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Fahrenheit 451

“Making Movies” di Hector Luis Belial

FAHRENHEIT 451:continua il sodalizio TAXI DRIVERS/FLANERI’. Il libro di questa settimana è “Making Movies” di Hector Luis Belial. “Making Movies” è la storia di un giovane pittore dallo straordinario talento, che vive nell’America dei Writers degli anni ’80. Belial è spregiudicato sulla pagina, disgrega la narrazione, la frantuma. La razionalità e la fantasia assomigliano al cielo e alla terra che si inseguono, fuggendo lontano, sono percorsi paralleli che aspirano a ricongiungersi nel confine sottile dell’orizzonte, nella luce di un intenso albeggiare.

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Chi è Belial?

Nel Paradiso Perduto Milton distingue Belial da Satana, parlando per la prima volta di un demone dell’impurità. Il Belial che scopriamo in Making Movies ricorda più un angelo dell’impurità, sospeso tra la ricchezza espressiva dello stile e il nero più cupo della trama. La poesia della parola scritta sublima l’avventurosa tragedia di vivere  nei sobborghi di New York. Tra le luci di Manhattan e l’oscurità del Bronx le pagine assomigliano ai fotogrammi di un film in lavorazione, alcune bruciano le dita, altre meravigliano, altre ancora spiazzano il lettore.

La forte sperimentazione dello scrittore, giovanissimo, che lascia la sua identità protetta dal velo dell’ispirazione artistica si unisce alla vita del protagonista, rivelando la strabiliante creazione di  un universo sospeso a metà strada tra finzione e verità.

Making Movies è la storia di un giovane pittore dallo straordinario talento, che vive nell’America dei Writers degli anni ’80. Belial è spregiudicato sulla pagina, disgrega la narrazione, la frantuma. La razionalità e la fantasia assomigliano al cielo e alla terra che si inseguono, fuggendo lontano, sono percorsi paralleli che aspirano a ricongiungersi nel confine sottile dell’orizzonte, nella luce di un intenso albeggiare. Leggere è aprire gli occhi su questo mondo. Ecco le prime frasi:

“- Jamar, Jamar, apri gli occhi Jamar! Ora puoi guardare!
Le palpebre si schiusero, lentamente. Occhi di bambino, spalancati come due falle nello scafo di una nave, nel naufragio in un mare di pastelli.
Quando Jamar aprì gli occhi, tutti i colori del mondo, in un’unica, pirotecnica ondata, affogarono l’oscurità nella sua testa.”

Nulla è casuale, anzi, si svela subito una maturità narrativa ed espressiva impressionante. Il protagonista, Marcus Jamar, ricorda da lontano la storia di Jean-Michel Basquiat, il famosissimo artista di colore, morto a soli 28 anni di overdose. Basquiat fu scoperto in un ristorante di SoHo, quando, giovanissimo, cercava di vendere le sue cartoline per sopravvivere. Qui incontrò Henry Geldzahler ed Andy Warhol, e proprio quest’ultimo lo rivelò al mondo, consegnandolo al  suo ineluttabile destino. La prima mostra personale di Basquiat avvenne nel marzo del 1982 a Modena e, contemporaneamente, a New York nella galleria di Annina Nosei.  I suoi quadri nascono dai graffiti sui muri della metropolitana di New York. La caratteristica fondamentale della sua arte fu la contaminazione delle parole, delle lettere poste a far parte di un quadro astratto. Allo stesso modo Belial contamina la trama di un “noir” con passaggi di assoluta poesia. Tiene i lettori sospesi nello spettacolare gioco dei contrasti, tra bene e male, tra dolore e amore, tra la visione di un film di un fantomatico regista e la vita reale, svelando il mistero di un sogno artistico che lacera i confini della realtà:

“Mentre la pellicola scorreva tra gli intestini elettrici del videoregistratore, Jamar iniziò a tracciare, quasi meccanicamente, degli scarabocchi. Con un grosso pennarello, sul retro di una fotocopia, con gli occhi fissi sullo schermo. […]
Tracciava segni spasmodici, neri, e dolorosamente astratti.
A volte i suoi occhi cadevano sul foglio. Li riattaccava immediatamente al film[…]
Jamar si sentiva attraversato come la carta dalla penna; e se il pittore era la carta, la penna era stata stretta dalle dita di quello stesso Vitali, con abbastanza forza da tracciare una linea capace di sorvolare il tempo, e lo spazio, diramandosi in direzioni inaspettate e clandestine, come la Videoteca Green, ad esempio. Chiamatela arte, chiamatela industria internazionalizzata della cultura. Ma Jamar, quella linea la chiamava destino.”

Troppe volte il genere “noir” diventa un espediente difensivo, un modo cioè per attingere alla spettacolarizzazione, alla violenza, alle tenebre dell’anima, cercando lo stratagemma più semplice per arrivare  al lettore. Con Belial questo principio decade, Belial riesce a stupire e a meravigliare, i tratti dei personaggi e la sua poesia sono spumeggianti, palpitano, la storia stessa ha il sapore della sabbia e del catrame della strada,  i suoi colori sono quelli forti di un graffito che aggiunge  al cemento della città l’anima di un’esistenza ai margini del mondo… Making Movies si rivela nei suoi opposti, geniale e sregolato! diventa un libro che si può amare oppure odiare, senza compromessi. E’ una lettura travolgente  e sorprendente tutta da scoprire.

Diego Rossi

Flanerì

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