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Libro di Giona: il racconto intimo di Massimiliano. Intervista al regista Zlatolin Donchev

In concorso al Festival dei Popoli 2020 con il suo primo lungometraggio "Libro di Giona", Zlatolin Donchev racconta la vita di Massimiliano, un uomo che ha vissuto quasi tutta la sua vita all'interno di una macchina, così come il profeta biblico si è ritrovato a vivere all'interno di una balena.

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Zlatolin Donchev

Libro di Giona è il primo lungometraggio del regista Zlatolin Donchev. Nel documentario ha deciso di raccontare la vita particolare di un uomo dal quale è rimasto affascinato fin dal primo incontro. In anteprima dal concorso italiano del Festival dei Popoli, la storia ruota attorno a Massimiliano e alla sua vita all’interno di una macchina. Un racconto intimo che entra nella vita delle persone e che appassiona Zlatolin Donchev e il suo modo di fare cinema.

Come è nata l’idea per questo film? E perché hai scelto proprio questo soggetto e questo argomento?

L’idea è nata dalla collaborazione che ho stretto con il soggetto di questo film, un uomo conosciuto quando abitava in una macchina su una via che frequentavo spesso. Ero incuriosito dalla sua storia e dall’intelligenza che traspariva da lui. Solo dopo sono venuto a conoscenza del fatto che si era autoesiliato avendo fatto la scelta di vivere nella propria macchina. Sia per difficoltà economiche che per sfuggire al suo passato. Con l’andare avanti del tempo ho deciso di coinvolgerlo in un progetto audiovisivo che siamo andati a costruire insieme negli anni. L’ho frequentato e sono tornato a fare delle riprese sulla sua quotidianità. Abbiamo anche stretto un’amicizia e una collaborazione importanti. Abbiamo lavorato ininterrottamente, senza un’idea ben chiara di cosa dovevamo esprimere. Ci siamo concentrati sulle nostre passioni e sulla creazione delle immagini. Infatti il film è costruito intorno alla narrazione di un personaggio che vive nella sua macchina, ma anche di una persona che scatta foto in giro appassionatamente. Abbiamo costruito un racconto visivo che ha preso forma e ha trovato forse la sua metafora nel profeta biblico Giona. Il titolo, infatti, si riferisce al profeta biblico che finisce ad abitare nel ventre di una balena.

Quando sono iniziate le riprese e la lavorazione del film?

Le prime riprese le ho fatte nel 2014 ancora senza nessuna idea, anche solo per capire la disponibilità del protagonista Massimiliano. Poi ho preso sempre più confidenza anche nel riprenderlo e lui si è reso più disponibile ad essere seguito. Abbiamo collaborato per cinque anni e in questo tempo quello che è più palese nel film è la trasformazione che avviene sulla pelle di Massimiliano. Questo lento degradare del suo corpo che si dimostra sempre più affaticato e stanco. E alla fine ho voluto costruire un ritratto a partire proprio dalla pelle e dal volto del personaggio. Poi all’ultimo quando lui aveva perso le speranze di riuscire ad uscire fuori dalla macchina e dalla vita di strada ha ottenuto un’eredità che gli ha permesso di cambiare vita. E io ho colto l’occasione di concludere il percorso raccontando come abbandona la macchina e torna alla normalità.

Quello che colpisce di questo film è sicuramente, in primo luogo, la grande umanità (ancora prima della solitudine e del senso di abbandono). Quello che mi ha colpito particolarmente, legato a questo discorso, è stato il momento del lavaggio dei piedi che ho visto non solo come una pulizia fisica, ma anche come una sorta di pulizia metaforica, come se Massimiliano si fosse depurato e potesse essere, in qualche modo, libero. È così?

Sì, ho cercato di evocare questo attraverso quella ripresa, affrontando un problema che lo seguiva da tempo, quello delle gambe e del deterioramento della pelle. Questa pelle che “essiccava” e diventava sempre più nera per la circolazione sanguigna colpita dalle condizioni di dormire in una macchina, in una posizione nemmeno supina. Quindi i suoi arti ne hanno sofferto molto. Gli ho chiesto di compiere questo atto di pulirsi, di fare un lavaggio ai suoi piedi come per purificarsi e liberarsi di questo periodo trascorso in macchina e ricominciare da capo, come un passaggio.

Tornando al tema, come dicevamo, oltre all’umanità, c’è anche quello della solitudine e del senso di abbandono che si spiega bene attraverso il ricorso al silenzio perché alla fine si può dire che Libro di Giona di Zlatolin Donchev è un film “silenzioso” nel senso che ci sono pochi dialoghi e musica.

Volevo solo costruire un ritratto di questa persona. Dal punto di vista stilistico ho cercato di mettere dentro al racconto anche il paesaggio. Come una sorta di contorno complementare a questa figura per esemplificare alcuni suoi tratti. Ho optato per privare il personaggio di quelle che erano informazioni fattuali in funzione di un ritratto molto semplice di questo uomo. Non si ha ben chiaro il perché della sua situazione, ma si vede che sta facendo un percorso nel tempo. La musica non c’è, ma abbiamo lavorato sulla costruzione di un paesaggio sonoro circostante. Abbiamo anche cercato di rendere la natura e gli alberi come dei veri e propri personaggi come metafora per quello che riguarda la realtà che veglia su di lui. È una natura che a tratti si rivela ostile e a tratti guardiana del protagonista.

A tal proposito una cosa che mi ha colpito particolarmente è la scelta di inquadrare la natura, soffermandosi spesso sugli alberi, inquadrati dal basso. Un po’ come le foto di Massimiliano. Si tratta di una scelta voluta per ricollegarsi a lui?

Sì, questo tipo di inquadratura è volutamente ricercata anche per analogie con lo sguardo di Massimiliano. Lui volgeva lo sguardo sempre in alto e scattava queste fotografie agli alberi. Aveva uno sguardo per la luce e per la natura. Così ho cercato di simulare questa ricerca che lui conduceva un po’ in maniera inconsapevole e un po’ ricercata. Ho cercato di volgere lo sguardo dove guardava lui, per immedesimarmi nella sua situazione. E poi ho cercato di lavorare su quello che era il riflesso dei vetri della macchina, l’unico piano e l’unica superficie dove coincide l’immagine di Massimiliano con quella degli alberi e del cielo.

Libro di Giona

E proprio sulle inquadrature si può dire che quelle che lo mostrano all’interno della macchina sono molto lunghe perché vogliono soffermarsi sulla sua vita.

Con la lunghezza delle inquadrature ho cercato di sottolineare questa sorta di sovrapposizione tra una realtà e l’altra, tra lo spazio claustrofobico e opprimente della macchina e l’apertura macroscopica della natura che si rifletteva sul parabrezza.

Tornando al discorso relativo alla scelta di utilizzare quelle che sono le foto scattate dallo stesso protagonista volevo sapere se il loro inserimento all’interno del documentario è legato alla descrizione del personaggio o se hanno anche un’altra valenza. Perché io, in alcuni frangenti, le ho viste anche come dei “titoli” o comunque come qualcosa che serviva a dividere la storia in capitoli.

In parte era una tecnica per collegare delle riprese fatte a distanza di più mesi e quindi fare da collante tra un periodo e l’altro. In parte perché quelle fotografie erano l’unica cosa alla quale Massimiliano teneva veramente tanto in quel periodo di vita che conduceva per strada. Ha sempre voluto mostrare in primis a me queste foto che scattava in maniera autonoma e indipendente. Lui spontaneamente condivideva queste foto con me e, alla fine, le ha donate al film e anche a me. Ho cercato di metterle all’interno del montaggio del film costruendo delle sequenze con le sue foto che arricchivano la vita interiore del personaggio. Massimiliano era un lupo solitario che non rivelava molto della sua vita interiore. Ma attraverso queste fotografie io ho cercato di approfondire questo aspetto che va al di là del personaggio e della superficie. È stato un lavoro che è venuto dopo e che mi sono trovato costretto ad affrontare. Ho cercato di dipingere la vita interiore di lui con le foto.

Anche le inquadrature della natura quindi si rifanno alle foto? Hai preso spunto dalle foto per ricreare le stesse immagini?

Qualche volta ho sperimentato e cercato di evidenziare questa analogia di sguardi tra noi. Sicuramente mi sono fatto ispirare dallo sguardo di Massimiliano per emulare quello che era il mio discorso all’interno del progetto.

Molto bella e particolare la dedica finale con la natura dietro che è stata il filo conduttore del personaggio.

In realtà è una dedica post mortem perché Massimiliano è mancato ancora prima che io concludessi il montaggio. Anticipo questa cosa nella presentazione del film per chi lo vede sulla piattaforma. C’è una micro presentazione dove anticipo il fatto che Massimiliano è mancato e non ha neanche visto il film. Ho voluto lasciare questa dedica che forse non è perfettamente chiara, ma era un messaggio che volevo fare che accenna a questa inaspettata scomparsa. Ho sentito l’esigenza di lasciarlo incastonato nel film alla fine con un’inquadratura che torna a guardare in alto e verso quella luce che trafora gli alberi.

In ogni caso è una dedica che può essere interpretata in più modi: sia che Massimiliano è venuto a mancare sia che comunque c’è stato questo passaggio rispetto alla vita che ha condotto fino a quel momento.

Perché comunque considero una trasformazione quello che ha vissuto e nell’accezione più ampia anche la morte può essere vista come una trasformazione. Quindi accenna a questa trasformazione che ha vissuto. Forse va più che bene che sia vago il messaggio.

Questo film e l’aver conosciuto un personaggio del genere ed essere stato impegnato per tutto questo tempo ha influenzato il modo di vedere il film stesso e di strutturarlo?

Certo. Io, fin dall’inizio, non volevo fare un film che tratta tematiche prettamente sociali o cadere negli stereotipi dei senzatetto. Anche per questo ho scelto un titolo che è una metafora per uscire da quella che è la vicenda di Massimiliano ed entrare nei panni di una figura universale. Questa scelta che ho operato fin dall’inizio ha influenzato tutto il montaggio. Anche con le fotografie ho cercato di focalizzarmi su quelle che potevano essere interpretate in diversi modi.

E, più in generale, Il libro di Giona ha cambiato anche il modo di vedere il cinema e di fare film per Zlatolin Donchev?

Sì, sicuramente. Il documentario è un genere molto difficile da far stare dentro dei criteri e pratiche consolidate. Questo è il mio primo film di lungometraggio e con questo ho capito che il documentario dà la possibilità di distanziarsi dalla presa letterale della realtà e creare universi metaforici. Sono voluto tornare a una realtà pittorica piuttosto che a un progetto di storytelling che deve per forza narrare qualcosa. Alla fine l’ho fatto anche nel montaggio che è stato il processo catartico di questo film perché non sapevo dove volevo andare. Ho fatto una scelta di lavorare con inquadrature più ferme, “pittoriche” e astratte senza dover spiegare cronologicamente i fatti o rivelare troppe informazioni.

Progetti futuri per Zlatolin Donchev?

Sto lavorando su un altro documentario, adesso in fase di riprese. Quello che amo fare è entrare in fase di montaggio ancora mentre sto facendo le riprese per captare fin dall’inizio la finalità del progetto e scorgere dettagli, pattern e elementi ricorrenti che diano un senso a questo. Sto girando su un’altra persona enigmatica, il polo opposto di Massimiliano. Si tratta di una persona che lavora nell’ambito della gioielleria, della vendita di oggetti preziosi di antiquariato. Sarà più complesso del Libro di Giona perché tratta una realtà più complessa, ma è sempre il ritratto di una persona unica, enigmatica che si porta dentro di sé un fascino inspiegabile. A me appassiona scoprire, svelare o cercare di raggiungere il mondo interiore dei personaggi. Il lavoro principale è quello di cercare di abbattere le barriere. E, a lungo termine, permette di entrare nella vita delle persone e raggiungere una sorta di riconoscenza e intimità con loro che va al di là del film. Ed è la parte più difficile.

Sono Veronica e qui puoi trovare gli altri miei articoli

Libro di Giona

  • Anno: 2020
  • Durata: 70'
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Zlatolin Donchev