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CONVERSATION

La normalità è un’utopia. Conversazione con Rosa Palasciano protagonista di Giulia il nuovo film di Ciro De Caro

Rosa Palasciano è la protagonista di Giulia il nuovo film di Ciro De Caro

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In Giulia di Ciro De Caro Rosa Palasciano è una donna alla ricerca di se stessa  in un mondo privo di certezze. In esclusiva per taxidrivers.it abbiamo chiesto all’attrice di parlarci del film e del suo personaggio.

 

Tu e Ciro De Caro vi siete molto inseguiti, perché Giulia arriva dopo una serie di tentativi di girare un film insieme. Mi riferisco  in particolare a corti come Odio l’estate, ma soprattutto a Toi Non Plus che anche nel sottotitolo esplicita l’intenzione di essere un esperimento utile a un futuro lungometraggio.

 Sì, quello era un divertissement, un gioco tra amici. Avevamo un dialogo intimo che avevo scritto qualche tempo prima e da lì siamo partiti non sapendo bene cosa sarebbe diventato. Come dici, avevamo voglia di fare un film, ma aspettavamo che ci fosse l’idea e il mordente adatto per costruire una  storia articolata e provvista dei temi che ci stanno a cuore. In precedenza ci eravamo impegnati in un altra direzione. I corti erano una sorta di prova generale rispetto al film che volevamo fare. Si trattava di una storia di tutt’altro genere rispetto a quella di Giulia, poiché si fondava su una ricerca diversa, oserei dire più normale anche nel modo di organizzare le cose. Anche se alla fine è stato rimandato, quel progetto ci è servito per conoscerci e confrontare i nostri punti di vista. E’ stato un modo per trovare un comune codice di linguaggio. Avevamo voglia di girare subito, però non c’erano le condizioni per poterlo fare. Nonostante questo, l’urgenza di girare è rimasta, tanto è vero che prima di Giulia abbiamo fatto ancora un altro test che poi è diventato un altro cortometraggio, il terzo della serie.

Parli spesso di scrittura. Uno ti conosce come attrice, in realtà mi pare di capire che lo scrivere sia altrettanto importante nel tuo percorso artistico.

E’ una predisposizione che è sempre stata presente nella mia vita, anche se in realtà la voglia di farlo in maniera concreta è riemersa dall’incontro con Ciro. Lui mi ha spinto a tirare fuori delle cose che già facevo, ma senza alcuna pretesa. Come attrice credo molto nella formazione e nella ricerca. Avendone fatta tanta nel corso dell’apprendistato accademico e nelle interpretazioni teatrali, pensavo di non potermi mettere a scrivere senza aver fatto altrettanta  scuola. A parte questo, penso si tratti di un’attività molto utile per noi attori, perché diventa anche un modo per essere più indipendenti. Tra l’altro nella doppia veste di attrice e sceneggiatrice sperimentata in Giulia mi sono trovata del tutto a mio agio.

Hai scritto Giulia insieme a Ciro De Caro.  Da cosa è stata dettata la tua ispirazione? So che avete iniziato a lavorare prima dell’inizio della pandemia, per cui ti chiedo quali conseguenze ha avuto sulla scrittura ciò che poi è accaduto nel nostro paese e in che misura la fantasia si è mescolata all’ esperienza personale?

L’ispirazione nasce dal dialogo che abbiamo avuto con Ciro rispetto a un certo tipo di cinematografia. Abbiamo dei gusti molto simili, per cui abbiamo condiviso la visione di un certo numero di film sui quali ci siamo ogni volta confrontati, scambiandoci idee e punti di vista. Prima ancora  di pensare a Giulia mi ricordo le nostre discussioni sul cinema di Eric Rohmer, un autore che amo da sempre e di cui già da ragazzina avevo tutti i dvd. Con Ciro abbiamo rivisto la sua filmografia e anche lui è rimasto colpito da Racconto D’Estate e Pauline a la Plage. Da lì il desiderio di seguirne le impronte e nella fattispecie la forte urgenza di raccontare un concetto che si forma nel momento in cui viene girato.

L’ aneddotica racconta di Rohmer in giro per le strade  e seduto ai tavolini  dei bar   a osservare abitudini e modi di fare, poi presenti nelle protagoniste dei suoi film. Il nostro arrivava addirittura a pedinarle fino al punto di includerle nel cast dei suoi film. Ha fatto così anche Ciro con te, cioè c’è stato in qualche modo anche con te questo tipo di rapporto?

Non sapevo questa cosa di Rohmer, ma non faccio fatica a immaginarlo. In realtà per quanto riguarda la realizzazione di Giulia siamo partiti da un’ammirazione verso quel tipo di film, però poi ci siamo messi a scrivere mettendo a fuoco principalmente gli stati d’animo che volevamo raccontare e i temi che ci stavano a cuore.. Abbiamo creato delle situazione che poi sul set ho cercato di tenere fuori in termini di sceneggiatura. Questo per me è fondamentale perché sono molto animalesca  e molto viva dentro le situazioni del set.

Metterla fuori significa che alla sceneggiatura è subentrata la pancia?

Direi che è subentrata la vita.  La mia paura era quella di rimanere imbrigliata dall’immagine che avevo avuto del personaggio mentre ne scrivevo e cioè dal rischio di mettere in scena un’idea di donna e non la sua esperienza. Per cui, come sempre, ho lavorato sul personaggio cercando di privilegiare la parte istintiva, “respirandolo”  anche attraverso l’incontro con gli altri colleghi. E’ bello costruire dal “vivo” interagendo con gli stimoli forniti dallo sguardo della mdp. Amo riscrivere il film con le mie emozioni e con quelle del mio corpo,  anche perché nel caso di Giulia si aveva a che fare con una storia ad alto tasso emotivo.

Nei film di Woody Allen e di Noah Baumbach,  quando il titolo prende il nome del personaggio, si assiste a una forte identificazione tra quest’ultimo e l’attrice chiamata a interpretarlo. E’ avvenuta anche qui la stessa cosa?

Per fortuna no (ride, ndr). Diciamo che nella vita mi piace essere tranquilla per poi scatenarmi nell’interpretazione di personaggi estremi. Quindi a Giulia ho dato tutto le mie emozioni. Nell’interpretarla c’è stata una ricerca di similitudini tra me e lei. Il lavoro dell’attore è anche quello di andare a trovare delle cose che nella quotidianità non puoi vivere, perché si tratta di aspetti della personalità  troppo forti e impossibili da manifestare senza andare incontro a conseguenze negative (ride, ndr). Dunque sì, c’è stato un incontro tra la mia emotività, i miei pensieri, il mio sentire con quelli del mio personaggio. Poi il mio approccio alla vita è differente dal suo.

A questo punto siamo curiosi di sapere qualcosa in più a proposito di Giulia e della sua vita…

Lei è una giovane donna in cerca della propria identità. Si avvicina all’età adulta ma dentro di sé è tutt’altro che risolta per via dei vuoti causati da un’infanzia abbastanza difficile. Ha avuto un percorso di vita complicato e il risultato di tutte queste esperienze  rende difficile il rapporto con gli altri, impedendole di portare avanti una vita normale. Il suo è un modo di vivere folle ma anche poetico  che può essere visto come folle, ma anche perché lei ci prova in ogni modo a vivere bene: ha dei valori molto forti, è un po’ bambina, e un po’ idealista e questo le impedisce di trovare il luogo della sua normalità.

E’ in qualche modo un racconto di formazione?

Nel film il tema più più importante è quello dell’amicizia, perché poi Giulia inizia a cercare un posto dove stare bene e in cui sentirsi in famiglia. Di fatto lei all’inizio del film prova ad avere una vita ordinaria, anche se noi percepiamo che qualcosa non va bene. Quello che è normalità nella sua vita è una forzatura, perché pur provando a essere normale i suoi pensieri non lo sono.  Giulia ha bisogno dell’altro perché altrimenti sente di non esistere, quindi ha un attaccamento molto forte con alle persone. Nella gente, nel fatto di avere un lavoro e un fidanzato  trova il modo di dimenticarsi di sé nella speranza di sentirsi normale.

Tieni conto che in tutto questo abbiamo inserito anche la pandemia e dunque riscritto le scene per rendere la storia attuale. Il diffondersi del virus  e il relativo lockdown diventano l’esordio narrativo per metterla nella condizione di dover ricominciare tutto da capo. A causa della pandemia infatti Giulia perde tutto quello che aveva. Con la perdita dell’impiego è costretta a lasciare la casa in cui vive e questo si somma alla fine della relazione con il marito. In un attimo si ritrova a vivere per la strada.

Quindi a un certo punto la trama ha una svolta On The Road?

Sì, perché nel suo vagabondare incontra un amico che la inserisce in un contesto molto libero e in qualche modo simile a lei. Il confronto con la nuova realtà le fa capire che può vivere in maniera più libera e sciolta, a patto di stare con persone che sono un po’ matte come lei.

Da come lo racconti Giulia potrebbe essere un film molto drammatico oppure anche divertente. Quale registro avete scelto?

Dentro di me ho vissuto Giulia come una commedia drammatica. In ogni caso ti ringrazio molto per questa domanda, perché a volte è difficile capire il registro e nelle cose che vedo questo diventa sempre meno chiaro. Con Ciro ci siamo detti mille volte che la sfida era quella di scegliere un registro e tenerlo fino in fondo, perché  il viaggio di Giulia tocca diversi contesti esistenziali, per cui cambia il tono e a volte anche la lingua. Ogni personaggio che incontra è diverso dagli altri. Ognuno  si fa portatore di temi e di significati per lei nuovi, da cui la mutevolezza del paesaggio emotivo.

Mi dicevi dell’incontro con gli  altri attori del film e di quanto il rapporto con loro sia risultato importante per la definizione del tuo personaggio  Vogliamo fare i nomi, almeno di quelli impegnati nei ruoli principali?

Certo, sono Valerio Di Benedetto, Cristian Di Sante, Fabrizio Ciavoni.

I modelli a cui ti sei ispirata per  il film?

In generale a quelli che hanno formato il mio gusto personale: dunque ai fratelli Dardenne e i loro personaggi come pure a John Cassavetes. Con Ciro ci siamo visti molte volte Toni Erdemann. Nello specifico cerco sempre di pensare ad Anna Magnani e a Monica Vitti e alla direzione del loro percorso artistico.

Anche se tu hai uno sguardo, hai un viso molto poco italiani, tanto che vedendoti recitare in Toi no Plus credevo fossi un’attrice francese.

Sì, il cinema francese mi piace molto. Dunque per me è un bellissimo complimento perché in quello che faccio si nasconde il desidero di essere un’attrice internazionale. Tra le attrici straniere ho una predilezione per Gena Rowlands.

Nel frattempo hai lavorato  nella versione cinematografica de L’uomo dal Fiore in bocca diretta e interpretata da Gabriele Lavia. Parteciparvi ti ha dato modo di riunire le tue due anime, quella cinematografica e quella teatrale?

Sì, è stato un viaggio al confine tra il registro intimo del racconto cinematografico e la comunicazione più ampia e corposa del teatro. Eravamo immersi in un’atmosfera sospesa, onirica, immaginata e diretta da Gabriele Lavia. È stato chiaramente un omaggio, un atto di riconoscenza a Luigi Pirandello, al suo grande impegno nel teatro e nella letteratura. Sul set si parlava spesso della sua vita, c’era una grande voglia di avvicinarsi alla scintilla creativa dell’autore. Sono felice di aver dato il mio piccolo contributo a quest’opera di grande bellezza. Per un attore capire qual è la “misura giusta” attraverso cui esprimere la vita del personaggio non è facile. Penso che questa opportunità così particolare mi abbia insegnato molto, anche per il futuro. Mi porto a casa delle suggestioni del maestro Lavia che mi aiuteranno a sperimentare sempre di più nel mio mestiere!

  

Giulia