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RIVEDIAMOLI

Su Rai 3 (Fuori Orario) alle 02,35 Il minestrone di Sergio Citti (versione televisiva)

Il minestrone di Sergio Citti resta un apologo, tanto feroce quanto compassionevole, sulla Fame, sviscerata non solo nelle sue primarie componenti fisiologiche ed economiche, ma anche come categoria esistenziale e filosofica. Una sorta di “Fascino discreto del proletariato”, scritto da Sergio Citti e Vincenzo Cerami

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Su Rai 3 (Fuori Orario) alle 02,35 Il minestrone, un film italiano del 1981, diretto da Sergio Citti e interpretato, tra gli altri, da Roberto Benigni, Ninetto Davoli, Franco Citti e Giorgio Gaber. Presentato in gara alla 31ma edizione del Festival internazionale del cinema di Berlino. L’opera, vista la sua lunga durata (circa 170′), è stata trasmessa in televisione suddivisa sempre in tre puntate. Andò in onda in prima visione su Rai Uno durante la settimana tra il 15 e il 19 Gennaio 1985, quasi quattro anni dopo l’uscita del film. Giampiero Galeazzi, celebre “bisteccone” del giornalismo sportivo italiano, interpreta se stesso nel ruolo di telecronista di una spaghettata durante un sogno fatto da Francesco. Il film è disponibile anche su Raiplay (nella versione televisiva). Scritto da Sergio Citti e Vincenzo Cerami, con la fotografia di Dante Spinotti, Il montaggio di Nino Baragli, le scenografie di Dante Ferretti e le musiche di Nicola Piovani, Il minestrone è interpretato da Roberto Benigni, Franco Citti, Ninetto Davoli, Giorgio Gaber, Fabio Traversa, Daria Nicolodi, Carlo Monni.

Sinossi
All’inizio ci sono due “morti di fame” che rovistano nell’immondizia per procurarsi qualcosa da mangiare. Poi, attraverso molteplici traversie, il gruppo si infoltisce, i tentativi di cibarsi pure, ma gli esiti sono sempre all’insegna dell’insuccesso e della frustrazione. Si finirà, al seguito di una specie di santone, tra vette innevate, ad ascoltare musica da banda, ma con la fame ancora insaziata.

Il minestrone è uno di quei film che oggi sarebbe impossibile non solo realizzare, ma perfino concepire. Non c’è più la Rai coraggiosa di quei tempi, non c’è più Sergio Citti, non c’è più una società in grado di recepire e sostenere un’idea di cinema (e televisione) così candidamente politica e, insieme, autenticamente popolare. Come immaginare nell’Italia attuale un film sulla Fame ispirato a Pasolini e Bunuel? Un film di poveretti, umilissimi, emarginati: un film fatto sul nulla col nulla. Ma da quel “nulla” nasce una ricchezza di spunti e trovate che consacra ancora una volta il cinema minimalista, a basso costo, a universo creativo e immaginifico di straordinaria potenza espressiva (a patto di poter contare su idee brillanti).  C’è spazio per discorsi, ora compiuti, ora abbozzati, su un ampio spettro tematico che coinvolge anche la Morte, il cosiddetto “fascismo quotidiano”, la beffarda superiorità della bestia nei confronti della razza umana, allusioni e allegorie degli scontri di classe (e anche all’interno della stessa classe) e altro ancora.

Certo, nelle tre ore di durata della versione televisiva non tutta l’opera conserva la stessa intensità ed alcune soluzioni lasciano un po’ a desiderare, certi episodi paiono forse irrisolti e tirati per i capelli. Ma nel complesso Il minestrone resta un apologo, tanto feroce quanto compassionevole, sulla Fame, sviscerata non solo nelle sue primarie componenti fisiologiche ed economiche, ma anche come categoria esistenziale e filosofica. È un “fascino discreto del proletariato”, a tutti gli effetti, quello messo in scena da Citti, dove un gruppo sempre più numeroso e disincantato di affamati si imbatte in un metaforico pellegrinaggio alla ricerca di un pasto che non arriverà mai, se non nei sogni e nelle allucinazioni (o evocato da tormentoni verbali, che passano in rassegna qualsiasi specialità gastronomica, creando una sensazione di eterno miraggio).

Se in alcuni frangenti la fantasia di Citti si arena in uno humour grottesco senza particolare mordente, in altri, invece, assume una qualità visionaria e politica, come capitava ai maestri citati in precedenza. L’onirismo multiplo (come nell’incipit de Il fiore delle mille e una notte pasoliniano o nel Bunuel anni ’70) si imbastardisce, assumendo le tonalità buffe, triviali e para-televisive dell’inquinata cultura sottoproletaria (la Fame come oggetto di una competizione sportiva, olimpica o pugilistica, con tanto di cammeo di Galeazzi), ma sa anche richiamare la struggente poesia chapliniana (il fastoso “pranzo invisibile”, momento degno della scarpa consumata da Charlot).

L’episodio più politico è senz’altro quello dell’incontro con l’aspirante suicida, imprenditore corrotto e fallito, figlio di un nobile latifondista: un confronto surreale che illustra, senza slogan e senza ambiguità, l’innata insensatezza e ineluttabilità delle differenze di classe. Suggestivo anche se un po’ pretestuoso il finale “messianico”, che richiama la musica e i coreografici campi lunghi di un Theo Anghelopoulos, smentendone però la sacralità con la battuta finale, squisitamente becera. Un Benigni che, una volta tanto, ammaestra il suo tipico istrionismo per lavorare di sottrazione, impreziosisce un cast di caratteristi della decadente ma (col senno del poi) rimpianta commedia all’italiana dell’epoca. Fra gli ultimi fuochi di una stagione ideologica/cinematografica irripetibile per il nostro cinema, Il minestrone ha la sempre più rara qualità di divertire scuotendo le coscienze.

  • Anno: 1981
  • Durata: 170'
  • Genere: Grottesco
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Sergio Citti