fbpx
Connect with us

CONVERSATION

Un’attrice al di là di ogni sospetto. Conversazione con Alice Croci

Publicato

il

spore attrice

Con solo due lungometraggi alle spalle in quasi dieci anni di carriera, il primo, Happy Family del 2010 diretta da Gabriele Salvatores, il secondo Spore firmato da Alessia Di Giovanni,  Alice Croci ha scelto di essere coerente con se stessa e con il proprio mestiere facendo del cinema un mezzo per comunicare ed essere felice. Impegnata a modo suo la Croci rifiuta i cliché femminili proponendo da sempre donne contro. ribelli e arrabbiate non per moda ma per diritto.

 

In Giulia, la protagonista di Spore così come negli altri personaggi metti sempre in scena una delle dimensioni più ricorrenti dell’età giovane che è appunto quella della ribellione. È una costante nel tuo cinema.

Sì, è vero!

Volevo chiederti quanto c’è di te in questo atteggiamento  e quanto invece dipende dalla volontà di indagare una precisa condizione esistenziale.

Nei miei personaggi c’è una parte fondamentale della mia realtà.  Da adolescente questa era più presente e forse fa si che oggi mi sia rimasto dentro qualcosa di aggressivo e di ribelle. Tendenzialmente vengo presa per ruoli che hanno questa caratteristica. A livello filosofico, musicale e cinematografico sono sempre stata interessata a tutto ciò che avesse a che fare con la ribellione, dal movimento delle Riot Girl fino ad oggi. Mi sono sentita molto fortunata a poter lavorare con Alessia Di Giovanni (regista del film, ndr) su un film come Spore perché in Italia non si usa – se non in percentuale minima – raccontare qualcosa che dia fastidio alle persone e che spesso non si ha il coraggio di far sapere. Lei lo ha avuto e quindi mi sono sentita onorata di far parte del suo progetto.

Spore è anche un film in cui entrano in gioco diverse filosofie e anche diverse arti. Delle prime fa parte non solo il ribellismo che da sempre è un tema molto caro a certo cinema ma anche il milieu ambientale, le seconde invece intervengono nel processo creativo in maniera composita ed eterogenea. Nella tua carriera c’è spesso questo doppio binario. In Happy Family per esempio il cinema si rapportava alla scrittura, essendo la storia niente altro che la visualizzazione del libro scritto dal protagonista. Qui succede un po’ la stessa cosa perché Giulia e la sua amica Zippo, la sua amica concorrono a “scrivere” la storia film attraverso i disegni della loro fanzine.

Esatto, si.

Per interpretare la protagonista quanta di questa filosofia entra in gioco? Giulia peraltro è un personaggio che ha molte responsabilità all’interno del racconto.

Si, ne ha moltissime perché nel momento in cui tu sei non sei solo  la protagonista della storia ma colei che la racconta a posteriori si  viene a compiere la cosa più difficile. Si tratta infatti di narrare una vicenda che il tuo personaggio ha già vissuto e insieme di mettere in scena il momento in cui diventa consapevole dei significati da cui scaturisce l’assunzione di responsabilità. Questa è la cosa che in assoluto ti cala di più nel personaggio e secondo me è stata un’idea geniale perché raccontare certi temi senza sentirli nel profondo impedisce di arrivare al pubblico come vorresti. Questa cosa della scrittura a me personalmente è piaciuta davvero molto: tra l’altro io sono una che scrive tantissimo. Non ho mai avuto il coraggio di portare avanti un progetto di scrittura quindi quando mi è stato assegnato il ruolo di Giulia è stato molto emozionante perché l’ho sentita molto vicina a me.

Parlo dei tanti sentimenti che ha dentro e che non riesce ad esprimere se non con sfoghi aggressivi o improvvise chiusure.  Realizzando la sua fanzine si rende conto di poter cambiare la testa delle persone attraverso la cultura e l’informazione e da li in poi le accade di tutto e di più. Ho sentito molto lei e il suo percorso perché è davvero così che funziona la vita. Spore non ha una storia con un tema centrale attorno al quale gira attorno tutto il resto. In questo caso la vicenda inizia da un tema che poteva benissimo continuare per un’ora e mezza invece il film ti sbatte in faccia la realtà della vita e cioè che tutto parte da qualcosa di imprevedibile. D’altronde l’intera esistenza è dominata da eventi inattesi e da meccanismi intellegibili.

Tanto in Happy family quanto in Spore ti sei trovata a recitare in condizioni particolari. Nel film di Gabriele Salvatores esordisci  con un ruolo che ti costringe tra le altre cose a parlare rivolgendoti alla mdp; in quello di Alessia la sospensione tra passato e presente prevede consapevolezze diverse da parte del tuo personaggio. Dal punto di vista tecnico credo siano due lavori molto complessi.

Sì, assolutamente. In realtà per Happy family, essendo il mio primo film devo ringraziare moltissimo Alessandro Genovesi e Gabriele Salvatores perché loro mi hanno proprio accompagnata.  Tutto il cast lo ha fatto perché venendo da tre anni di corso di teatro per me l’unica cosa conosciuta – e anche per brevissimo tempo – era il palcoscenico. Avevo sedici anni per cui ero agli inizi. Mi ricordo il primo giorno in cui la sola idea di avere davanti a me la mdp mi terrorizzava. In realtà il fatto di poterci parlare mi ha aiutato moltissimo perché abituata ad avere un pubblico a cui rivolgermi interloquire guardando l’obiettivo è stato un sollievo.

Nonostante la tua età nelle sequenze in questioni sembri un’attrice navigata eppure gli attori mi dicono che parlare alla telecamera non è facile.

Infatti oggi secondo me farei molta più fatica. In quel momento mi aiutava proprio perché simulava la mia unica esperienza pregressa  che come detto era stata quella teatrale.

In Spore la coesistenza tra passato e presente fa si che tu debba recitare con consapevolezze che la protagonista non ha. Anche per questo quello di Giulia è un personaggio complesso su cui lavorare.

Sì, su questo Alessia ha organizzato un programma stupendo. Spore è stato girato tutto in sequenza temporale anche se con il montaggio la narrazione si è trasformata in un flusso di coscienza. Io ho avuto la sceneggiatura molto tempo prima e ogni volta che si partiva con un momento temporale diverso mi sono informata e insieme a lei siamo andate a vedere gli ambienti dove Giulia viveva e i posti in cui avrebbero dovuto svolgersi gli eventi. Per la questione della Fanzine siamo andati a casa di un ragazzo di cui purtroppo non mi ricordo il nome. Negli anni ottanta ne aveva aveva scritte moltissime quindi  abbiamo passato una giornata intera a leggerle e ad ascoltare audiocassetta calandoci completamente in quel mondo.

Aver parlato con la persona che le ha scritte mi ha fatto entrare dentro il suo universo permettendomi di trasportare questa passione nel mio personaggio. La stessa cosa è capitata anche con gli altri attori e per esempio con Jury Casagrande. Con lui avevo molte scene violente e per ognuna di esse avevamo sempre due o tre giorni per lavorarci insieme. Tra l’altro abbiamo avuto la possibilità di improvvisare molto per cui è come se la sfera esistenziale di Giulia si fosse creata per davvero, passo dopo passo. Il voice over finale l’ho fatto a distanza di un mese dalla fine delle riprese: questo mi ha permesso di riversarvi tutto il carico emozionale e la commozione trasmessami dall’esperienza vissuta dal mio personaggio. E’ come se fosse successa anche a me.

Happy family

In effetti sullo schermo sembra esserci stato un vero e proprio transfert tra te e il personaggio, secondo me favorito dalla regia di Alessia. Rispetto a Happy Family quella di Spore è una direzione meno controllata e questo ti ha dato la possibilità di muoverti liberamente sul set. Tra l’altro visto che bisognava ricostruire l’identità di Giulia e i motivi del suo malessere spesso a venire inquadrata non è la figura intera ma solo parti del corpo. Anche questi aspetti penso abbiano favorito l’immedesimazione nel personaggio.

Assolutamente. Poi, essendo un film indipendente tutti credevamo molto in questo progetto e non avevamo limiti di tempo per realizzarlo. Abbiamo fatto scene in giro per Vercelli in cui attacco manifesti. Ebbene, a differenza della realtà sullo schermo tutto si risolve in pochi secondi ma si tratta di una sintesi di riprese durate circa quattro ore. Senza quasi accorgersene Alessia si rivolgeva  a me chiamandomi Giulia (ride, ndr). Eravamo davvero fuori dal mondo! Ci siamo trasferiti nel Monferrato e in zona Vercelli e li siamo rimasti fino a fine riprese.

Si, il transfert c’è stato e anche molto pesante. Avevamo assoluta libertà. Alessia ci faceva improvvisare tantissimo quindi molte scene sono risultate diverse rispetto a quelle previste dal copione. Con lei mi sentivo veramente al sicuro. Avere una regista donna mi faceva sentire protetta. Alessia mi ha lasciato lo spazio per poter sperimentare e insieme abbiamo trovato cose bellissime che neanche lei si aspettava.

Il fatto di essere stata diretta da una regista penso sia stato determinante anche rispetto alla gestione del corpo femminile e a come mostrare la violenza ad esso inferto.  Immagino che sia stato un ragionamento che avete affrontato?

Si, certo, anche perché all’inizio io su alcune scene ero molto restia. Abbiamo parlato moltissimo. A lei avevo detto di non tollerare il nudo gratuito e la violenza immotivata  con cui il mondo del cinema spesso e volentieri mercifica le figure femminili. Mi spaventava quindi quest’idea, però come personaggio femminile Giulia mi faceva sentire molto forte. In più il fatto di avere dietro la mdp una regista come Alessia che comunque parlava con il personaggio e non con l’attrice mi ha freso più libera perché appunto tutto aveva un senso e una giustificazione. Abbiamo anche rivisto le scene crude prima di farne delle altre proprio per avere la sicurezza che a passare fosse il punto di vista artistico e lo sviluppo della storia, eliminando tutto il resto.

A cominciare dal voyeurismo

Esatto. Stabiliti questi punti tutto è venuto da se. Io mi sono sciolta dai limiti che sentivo di poter avere in una situazione del genere.

In questo senso la tua mi è sembrata un’interpretazione molto forte e coraggiosa, comunque basata su una performance in cui diciamo ti metti a nudo in un cinema italiano che da una parte mercifica il corpo e dall’altro lo lascia spesso fuori campo, soprattutto quello giovanile. Al contrario nel film la presenza del corpo è determinante.

Sì, credo fosse necessario e alla fine quando ho rivisto il film non mi sono sentita per niente violata. Io che non metto nemmeno le foto su Instagram.

Era una cosa che volevo chiederti, quella della tua ritrosia ad apparire.

Ogni foto che devo fare mi crea delle difficoltà; anche per lavoro faccio solo primi piani  o mezzo busto. Non ho proprio una passione per questo genere di cose per cui all’inizio ero abbastanza preoccupata e invece rivisto il film non ho avuto problemi. La stessa cosa è successa anche quando sono uscite le prime fotografie: non mi sono sentita in nessun modo utilizzata, anzi ero contenta di come questa cosa fosse riuscita a passare. Penso che anche il pubblico l’abbia letta così.

Un ruolo così è molto raro nel cinema italiano, anche nella maniera in cui viene proposto.

Si, esatto perché tendenzialmente le ragazze hanno sempre ruoli con una forte componente di fragilità. Giulia ce l’ha però è una fragilità onesta. Per questo non viene incasellata come la ragazzina indifesa,  costretta suo malgrado a esporre il corpo alla visione degli altri.

In questo senso Giulia rimane fino alla fine un personaggio antagonista. Nonostante le fragilità rimane coerente fino in fondo al proprio modo di essere. Il suo è un carattere forte e tale rimane, senza alcun accenno di ripensamenti o di buonismo.

Si, esatto. Oltre al buonismo, di solito presente in film come questi, a mancare è anche la componente eroica. Lei non si trasforma in eroina, assolutamente no. Giulia è così e noi in tal modo la raccontiamo, in maniera coerente al suo modo di esistere. Non diventa mai un’eroina ma riesce a essere assolutamente bilanciata perciò tutto quello che fa è giustificato.

Tu prima facevi cenno ai Social e riflettendo sulla gestione della tua immagine a emergere  è il fatto che su di essi non sei presente nella maniera in cui lo sono i tuoi colleghi. I riferimenti al tuo lavoro sono quasi assenti  così come gli aspetti promozionali. Il fatto che tu rimanga in qualche maniera un passo indietro rispetto a una gestione popolare della tua immagine secondo me giova alle tue interpretazioni perché ti si identifica solo con il  personaggio mentre su di te rimane un alone di mistero.

(ride, ndr). In realtà quando tra gli attori è scoppiata la mania dei social ero stata spinta a mettere su fotografie nel modo in cui ti dicevo prima. Più tardi mi sono resa conto, soprattutto insegnando  teatro alle medie e alle superiori che sui social le mie studentesse li utilizzavano come vetrina utile a farle entrare in qualche agenzia, magari spronate anche da me che dietro le quinte dicevo loro di farsi avanti perché avevano dentro qualcosa. Un po’ alla volta però tutto questo si trasformava in una esposizione che finiva per togliere loro dignità, facendole diventare delle altre persone. Ho cercato di spiegarglielo in vari modi e alla fine mi sono sentita di offrire loro un altro modello attraverso il mio modo di fare.

Il fatto di non portarti dietro un immaginario precostituito  da una parte ti toglie qualcosa in termini di popolarità/visibilità, dall’altra ti permette di sparire con più facilità all’interno del personaggio.

Sono perfettamente d’accordo. Uno dei mie insegnanti mi diceva di continuo che l’attore non dovrebbe dare un’immagine predefinita di se stesso altrimenti non è tale per cui questo è quello che ho cercato di far passare nel mio lavoro.  E qui torniamo un po’ alla polemica e alla ribellione che un po’ mi porto dentro. Non sono molto felice del mondo dello spettacolo.

A proposito del tuo rapporto con questo mondo,  durante il lockdown molti attori si sono resi molti visibili attraverso iniziative e spettacoli online, altri ne hanno approfittato per rivendicare i diritti di categoria. Su quest’ultima questione mi pare di avere letto un tuo passaggio che andava controcorrente rispetto al pensiero generale.

Si, di recente ho avuto delle perplessità su quello che sta succedendo perché in realtà sono anni che ci sono dei problemi nel nostro settore causa il mancato riconoscimento dei diritti della nostra categoria. Senza entrare nel dettaglio penso ci siano delle lotte da fare nel mondo dello spettacolo. Proprio per questo sono rimasta entusiasta da quello che mi ha proposto Alessia. Credo ci siano delle cosa da dire sulla qualità del lavoro che viene prodotto, sulla qualità degli attori che vengono mandati in scena costantemente e sul modo che si ha di scegliere un attore. Brutalmente, anche sulle nostre paghe. Essere attori è un lavoro: che ne sono circa 45000 e senza parlare di me ti dico che ne conosco molti di bravi purtroppo ancora senza lavoro.

Le difficoltà del periodo hanno portato alla luce in maniera clamorosa le difficoltà della vostra condizione.  A fronte di un immaginario che lo spettatore immagina tutto rose e fiori c’è una categoria tra le più precarie della nostra società.

Esatto, e secondo me ci sono dei modi per lottare in questa direzione. Esistono case di produzione indipendenti con cui si può collaborare  per cercare di dire qualcosa al pubblico. Ci sono tante associazioni, tanti modi per farsi vedere. Anche l’insegnamento può dire la sua cercando di cambiare la testa dei ragazzini nel tentativo  di indirizzarli in una direzione più umana e dignitosa. Sono rimasta abbastanza scioccata dall’hashtag che è uscito ultimamente – “ noi siamo senza voce”  – perché è vero, lo siamo da tanti anni quindi non è questa la lotta che dobbiamo fare.

La battaglia da combattere è quella di far tornare il mondo del cinema, del teatro e dello spettacolo a un metodo più meritocratico e più inserito nel sistema; come artisti non possiamo tirarci sempre fuori e poi lamentarci della condizione in cui ci ritroviamo.

Tutto questo mi pare tu lo faccia anche attraverso il modo di intendere il tuo lavoro e attraverso le scelte di carriera.

Si, esatto. Forse non è un ragionamento corretto ma in questo momento preferisco rimanere sui miei principi e quindi lavorare sul territorio in progetti indipendenti piuttosto che accettare forme di cinema e di teatro lontane dal mio credo.

Nel 2010 hai esordito con Happy Family nel 2010 mentre  Spore, il tuo secondo film, arriva a quasi dieci anni di distanza. Mi pare che questa sia anche la conseguenza del modo in cui vivi la tua arte?

Si, perché non accondiscendendo ai molti compromessi che mi erano stati chiesti dopo Happy Family ne ho subito le conseguenze. Preferisco così. Voglio fare questo lavoro perché desidero raccontare qualcosa, comunicare il mio pensiero e sentirmi bene nel farlo. Se ciò che mi viene proposto non rientra nelle mie corde evito di presentarmi al provino.

Tornando a Spore penso ci sia una grossa responsabilità nel presentare un modello di giovane donna come quello di Giulia considerando che dopo il  #METOO il cinema ha cavalcato l’onda di ribellione proponendo bad girl sempre più stereotipate. Oltretutto il tuo personaggio conferma quanto si diceva con Cristina Comencini e cioè come la società reagisca con violenza alle forme di libertà femminile, soprattutto quando è messa in atto da donne più giovani.

Si, non so quando riusciremo ad uscire da questo impasse ma secondo me Alessia ce l’ha fatta. Ci sono anche altri esempi, ma non tanti come dovrebbero essere. Ti dirò, in molti dopo aver visto il film mi hanno detto – non con cattiveria – che a loro il mio personaggio stava antipatico. A riguardo sono convinta che se Giulia fosse stata un uomo non sarebbe stata antipatica a nessuno. Questo perché non siamo più abituati a vedere personaggi femminili veri. Per l’uomo non funziona così: anche se non ha le caratteristiche che ci piacciono va bene comunque. Alla donna tale privilegio viene negato.

E questo la dice lunga.

Esatto. Penso che questo sia un po’ l’emblema della condizione femminile. Da una parte all’altra veniamo incoraggiate a dire le cose come stanno poi quando lo fai ti dicono che il tuo personaggio è antipatico solo perché non corrisponde alle vecchie aspettative. E’ una mentalità difficile da cambiare.

Queste reazioni costituiscono una perfetta cartina di tornasole.

Bisogna abituare le persone ed è un lavoro lungo.

Lo spettatore è abituato  a un immaginario diverso. Come si diceva anche le bad girl del cinema mainstream per quanto bad alla fine sono del tutto inglobate nel sistema.

Si, le bad girl come pure le femme fatale.

Esattamente! anche quando sono bad si devono concedere. Volevo chiederti di due sequenze in particolare. Quella di te davanti allo specchio con la pistola mi è sembrata un omaggio a Taxi Driver: tra l’altro come il Travis Bickle di Robert De Niro anche tu sei a torso nudo. Volevo chiederti se in qualche modo avevi in mente il film di  Martin Scorsese. L’’altra invece è quella insieme a Valentina Lodovini culminante in uno scontro prima verbale e poi fisico.

In quella dello specchio, si, assolutamente, era inevitabile (ride, ndr). Ero molto agitata per quella scena. L’abbiamo fatta con un piano sequenza. In realtà, da quando metto la musica e inizio a ballare ricordo molto poco. Ti dico la verità, avevo in mente di fare alcune cose, anche ripensando alla scena che avevo in mente. Volevo dare un’immagine forte del personaggio però ero distrutta perché ballavo e bevevo da un’ora e mezza e quindi ho buttato fuori di tutto. Alessia ha ripreso ogni cosa quindi era  veramente come se fossi nella mia camera e stessi tirando fuori la rabbia che Giulia aveva in corpo. E’ stato proprio un’escalation e una volta arrivata davanti allo specchio la sequenza è stata fatta subito. Lei mi ha dato tutto il tempo di cui avevo bisogno ed è venuta così. Abbiamo pensato più di una volta di tenere il reggiseno e lei mi fa: “vedi come arriviamo alla fine, valuta tu”. 

A me è sembrata perfetta per efficacia iconografica e  livello di tensione. Volto e occhi suggeriscono che il transfer tra te e Giulia è totale. Potrei perfino arrivare a dire che nella scena originale c’era la scuola americana in azione, nella tua una combinazione tra Giulia Alice.

Si, esatto

Invece quella con Valentina ?

Anche lì abbiamo parlato molto per cercare di creare una specie di coreografia stando attente a non farci male. Abbiamo improvvisato tanto, anche in termini di battute. Alessia ci diceva di farlo tenendo sempre a mente quali fossero i ricordi di Giulia. Essendosi assicurata di quello per lei non era importante che usassimo le stesse parole. La scena l’abbiamo fatta moltissime volte e dopo un po’ ci siamo rese conto che la coreografia non funzionava perché Giulia e Laura hanno un passato terrificante, sia personale che comune, quindi quello scontro era troppo viscerale per poterlo ricreare meccanicamente. Dunque abbiamo scelto dei punti fermi entro cui stare, dopodiché siamo andate libere e in realtà ci siamo fatte anche molto male (ride, ndr).

Spore: una scena del film: 510517 - Movieplayer.it

Ti ho fatto questa domanda perché con la Lodovini vi strattonate parecchio.

A un certo punto le ho dato una gomitata nell’occhio e non potevamo più girare mentre lei mi ha tirato uno schiaffone così forte che penso me lo ricorderò per tutta la vita (ride, dr), però è stata una scelta comune, fatta in favore della verosimiglianza. Serviva qualcosa di forte per cui fidandoci una dell’altra ci siamo dette di dosare la forza ma di non preoccuparsi se in certi momenti saremmo andate oltre. 

Nelle tue performance esiste sempre una dialettica tra  il tuo corpo, minuto e nervoso, e la tua presenza, forte ed energica. Volevo chiederti se in qualche maniera ne sei cosciente, se lavori su questi due aspetti?

Credo che questa cosa mi sia rimasta da quando ero piccola. Sono sempre stata la più bassa, la più piccola ed ero molto arrabbiata perché non mi andava di essere quella più piccina. Ho sempre lavorato per dare l’idea di essere più grande di quello che ero. In questo il teatro mi aveva aiutato tanto e in realtà l’avevo scelto proprio per questo, perché non mi sentivo mai all’altezza. Comunque si, è una è cosa che voglio. In realtà non mi piace sembrare indifesa.

Nelle tue interpretazioni è sono molto importante l’uso degli elementi accessori. Dei vestiti così come della mise dei capelli. Il personaggio di Giulia dice di mettersi le borchie perché a lei gli indumenti servono come corazza. In effettiva si tratta dello stesso principio utilizzato per il ruolo di Happy Family. Quanto conta tutto questo nella nella costruzione del personaggio?

Tantissimo perché ti permette di uscire da te stesso. Secondo me i costumi sono fondamentali. Sono sempre stata molto propensa a sfruttarne le suggestioni a cominciare da Happy Family. A quel tempo avevo lunghi capelli biondi ma per il ruolo me li sono dovuti tagliare e tingere di bianco. Per il cinema mi sono rapata a zero tre volte e l’ho fatto volentieri perché per cercare il personaggio si parte dall’aspetto. Se appaio come me stessa c’è da fare un  lavoro doppio e non trovo che sia neanche giusto. Se il regista ti immagina in un certo modo è bello che lo condivida con te ed è ancora più bello lavorarci fino in fondo. I vestiti incidono sulle movenze: nel caso di Giulia gli anfibi con cui va sempre in giro modificano la mia camminata. Avere i capelli rasati di lato mi fa muovere il viso in un certo modo. Per cui si, sono consapevole di questi aspetti. 

Il risultato è che fuori dal set o nei social la tua immagine è completamente diversa. Questo ti permette di identificarti  meglio nei personaggi

Mi fa piacere, io lo sento molto e quindi se funziona ne sono contenta.

In termini produttivi i film a cui hai partecipato sono di segno opposto. Se Happy Family era il tipico progetto mainstream, costruito sulla base di grandi possibilità economiche e mediatiche Spore ha tutte le caratteristiche del cinema indipendente a partire dalla libertà  con cui è stato realizzato. Del film di Salvatores che ricordi ti restano?

Ovviamente parliamo di mondi completamente differenti però al di là della mia costernazione di sedicenne di fronte a un set di quel livello nel cinema indipendente le tempistiche ti permettono di lavorare di più su tutti gli aspetti del film mentre per Happy Family  l’orario di fine riprese era quello che tu avessi finito o meno. Nel film di Gabriele di prove non ne ho mai fatte proprio per ragioni di tempo e questo penso non sia positivo perché avere la possibilità di approfondire i personaggi è sempre interessante per tutti. Comunque anche Salvatores per come mi ricordo lascia spesso gli attori liberi di improvvisare quindi in realtà le differenze sono minime e riguardano in particolare i tempi di lavorazione. Per il resto ho avuto la fortuna di lavorare con una persona che non mi diceva di limitarmi a ripetere le battute ma che se vedeva una cosa carina ci perdeva anche un quarto d’ora per cercare di tirarla fuori, In più era sempre sul set e recitava anche lui con gli attori. Anche se era una produzione così grande ho avuto modo di sentirmi a mio agio nonostante l’età. Ero libera di improvvisare e potevo farlo lavorando faccia a faccia con il regista.

Hai dei progetti in corso? Ti vediamo così poco mentre  avremmo voglia che le occasioni di incontrarti fossero più numerose.

In realtà in questo momento no. Sto scrivendo un film che prima o poi mi piacerebbe realizzare. Ho la fortuna di conoscere tante persone che fanno questo lavoro e che credono in questo tipo di progetti. Io lavoro anche con una casa di produzione indipendente in cui mi occupo dei vari progetti.

Del tuo film saresti solo sceneggiatrice o anche regista?

No, assolutamente. Lo farei come sceneggiatrice e attrice. Voglio mettermi nelle mani di qualcun altro di cui mi fido (ride, ndr)

Ultime domande. I tuoi modelli d’attrice e il cinema che ami come spettatrice?

Adoro i film francesi e poi mi piace molto David Lynch. La mia attrice preferita penso sia Marion Cotillard. 

Il motivo, se ti posso chiedere?

Il modo di recitare e il fatto che sia camaleontica. Poi ho visto il monologo che ha fatto nell’ultimo Macbeth e li penso di aver detto “ok, lei è inarrivabile, forse è meglio che lasci perdere con questo mestiere”. Ah, mi piace moltissimo Elio Germano. È bravissimo. Ho appena visto Alaska.

Secondo me una delle sue più belle interpretazioni

Esatto!.  Già mi piaceva prima ma li ha proprio dimostrato di essere fantastico.

Dimmi almeno un titolo di film

Mi viene in mente La schiuma dei giorni………

LEGGI INTERVISTA A ELIO GERMANO

LEGGI INTERVISTA A GUIDO CHIEDA

Registrati per ricevere la nostra Newsletter con tutti gli aggiornamenti dall'industria del cinema e dell'audiovisivo.

Commenta