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Un Divano a Tunisi: la recensione del film di Manele Labidi Labbè

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Quanto pesa in un film di una regista esordiente la presenza di un interprete brava e affascinante come Golshifteh Farahani, capace di diventare in pochi anni una vera e propria musa del cinema d’autore internazionale lavorando con registi dal calibro di Asghar Farhadi, Jim Jarmush, Ridley Scott e molti altri? In Un divano a Tunisi di certo non poco perché oltre all’opportunità di poter contare su un’attrice così famosa – tanto più per un film indipendente come quello di Manele Labidi Labbé – c’era da tenere conto del fatto che la Farahani esule a Parigi per non aver accettato i diktat imposti dal paese che le ha dato i natali (L’Iran) è diventata nel frattempo uno dei simboli dell’opposizione all’integralismo islamico e sotto questo profilo spendibile in un lungometraggio la cui storia ne ne mette alla berlina – talvolta in maniera drammatica, talvolta in modo più leggero –  i risultati.

Sta di fatto che per la sua reprimenda l’autrice di Un divano a Tunisi parte da un incipit che da solo vale mezza storia e cioè dalla volontà della protagonista di lasciare Parigi alla volta di Tunisi per aprirvi uno studio di  psicologia. Se, da un lato, la peculiarità della scelta unità alla desuetudine del contesto ad accettarne le conseguenze sono fonte di una serie di disguidi e contrattempi in grado di tenere viva la storia dal punto di vista narrativo (a un certo punto infatti la nostra sarà costretta a farne di tutti i colori di poter praticare la professione ed evitare di chiudere l’attività), dall’altro non sfugge la portata metaforica dell’assunto in cui a stendersi sul divano e a essere psicanalizzato non sono soli i clienti della coraggiosa psicologa ma l’intera nazione, incapace, lei si, di liberarsi dai propri fantasmi.

Impeccabile nella confezione e garbato come ci aspetta  da una commedia di stampo classico, categoria a cui tutto sommato Un Divano a Tunisi appartiene, secondo noi il film non è altrettanto efficace nel perseguire il suo intento più profondo e cioè quello di fare le pulci e denunciare il malessere esistenziale del paesaggio politico, istituzionale ma anche sociale che concorre con le sue liturgie e i suoi rappresentanti a movimentare la vicenda. Nonostante la simpatia dei personaggi e la leggerezza con cui questi si relazionano alla protagonista Un divano a Tunisi non riesce mai a diventare altro, rimanendo in qualche modo irretito dall’intrigante sguardo della bella protagonista.

  • Anno: 2020
  • Distribuzione: Bim Distribuzione
  • Genere: commedia
  • Nazionalita: Tunisia, Francia
  • Regia: Manele Labidi Labbè
  • Data di uscita: 08-October-2020
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