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Approfondimenti

La Top 10 di film giapponesi imperdibili! Dal 2000 al 2020

Classifica dei 10 film giapponesi degli ultimi 20 anni.

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Quali sono i film giapponesi horror, samurai, animazione, azione, drammatici (non solo 2019-2020) che ci sono rimasti impressi nella mente negli ultimi anni? Netflix, Prime, Mubi e le migliori piattaforme, ci permettono di riscoprire dei piccoli classici che è un piacere ripescare e riproporvi.

Il cinema orientale è una realtà complessa e politematica sempre più presente nel panorama cinematografico internazionale. Questa top ten di film giapponesi, dagli anni 2000 ad oggi, non vuole assolutamente essere una classifica, ma piuttosto proporre una visione molteplice ed eterogenea.

Brother di Takeshi Kitano (2000)

Dopo la sconfitta subita da una famiglia rivale Aniki Yamamoto (lo stesso Kitano), tradito e abbandonato, decide di mettersi sulle tracce di suo fratello Ken, trasferitosi a Los Angeles. Quest’ultimo insieme ad alcuni suoi amici, ha messo in piedi una gang di spacciatori e con l’arrivo di Aniki, l’ascesa dei giovani gangster sembra quasi inarrestabile.

Il regista utilizza ogni unità tecnica quali regia, montaggio, fotografia e recitazione per ricreare, efficacemente, un intreccio culturale. Brother si alimenta nel torbido e nel misterioso invisibile, tipico del fuoricampo. Altro elemento tecnico che emerge prepotentemente è uno scrupoloso e, allo stesso tempo, curioso uso della soggettiva, che si snoda fra primi piani frontali e personaggi presentati nella loro interezza senza inquadrarne la testa.

Dietro agli strumenti tecnici va in scena la silenziosa efferatezza della mafia orientale, facendone un film pulp che si direziona verso un artistico splatter . Un film da vedere per scoprire cosa significa, veramente, fare regia.

Visitor Q di Takashi Miike (2001)

Si narrano le inquietanti e assurde vicende nelle quali sarà coinvolta la famiglia Yamazaki, forse uno dei nuclei familiari più disastrati nella storia del cinema.

Premettiamo che Visitor Q non è sicuramente una visione facile in quanto si affacciano due piani: quello mentale e quello psicologico entrambi prepotenti e decisamente complicati da sopportare. Quello che Miike vuole affrontare è l’analisi della famiglia nipponica, media pesantemente relegata sotto un velo di apparenza gerarchica.

Cominciano poi a delinearsi, con una lentezza ben calibrata, una serie di nefandezze eccessive e insostenibili; il tutto girato con uno sporco analogico. L’arrivo di un visitatore finirà per far esplodere tutte quelle ansie, desideri e rabbie represse.

Il film delinea così un Giappone ipocrita, sporco e represso dalle sue stesse regole obsolete. Miike sembra così, osservata anche la deriva che il finale assume, calcare decisamente la mano; tuttavia se si entra nella poetica del regista siamo semplicemente assistendo a delle dinamiche familiari credibili, ma estremizzate nel loro accumularsi.

Visitor Q è così una lettura tanto più chiara quanto più si fa estrema e improbabile: la famiglia Yamazaki è un concentrato di drammi socio-culturali fossilizzati, apaticamente accettati e senza soluzione alcuna; sarà solo attraverso uno sguardo e un consiglio “estraneo” che si potranno aprire gli occhi.

Visitor Q" di Takashi Miike - Recensione - Critical Eye

La città incantata di Hayao Miyazaki (2001)

Il film racconta la magica avventura di Chihiro nelle terme degli spiriti della strega Yubaba, trasformandosi così in un viaggio allegorico attraverso la scoperta di valori come l’amicizia e la disciplina: un passaggio dall’infanzia all’età adulta.

Un capolavoro che ha fatto incetta di premi fra cui anche l’Oscar per il miglior film d’animazione. La storia è accompagnata dalle note di Joe Hisaishi senza le quali il film non assumerebbe lo stesso fascino.

La città incantata è uno di quei film che lascia spazio a molteplici, eterogenee e complesse interpretazioni facendone un condensato di tutti quei temi cari a Miyazaki: la riflessione sulla società capitalistica giapponese, la sua perdita identitaria, passando alla tematica ecologista, per arrivare alla ricerca dello spirituale, quindi al tema della paura, fino alla nostalgia provata in età infantile.

Diviene così un film pedagogico in cui si segue, in modo sincero, l’evoluzione della protagonista. Miyazaki la ritrae costretta, gradualmente, ad adattarsi all’ambiente che la circonda, ad aprirsi alle sfide che si trova davanti e ad affrontarle compostamente, in un perenne equilibrio fra bene e male senza possibilità di discernere fra i due in quanto entrambi necessari .

Un’opera davvero complessa, un classico da vedere e rivedere per scoprirne, ogni volta, lati nascosti e sopiti.

5 buoni motivi per rivedere La città incantata - Wired

Symbol di Hitoshi Matsumoto (2009)

Symbol è il secondo lungometraggio di Matsumoto, dopo l’esordio con Big Man Japan (2007); rappresenta una vetta poetica-creativa veramente considerevole, coniugando profonde riflessioni a una commedia dai toni weird.

Il nonsense che governa l’opera, testimonia la capacità giapponese di percorrere nuove strade senza paura di perdersi in un mare di sana follia. La pellicola si divide fra due storie completamente diverse e, apparentemente, scollegate l’una all’altra. La prima è ambientata in Messico dove un lottatore di wrestling deve scontrarsi con un avversario molto più in forma di lui; a questa componente realistica, si affianca quella surrealistica della seconda storia nella quale un uomo in pigiama (lo stesso regista), si risveglia all’interno di una stanza bianca senza via d’uscita.

Sarà proprio questa componente grottesca e fantastica a tenerci incollati allo schermo provocandoci molteplici domande; del resto le pareti bianchi che intrappolano il regista-attore sono il caos che governa le nostre esistenze, con dimensioni deliranti che si intrecciano senza alcuna regola.

Matsumoto traduce in immagine una riflessione filosofica sulla natura dell’uomo e del divino, il passaggio dall’infanzia all’età adulta, il destino e l’autodeterminazione: un’idea geniale tradotta con straordinaria semplicità, originalità e con una vena estremamente ludica.

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Departures di Yōjirō Takita (2010)

Premio Oscar come miglior film straniero, Departures parla di Daigo Kobayashi un giovane violoncellista, costretto a tornare nella sua città natale dopo lo scioglimento dell’orchestra di cui faceva parte. Per mantenere se stesso e la moglie, Daigo accetta un impiego come cerimoniere funebre.

Il film ruota intorno al concetto di morte, cosa rappresenti e come ci rapportiamo a essa: atavici quesiti verso i quali ogni società ha da sempre, più o meno inconsciamente, cercato di dare risposta. Ogni elemento riconducibile alla morte viene posto in una totale sospensione semantica, il trapasso diviene così “mancanza”, “perdita”, o “dipartita”.

La peculiarità del lungometraggio sta proprio nel rendere, anche visivamente, la cura estrema dell’Arte della ricomposizione mortuaria e così facendo, si procede senza clamori in una dimensione delicata e sottile.

Grazie alla colonna sonora di Joe Hisaishi si trasforma l’esperienza narrativa e visiva in una catarsi, dove tutto è pervaso da un profondo rigore formale espresso in inquadrature pulite, sottili movimenti di macchina e una totale assenza di virtuosismi. La sceneggiatura si costruisce così per accumulo di situazioni e simbolismi attraverso i quali si può manifestare la parabola emotiva di Daigo, fino alla ricongiunzione finale: i rancori di una vita sono accantonati e trasformati in un silenzioso saluto, fra una vita nuova e una che si spegne.

Departures | La Porzione

Confessions di Tetsuya Nakashima (2010)

Una bambina viene trovata morta nella piscina di una scuola. La polizia archivia il caso come un incidente ma la madre, insegnante di scuola media Yukio Moriguchi, non ne è convinta e decide così di farsi giustizia da sola.

Confessions si presta a varie interpretazioni siano esse sul sociale, sul bullismo, il cinematografico o la revenge. Il film procede così a ritroso, come se tutto fosse già avvenuto e mediato dalle stesse parole che si fanno racconto e immagine.

La sensazione che pervade tutto il film è un tangibile senso di attesa verso la vendetta che diventa lunga, instancabile, inesorabile, anche grazie al costante e ripetuto uso dello slow motion. I tempi si trasformano come un elastico che si allunga e si accorcia; un dramma dalle tinte psicologiche diviene pretesto di denuncia sociale, specificatamente verso i media, la famiglia, la scuola e, in generale, verso l’istituzione.

Un thriller con tinte orrorifiche dove la chiave di tutto sta nel titolo stesso: un fiume continuo e ininterrotto di confessioni che coinvolgono più mezzi e più persone. In questa danza nessuno ottiene l’assoluzione e tutti sono complici di una società completamente alla deriva.

Confessions (2010) di Tetsuya Nakashima - Recensione | Quinlan.it

La storia della principessa splendente di Takahata Isao (2013)

Alla base della sceneggiatura vi è la Taketori Monogatari, una delle più antiche storie del Giappone risalente al X secolo, la quale racconta di un tagliatore che trova all’interno di una canna di bambù, una minuscola bambina e decide di tenerla. In realtà la piccola è una principessa proveniente dalla Luna, inviata lì per scontare la pena di condurre una vita umile assieme agli uomini.

Il regista attingendo solo in apparenza a uno stile classico, lo trasforma in innovativo e sperimentale: disegna così personaggi e fondali contemporaneamente, in maniera tale che il mondo esperito con forza primordiale dalla protagonista possa tradurre, nello spettatore, la medesima vibrazione emotiva.

Un’animazione che ha l’intento di mettere in primo piano il sentimento piuttosto che la dimensione realista. Takahata costruisce così la summa teorica e artistica del suo cinema e il suo ecologismo non si fa ingenua propaganda, bensì la contraddittoria presa di coscienza di un intellettuale che riesce a tradurre il mondo con gli occhi di una bambina.

Il film diventa una parabola di crescita femminile e non solo, un viaggio a tappe nei sentimenti contraddittori della vita, in cui il termine ultimo è il raggiungimento del Nirvana per poter provare un ultimo sentimento umano: la nostalgia per la vita.

La storia della principessa splendente (2013) | Quinlan.it

The Whispering Star di Sian Sono (2016)

Protagonista del film è una androide che fa il corriere per gli uomini, viaggiando a bordo di una nave spaziale nella quale tutto è fortemente vintage e analogico. La protagonista Yoko (Megumi Kagurazaka), interpretata dalla moglie del regista, viaggia assieme al computer di bordo 67 MAH Em.

Il lungometraggio spicca per l’affascinante e nobile regia, parlando allo spettatore pressoché attraverso la composizione delle inquadrature dove i dettagli e il montaggio si fanno quasi un film muto. Il regista sembra dirci come tutto quello che rimane all’uomo sia la memoria e, nonostante il film sia dedicato alle vittime di Fukushima, è piuttosto una metafora della solitudine dell’era digitale.

L’uomo è costretto, irrimediabilmente, a vivere una solitudine rassegnata nella quale sopravvive solo la dimensione materiale dei ricordi i quali non cessano di vivere nella loro dimensione emotiva. The Whispering Star fa riecheggiare, prepotentemente, il tema ambientalista, caro alla cultura giapponese e nell’assunto che viviamo tutti lo stesso pianeta.

Il film si muove con incongrue progressioni temporali, del tutto ininfluenti dal punto di vista narrativo, finendo con amplificare la percezione di un tempo che si fa, infinitamente lungo. Il film non è quadro disperato anzi, appena Yoko mette piede sulla terra, tutto si accende (compresa anche un’unica inquadratura a colori) per poi navigare fino alla sequenza finale, di altissimo cinema, dove non solo si svela il vero significato del titolo, ma si approda alla vita vera, quella vissuta che, anche se dietro a delle pareti, permette di vincere sul silenzio fino a ora assordante.

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One cut of the dead di Shin’ichirō Ueda (2017)

Il film ruota intorno al concetto meta-cinematografico; un’idea che continua a moltiplicarsi di minuto in minuto lungo tutto il corso della pellicola: una mise en abyme infinita.

Nonostante la componente zombie One cut of the dead è una commedia che inizia come uno dei più insulsi horror amatoriali: pessimi attori, trucco orribile, sceneggiatura ridicola il tutto ripreso in un veloce piano-sequenza di quasi quaranta minuti.

Se il film sembra partire con una troupe, decisamente sopra le righe, alla prese con uno zombie-movie attaccata da veri zombie; poi tutto si ribalta ritornando indietro di un mese quando un regista viene ingaggiato da un canale televisivo per girare un piano-sequenza, in diretta, dove una troupe alle prese con uno zombie-movie, è attaccata da veri zombie.

Viene così spiegato quello che abbiamo visto nella prima parte, anche se con qualche latente perplessità, divenendo la messa in scena della messa in scena stessa. Tutto ben presto ripartirà e il regista gioca, con estrema intelligenza, con tutti i gradi della rappresentazione e rimedia quanti più mezzi visivi possibili.

One cut of the dead mette in scena quella brama attuale di avere tutto e subito e, in un mondo dove non si contempla l’errore, il film ne diventa l’apoteosi espressiva. Un vero atto d’amore verso il cinema e verso il concetto puro di fare arte in modo indipendente in cui frammenti di vita quotidiana, scritti con mano leggera, possono mettere in mostra caratteri fastidiosamente umani.

ONE CUT OF THE DEAD (Zombi contro zombi) (2017) di Shin'ichirô Ueda

Un affare di famiglia di Hirokazu Kore-eda (2018)

Un tema carissimo al cineasta è sicuramente la ricomposizione di una famiglia o la sua stessa disgregazione: due poli che interagendo fra loro si interrogano sull’idea di appartenenza, i legami di sangue e la scelta degli affetti.

Una famiglia unita e inscalfibile è composta da nonna, due figlie adulte, il marito di una delle due e un bambino; a pochi minuti dall’inizio del film, si aggiunge una bambina affamata e maltratta dai genitori. Vivono, forse abusivamente, in una minuscola abitazione, stipati, ma sereni circondati da oggetti, vestiti e ciarpame vario, mangiando il cibo che il padre e il figlio rubano nei supermercati.

Questo mondo isolato e felice, fuori da ogni contesto geografico, facente parte di una città imprecisata viene ripreso con piani fissi ricchi di oggetti e figure, il tutto è reso vivo grazie a colori caldi e variopinti. Il regista decide quindi di distanziarsi dal suo stile: non posizionare la macchina da presa ad altezza tatami, non giocare coi campi e controcampi che scavalcano l’asse di ripresa, ma costruire dentro la casa, tramite un montaggio narrativo fatto di piani d’insieme e primi piani, una ricostruzione alternativa alla realtà.

Grazie alla scomposizione della messinscena in cui il tempo è scandito dalle stagioni, si passa dal gelo invernale alla luce calda dell’estate, che detta il ritmo della narrazione. Lo spazio è rappresentato con l’arrivo della bella stagione che comincia a premere dall’esterno ed entra prepotentemente in scena, senza chiedere il permesso.

Kore-eda, limpido al limite dello schematismo, ma pulito e dolce, decide di togliere luce e colore al suo film, spogliando le inquadrature e isolando i personaggi. Il regista non punisce i suoi attanti ma decide, paradossalmente, di mettere in scena la libertà più grande: la scelta.

Un affare di famiglia (2018) Hirokazu Kore-eda - Recensione ...

 

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  • Genere: Vario
  • Nazionalita: Giappone
  • Regia: Registi vari