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SERIE TELEVISION

GIRLS, recensione della serie tv di Lena Duhnam, con gli ultimi episodi ora su Sky

il racconto delle giornate di quattro ragazze di New York, tra drammi intimi e disavventure grottesche

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Su Sky Atlantic e Now TV sono sbarcate pochi giorni fa le attesissime e inedite finora in Italia ultime tre stagioni di GIRLS, il serial creato da Lena Dunham che tutti in principio hanno odiato e di cui solo una volta terminato hanno capito di non poter fare a meno.

OK BOOMER

Quattro ragazze più o meno mature affrontano New York con i dolori della crescita (ritardati), tra sesso, lavoro e tutto quello che riempie di gioia e dolore la quotidianità. Se qualcuno ha pensato si stesse parlando di SEX & THE CITY non si senta in colpa, la distanza che separa i due plot è incredibilmente sottile, eppure GIRLS e la serie di Darren Starr non potrebbero essere più difformi. Anche e soprattutto a partire dal concept dietro la trama, e a chi l’ha congegnato: quanto Starr è mainstream, pop e sotto sotto WASP, la Duhnam è tutto il contrario.

A partire da come cattura il suo pubblico: per gli adulti, i suoi personaggi -a partire dalla sua Hannah- sono incomprensibili a riguardo delle scelte di vita, inconcepibili per atteggiamenti verso sesso e libertinaggio; i più giovani, aka millennial, rifiutano invece di sentirsi rappresentati da Hannah e le sue sorelle (Marnie, Jessa e Shoshanna) così come dai comprimari (da Adam a Charlie ad Elija) perché rifiutano di vedersi come narcisisti, viziati, perennemente insoddisfatti. Salvo poi gli adulti ritrattare alla fine della sesta stagione, arresi difronte ad un percorso evolutivo impeccabile -anche se pur sempre incondivisibile, ma non conta- e ad una scrittura matura e consapevole; e i coetanei ammetterne i difetti pur se con altri pregi, perché in controluce le girls della Duhnam mostrano tutta la paura di esistere del nuovo Millennio, con la consapevolezza di finire per sbagliare e per essere osteggiati qualunque decisione di prenda.

WHO’S THAT GIRLS

GIRLS è alla fine quell’oggetto strano, sbilenco, scostante, fastidioso a tratti, che però ti si insinua sottopelle e diventa come te, una sorta di parassita letterario: a partire dal suo essere spregiudicatamente sperimentale, con il suo essere totalmente scollata dal resto dell’enstablishment, quel suo utilizzare la durata classica dei 30’ di comedy per deviare continuamente sentiero, puntando le luci e la narrazione su una comicità sgradevole e disturbata che alla fine ti strappa un sorriso e te ne vergogni pure.

Protagonisti egocentrici e smaniosi che, a guardare bene, fanno affiorare i tratti distintivi del carattere dei propri creatori e attori, in un continuo abbattimento di quella quarta parete che sembra non esserci più, rendendo impossibile ancorché inutile capire dove finisce il personaggio e dove comincia la persona (il caso Lena/Hannah è il più lampante): pedine allora di una messa in scena profondamente consapevole e studiata, personalissima, che solo alla fine dell’ultimo episodio dell’ultima stagione mostra il mosaico raccontato nella sua interezza e con il suo senso compiuto. Perché così come le ragazze scivolano lentamente dai vent’anni ai trenta, dalla giovinezza all’età adulta, così GIRLS e il suo tono da comedy si raffredda e si inturgidisce, mostrando che pur se non sono raffinati i personaggi, lo è la loro evoluzione, perché evolversi non vuol dire sempre diventare migliori.

Ecco, un traguardo importante: con GIRLS si capisce e capiamo che non dobbiamo per forza essere migliori, che bello non è (sempre e solo) bello, che il coming of age della narrativa al cinema è finalmente libero dalla necessità stringente di una trama lineare e definita; e che proprio il traguardo non è sempre meglio della partenza.

Su tutto, una scrittura acuminata e puntuta: ogni episodio è perfettamente fruibile a sé, e nonostante l’apparente sgangheratezza dell’equilibrio narrativo ogni parte di GIRLS è funzionale al tutto ma compiuta in sé. Come in fondo dovrebbero essere le persone. Piccoli gioielli di essenzialità cinematografica, dalla recitazione (non dimentichiamo che da qua è uscito fuori Adam Driver, uno degli interpreti più importanti della scena mondiale di oggi) alla sceneggiatura, dal loro sembrare stralunati all’essere, alla fine, dolorosamente aderenti al vero con il loro imbarazzante, a volte disgustoso, sempre straniante realismo, con quell’andatura ondivaga e incerta che prende Hanna nei campi lunghi e che prende la storia nella trama orizzontale.

Tanto per capire quanti e quali siano i motivi per recuperare questa serie, il primo episodio e l’ultimo si aprono nello stesso modo, con la stessa canzone: una telecamera che risale lentamente sui corpi intrecciate di due donne, salvo poi avere un risveglio diverso prima e dopo – nella sesta, Hanna apre gli occhi e urla “What the fuck?”: una sequenza che è un resoconto del rapporto tra due amiche e del suo mutare nel tempo, rapportato alla maturità forzata di una maternità. Tutto all’ombra di una madre presente/assente baricentro della vita emotiva della protagonista. Che sa guardare il mondo con il cinismo e la necessaria distanza di chi ha sofferto, e che suggella il finale di una delle serie più mature e spiazzanti della tv moderna: “Sai chi altro è in crisi emotiva? Lo siamo tutti, Hannah. Per tutta la vita”.

GIRLS

  • Anno: 2012
  • Durata: 6 stagioni
  • Distribuzione: HBO - Sky Atlantic - Now TV
  • Genere: comedy
  • Nazionalita: stati uniti
  • Regia: aavv
  • Data di uscita: 15-April-2012