illuminata dalla stessa luce degli altri e sembra essere parte in causa degli eventi alla pari degli altri. Nella terza  e ultima, il quadro si è completamente rovesciato: perché  Carla  è accanto a Leo e davanti a Michele e Maria Grazia,  relegati nei sedili posteriori. Senza sottolinearlo, la tua regia ci dà conto in ogni momento dei rapporti di potere all’interno della famiglia.

Ti ringrazio di avere notato queste cose perché sono il frutto di un visione come sempre molto accurata È assolutamente così e mi emoziona molto il fatto che tu abbia percepito e visto queste cose perché a me piace molto lavorare  in questo modo, soprattutto quando si tratta di un dramma psicologico con quattro personaggi. Qui era necessario mostrare le posizioni del loro potere, ma bisognava evitare di farlo in maniera didascalica. La scene più sfidanti erano per esempio le cene che tu hai descritto. Con gli attori ho avuto un po’ di discussioni perché non capivano il perché dovessero cambiare ogni volta posto. Ho detto loro che a capotavola doveva starci il padre, e cioè la figura che detiene l’auctoritas all’interno della famiglia. Così, dal momento in cui Leo si rivela essere la risoluzione dei problemi degli Ardengo, quel posto spetta a lui e non più a Michele.

Il lavoro è stato quello di trovare la maniera  giusta di dirlo, cercando di trasmetterlo in modo visivo e subliminale. Volevo evitare le parole, ma segnalarlo attraverso gli avvicendamenti di cui hai parlato nella domanda. Sicuramente tra la sequenza iniziale è quella finale c’è un legame dato dal cibo: se la madre prepara da mangiare per gli altri e imbocca la domestica come si farebbe con una scimmietta, con Carla i significati si ribaltano. Lei usa il cibo per il suo nutrimento. Un gesto che potrebbe essere  anche l’istintiva reazione di chi si è appena liberata dalla sue sofferenze.

Riesci fino all’ultimo a mascherare le relazioni tra i vari personaggi, a celare i loro veri pensieri. Questo fa sì che si instauri un gioco tra il film e lo spettatore, sfidato nel tentativo di capire chi sta con chi.

Sì,  è vero. È l’ambiguità data dal contesto in cui si muovono i personaggi, i quali hanno i mezzi per permettersi di non guardare in faccia la realtà. Al posto di quella vera ne hanno creato un’altra autoreferenziale, molto mistificata e nebbiosa in cui è valido tutto e il suo contrario.  La  chiarezza  è bandita, perché certificherebbe la verità che nessuno vuole vedere. Maria Grazia in questo è maestra e cioè del vivere in quella linea del sapere e non sapere: lei sa che Leo ha un’attrazione per la figlia, e che l’uomo non è ricco come vorrebbe far credere. Rispetto a queste mistificazioni, i giovani li vedo più come vittime: hanno ereditato un modo di vivere insegnatogli in quel modo, per cui non hanno i mezzi per uscirne. Se tentano altre vie, lo fanno perché la misura è colma, come capita a Carla. Per fortuna, almeno per me, lei ha in sè un desiderio di verità. Alla fine l’unica cosa vera che viene detta nel film è quando confessa che Leo ha abusato di lei. Tutto il resto non sai mai se è vero o no.

C’è una scena secondo me cruciale nel sottolineare lo stato dei rapporti all’interno della famiglia ed è quella in cui la mdp traguarda madre e figlia nell’inserto del campo da tennis capovolto dall’effetto ottico. Quello è un po’ l’inizio della rivoluzione, intesa come deposizione della vecchia Regina per far posto a quella nuova.

In quel passaggio si voleva dare il senso di una realtà che va un po’ sottosopra: c’è un trapasso, un passaggio di consegne e anche un po’ di stordimento. Sembra quasi un punto di non ritorno, perché, dopo le reazioni di Carla al bacio di Leo, la ragazza accetta comunque di passare la serata a casa sua. L’impressione è che ci sia stato un patto di cui tutti sono contenti: il  momento del trapasso è evidente.

Nel film c’è un forte erotismo, ma il sesso è assente dallo schermo. In generale il desiderio sessuale non viene mai consumato davanti allo spettatore. I tentativi risultano sempre dolorosi, contratti e si risolvono quasi sempre con il ricorso all’onanismo.

Ci sono vari elementi che hanno portato a questo. Uno veniva dal romanzo di Moravia, attraversato da una tensione erotica mai consumata. Faceva eccezione la scena in cui Michele uscendo dal Ritz vede una donna che fa una fellatio a un uomo all’interno di un taxi. Quella è l’unica volta in cui il voyeurismo viene proiettato all’esterno. Per i personaggi l’ossessione erotica è un espediente per evitare di guardare in faccia la realtà. Essere impegnato con il pensiero su qualcosa ti astrae dalla realtà, un po’ come la masturbazione con i film porno. Rispetto al romanzo, nel film i rapporti sono consumati, perché sono passati novant’anni dall’uscita del libro. Nel film  non c’è più il desiderio di Lisa per Michele: loro il sesso l’anno già fatto, però mi piaceva che la mdp arrivasse quando tutto è già successo. Non si vede l’amplesso, ma il fatto compiuto, cioè il  Thanatos che esso lascia ai personaggi. Vediamo solo la morte del sesso e non l’Eros. Anche quello di Maria Grazia con Leo è un Thanatos; è un amplesso di morte più che di erotismo.

Gli attori sono strepitosi: gli hai chiesto molto anche in termini di coraggio e loro hanno risposto con grandi interpretazioni. Volevo soffermarmi in particolare su Beatrice Grannò che per me ha la stoffa della grande attrice. Era stata già molto brava in Tornare di Cristina Comencini: nel tuo film fa un ulteriore salto di qualità.

Penso che Beatrice farà tanta strada, perché ha molto talento ed è super versatile. Mi viene quasi da dire che sia  un’attrice degli anni quaranta perché sa fare tutto: balla, canta, gioca, sa essere seria. Nel film non abbiamo messo una scena dove lei suonava al pianoforte uno dei preludi di Bach. Per farla, si è messa a studiare per un mese intero e quando è arrivata sul set sapeva suonarlo. Ma tutti gli attori sono stati estremamente coraggiosi. Si sono fatti carico di personaggi molto negativi, il che non è mai facile. Detto tra noi, ci sono stati degli attori  che, prima di Edoardo, la parte di Leo hanno scelto di non farla perché hanno avuto paura del ruolo.

Parliamo di Edoardo Pesce che utilizzi con questa fisicità anomala ma in realtà piena di significati.

Edoardo è un attore che avevo già notato in in vari film: in Fortunata, era il personaggio che mi aveva impressionato di più. Lui è un interprete con un’energia potentissima. Nella prima versione della sceneggiatura avevo immaginato un Leo più adulto; poi è venuta l’idea di un uomo più giovane di Maria Grazia. Tale opzione ha dato al personaggio ulteriori sfaccettature. Ho pensato che lui era l’unico attore capace di interpretarlo, come poi ha fatto, e cioè introducendo un elemento popolare attraverso una fisicità che, come dici tu, viene da una vita di strada. Ripulito e un po’ stempiato per farlo entrare nel personaggio, Edoardo è diventato  irriconoscibile anche per le sue colleghe, che in uno screening ci hanno messo del tempo prima di capire che era lui.

Oltre a essere un altro attore super temerario, Edoardo fa di tutto: si butta, vuole esplorare, si mette sempre in gioco. E’ una persona estremamente profonda, è pieno di dubbi giusti, di quelli che dovremmo avere tutti come esseri umani. Sono stato molto fortunato a poter lavorare con questi attori. I giovani si sono dimostrati all’altezza degli adulti. La cosa anche bella dei film corali è che a noi, come spettatori, piace più uno dell’altro. Alcuni mi hanno detto di non essersi affezionati a  Michele (Vincenzo Crea, ndr), altri invece si.  Valeria Bruni Tedeschi nel ruolo di  Maria Grazia fa una performance che le permette di toccare dei livelli di darkness mai esplorati prima. Sono soddisfatto, perché non c’è un interpretazione che cannibalizza le altre. E’ un tipo di equilibrio che mi rende felice.

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  • Anno: 2020
  • Durata: 81
  • Distribuzione: Vision Distribution
  • Genere: drammatico
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Leonardo Guerra Seràgnoli