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HEROES

Paolo Villaggio. A 3 anni dalla morte tutti i suoi film da vedere. Non solo Fantozzi

Il 3 Luglio del 2017 fa moriva Paolo Villaggio. Il primo attore comico a vincere il Leone d´oro!

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La voce di fantozzi

Il 3 luglio di tre anni fa, all’età di 84 anni, moriva Paolo Vilaggio, uno dei piú grandi comici italiani di tutti i tempi, ma non solo comici.

Paolo Villaggio non è stato solo Fantozzi, ma ha recitato in film di grandi registi, come Federico Fellini, Lina Wertmuller, Nanni Loy e Ermanno Olmi

Conosciuto al grande pubblico, per aver dato vita al ragioniere Ugo Fantozi, Paolo Vilaggio è stato scrittore e autore musicale. Come attore, oltre ad interpretare tantissime commedie, è stato diretto da due premi Oscar; Federico Fellini, in La voce della luna (1990) e Lina Wertmuller, in Io speriamo che me la cavi (1992). E nel 1974, ha interpretato il ruolo da protagonista in Sistemo l’americano e torno, diretto da Nanni Loy, un film con un forte messaggio politico.

Nato a Genova nel 1932, dopo la maturità classica, si iscrive alla facoltà di giurisprudenza, senza mai terminare gli studi. Una breve parentesi Londinese, durante la quale svolge le attività più disparate e poi il ritorno alla sua Genova. È in questo periodo che rafforza il suo rapporto con Fabrizio De Andrè, conosciuto a Cortina, quando i due erano poco più che bambini.

L’AMICIZIA CON DE ANDRE’ E LA SCUOLA DI GENOVA

VILLAGGIO DE ANDRE

Con De Andrè, Villaggio contribuì a scrivere testi indimenticabili, come Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers e I fannulloni. In quest’ultimo brano, i due autori raccontano la loro vita oziosa tra i vicoli di Genova.

Una Genova in pieno fermento culturale, quella degli anni ‘60, caratterizzata da un movimento musicale e culturale formato da artisti dal calibro di Luigi Tenco, con il suo gruppo Modern Jazz Group, Gino Paolo, Giorgio Calabrese, Bruno Lauzi e tanti altri. Questi erano artisti che volevano rompere con la tradizione, esprimendosi in modo nuovo, raccontando la loro vita.

 L’ESORDIO CON LA COMPAGNIA BAISTROCCHI

fantozzi villaggio

Anche Villaggio voleva rompere con le tradizioni, e seguendo l’esempio dei suoi amici musicisti, inizia a fare teatro con la storica compagnia Mario Baistrocchi. Il giovane Villaggio si fa subito notare e si trasferisce a Roma, dove approda alla televisione.

In questa prima fase, l’attore perfeziona i suoi personaggi. Il professor Kranz, un prestigiatore impacciato, con un marcato accento tedesco, che metteva in scena maldestri trucchi di mangia; ma soprattutto la maschera dell’impiegato grottesco e imbruttito dalla vita aziendale, il futuro Fantozzi.

Ma Paolo Vilaggio è un artista a tutto tondo, che nel corso della sua lunga carriera, ha assunto anche il ruolo di giornalista e scrittore. Mentre calca le tavole di palcoscenici teatrali e televisivi, pubblica per la rivista L’Europeo, dei racconti tratti dai suoi monologhi. In questi, il personaggio di Fanzotti acquista sempre più spessore. Nel 1971, tutti questi racconti, confluiscono nell’opera unica Fantozzi, pubblicata da Rizzoli. Il libro ha grande successo in Italia e all’estero e nel 1974, Paolo Villaggio, d’accordo con la Rizzoli film, decidono di portare al cinema il suo personaggio.

L’artista decide di interpretare il suo Fantozzi e per la sceneggiatura viene affiancato da Leo Benvenuti e Piero De Bernardi e nel 1975, con la regia di Luciano Salce, viene realizzato il primo Fantozzi al cinema.

Ma Paolo Vilaggio non è stato solo la voce e il corpo, con la sua caratteristica canottiera bianca, dell’indimenticabile Ragioniere, consacrato come tipica maschera comica, nel 2017, con il doculfilm La voce di Fantozzi, dove il regista Mario Sesti racconta il genio dell’attore, attraverso la maschera del suo personaggio.

Paolo Villaggio, nel corso della sua lunghissima carriera, ha avuto modo di recitare con grandi registi e di cimentarsi con generi diversi dalla commedia e dal cinema di consumo.

SISTEMO L’AMERICANO E TORNO

È il 1974, l’anno prima dell’esordio cinematografico di Fantozzi e il regista Nanni Loy, autore de Le quattro giornate di Napoli (1962) e Detenuto in attesa di giudizio (1971); decide di affidare a l’attore ligure il ruolo di protagonista in Sistemo l’americano e torno.

Giovanni Bonfiglio (Paolo Villaggio) si trova negli Stati Uniti per curare gli affari del proprio datore di lavoro, un ricco imprenditore lombardo. Bonfiglio viene incaricato di ingaggiare Ben Ferguson (Sterling Sait Jacques), un promettente cestista di colore.

Il giovane si mostra riluttante a partire e porta Bonfiglio in giro per gli Stati Uniti, per sistemare alcune sue faccende personali. In questo lungo e avventuroso viaggio, si scopre che Ferguson è molto attivo nel sociale; dispensa di regali alcuni bambini di una scuola e sostiene la causa dei neri americani, appartenendo al movimento politico delle Pantere Nere.

Bonfiglio, quasi con stupore scopre un paese dove dilaga il razzismo, dove i bianchi sono ricchi e potenti e i neri poveri ed emarginati.

Dopo una notte di bagordi, Bonfiglio perde di vista Ferguson, per poi ritrovarlo in carcere. Il giovane cestista è finalmente disposto a partire per l’Italia, ma prima deve disputare l’ultima partita, con la sua vecchia squadra, ad Atlanta. Durante la partita, i giocatori di colore interrompono il gioco e improvvisano un discorso rivolto alle tribune, rivendicando più diritti. Il pubblico, invade il campo e interviene la polizia. Durante gli scontri Ferguson perde la vita, sotto gli occhi dell’amico italiano.

Sistemo l’americano è torno è esplicitamente un film politico, assolutamente in corda per il regista, ma atipico per Vilaggio. Ma l’attore interpreta magistralmente la parte, dimostrando che la sua è una maschera versatile, con potenzialità nel comico, ma anche capace di esprimere al meglio ogni sentimento drammatico. Paolo Villaggio, in questa pellicola, esprime le sue qualità di attore, soprattutto nel finale, dove senza proferire parola, esprime tutto il suo dolore per la perdita del suo caro amico. Sistemo l’americano è torno è un film poco conosciuto, ma che ha il diritto di essere riscoperto. È una pellicola molto attuale, soprattutto dopo la morte di George Floyd, che ha riproposto, al mondo intero, un’America drammaticamente segnata dal razzismo, dove i neri faticano ancora ad affermare i propri diritti.

LA SAGA DI FANTOZZI

FANTOZZI

Dopo questa esperienza con Nanni Loy, Paolo Villaggio interpreterà film che lo porteranno alla ribalta, con il personaggio di Ugo Fantozzi. Il secondo tragico Fantozzi (1976) di Luciano Salce, Fantozzi contro tutti (1980) e Fantozzi subisce ancora (1983), entrambi di Neri Parenti, descrivano, con ironia, l’italiano mediocre, con il suo lessico, che ormai è entrato nella vita quotidiana, come l’espressione, che torna come un tormentone: “ Come è umano lei..!”, o l’uso sgrammaticato del congiuntivo.

LA VOCE DELLA LUNA

paolo villaggio la voce della luna

È solo nel 1990 che Paolo Villaggio, sveste i panni di Fantozzi e quelli del comico, per interpretare il ruolo del prefetto Gonnella in La voce della luna, ultimo film di Federico Fellini, ispirato al romanzo Il poema dei lunatici di Ermanno Cavazzoni.

Il prefetto Gonnella, (Paolo Villaggio) prefetto ormai in pensione, che non accetta la vecchiaia, e vede complotti ovunque e il so amico Ivo Salvini (Roberto Benigni), vagano per la pianura padana, ascoltando la voce della luna. Ivo è un ragazzo ingenuo e poetico, innamorato di Aldina (Nadia Ottaviani), che lo respinge di continuo e quando lo scopre ad osservarla nella sua camera, mentre lei dorme, gli tira dietro una scarpa, che Ivo porta sempre con sé. Durante la festa della Gnoccata, Ivo incontra Gonnella, che lo coinvolge nelle sue paranoie e lo porta in un rave dove, sostiene si stia organizzando un complotto ai suoi danni. Il film termina con un’allegorica festa, per aver portato un pezzo di luna sulla terra.

La scelta di Fellini di affidare a Paolo Vilaggio un ruolo così importante, suscitò l’interesse della stampa, che ormai aveva imprigionato l’attore nei panni di Fantozzi e non lo considerava adatto al cinema d’autore. Contrariamente, il maestro de La dolce vita (1960), considerava Vilaggio una grande risorsa del cinema italiano, troppo spesso trascurato dai produttori.

Questo film diede a Vilaggio l’opportunità di vincere il David di Donatello come migliore attore e avrebbe dovuto inaugurato un sodalizio con il regista romagnolo, che lo aveva scelto anche per interpretare Il viaggio di G. Mastorna detto Fernet; “Il film non realizzato più famoso della storia del cinema”.

IO SPERIAMO CHE ME LA CAVI

Nel 1992 Paolo Villaggio, continua il suo percorso parallelo nel cinema d’autore con Io speriamo che me la cavi di Lina Wertmuller, tratto dall’omonimo bestseller di Marcello D’orta, che raccoglie i temi scolastici di alunni di una scuola elementare nel napoletano.

Il maestro Marco Tulio Sperelli (Paolo Villaggio) viene trasferito per errore alla scuola De Amicis di Corzano (luogo di fantasia), diroccato comune alle porte di Napoli, anziché a Corsano, nella sua liguria. L’insegnate si scontra con una realtà problematica. I bambini, suoi alunni, hanno tutti grossi problemi e non frequentano la scuola, perché costretti a lavorare; la direttrice (Isa Danieli) è sempre assente e il bidello (Gigio Morra), con atteggiamento da camorrista, dirige la scuola.

Un giorno entra in classe Raffaele (Ciro Esposito) e aggredisce verbalmente il maestro, che a sua volta si arrabbia e schiaffeggia il ragazzo. Disgustato dal suo gesto, il maestro decide di non tornare più a scuola e aspettare il trasferimento. Ma la sera stessa, il maestro Sperelli riceve la visita della madre di Raffaele, che lo prega per togliere il figlio dalla strada. Il maestro decide di tornare a scuola e con una lettera chiede di annullare il trasferimento. Ma prima delle vacanze di pasqua, di ritorno da una gita scolastica alla Reggia di Caserta, il maestro riceve la comunicazione del suo trasferimento. La sera prima di partire il maestro si scontra con altri problemi della città partenopea, come quella della sanità, soccorrendo la madre di Raffaele.

Con Io speriamo che me la cavi, Villaggio si cimenta in un’interpretazione di carattere sociale, con diversi momenti comici, suscitati dal contesto partenopeo, mai esente da risvolti paradossali. Divertenti sono i tentativi di apprendere la lingua napoletana, attraverso un libro di poesie di Salvatore Di Giacomo, che il maestro leggerà in classe. Il film ha un’atmosfera da favola, nonostante affronti una realtà crudele e spietata, dove dei bambini sono costretti ad avere un comportamento da persone adulte.

IL SEGRETO DEL BOSCO ANTICO

Nel’1993, l’anno dopo di Io speriamo che me la cavi, Paolo Villaggio interpreta il ruolo di protagonista in un film, realizzato da un altro grande regista italiano, Ermanno Olmi, autore di L’albero degli zoccoli (1978) e Il mestieri delle armi (2001).

Il film è Il segreto del bosco antico, tratto dal romanzo omonimo di Dino Buzzati.

Il colonnello in pensione Procolo (Paolo Villaggio), incapace di amare e sognare, è abituato a riportare tutto alla logica della gerarchia, della ragione e del profitto. Il colonnello vorrebbe diventare il proprietario delle terre che comprendono il Bosco antico, da lui amministrate per conto del giovane nipote Benvenuto (Riccardo Zannantonio). Procolo progetta inizialmente di radere al suolo gran parte del bosco, senza dal peso alle voci secondo le quali in esso abitano creature benigne e favolose. Ma con il tempo, ha luogo la magia e il cuore inaridito del colonnello inizia credere alle creature magiche che regnano il bosco. E dopo aver tentato anche di eliminare fisicamente suo nipote, per diventare proprietario delle terre, corre in suo soccorso, credendolo sepolto sotto la neve.

Il film, che ripropone i temi principali dell’opera di Buzzati (la magia della natura, l’inesorabile scorrere del tempo e il conflitto del bene e il male), vede l’interpretazione più sobria di Villaggio. L’attore non si concede mai dei risvolti ironici e sembra irriconoscibile allo spettatore.

È questa senza dubbio, l’interpretazione più poetica di Paolo Villaggio.