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SERIE TV

Locke & Key, su Netlfix la serie ispirata alla graphic novel ideata da Joe Hill

Locke & Key ha il sapore di un'occasione riuscita soltanto in parte. La buona regia, l'ottima fotografia e il cast sopperiscono a un soggetto reso in modo debole, che lascia più spazio all'approssimazione che all'introspezione

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Dopo una lunga gestazione avviatasi nel 2010 il progetto Locke & Key è passato di mano in mano (incluso un mancato adattamento cinematografico per la Universal) per arrivare a consolidarsi con Netflix. Tratta dalla nota serie a fumetti del 2008 ideata da Joe Hill (uno dei figli di Stephen King) e disegnata da Gabriel Rodriguez, la serie si dipana in 10 episodi della durata media di 50 minuti ciascuno. La storia prende avvio con il trasferimento della famiglia Locke da Seattle alla luminosa e rassicurante cittadina di Matheson nel Massachusetts. L’evento cardine (il motivo del trasferimento) è la tragica dipartita di Rendell Locke, il marito di Nina (Darby Stanchfield) e padre di Tyler (Connor Jessup), Kinsey (Emilia Jones) e il piccolo Bode (Jackson Robert Scott). Il luogo scelto è la vecchia casa di famiglia, nota come la Key House. Ben presto scopriamo che la sontuosa dimora vittoriana cela delle chiavi che donano a chi le trova capacità sorprendenti, chiavi bramate altresì da una minacciosa entità oscura che farà di tutto per entrarne in possesso. Locke & Key ha quindi tutti i requisiti per essere una serie ove paura e dramma la fanno da padrone. Ma invece non è così ed è questo l’aspetto che la differenzia dalla sua fonte originale; quel netto cambio di registro che potrebbe deludere chi ha amato alla follia la graphic novel di Joe Hill ma anche lo spettatore neofita.

Se cercavate la paura, Locke & Key non sazierà i vostri appetiti. La Key House, il posto più infestato di Matheson, è un luogo che si vorrebbe visitare e non dal quale si vuole scappare

Per intuire che siamo più dalle parti de Il leone, la strega e l’armadio che in quelle di The Haunting of Hill House (tra i produttori c’è Meredith Averill) bastano i primi minuti e l’apparire della casa stessa. I protagonisti lasciano intravedere una complessità emotiva ma perlopiù sono dei ragazzini da teen drama. La maestosa casa invece non incute mai timore, anzi, tutto l’opposto: nella Key House ti viene voglia di viverci. La palette di colori che la caratterizza, soprattutto nel suo lato nascosto, apre (è d’uopo da dire) le porte ad un universo che appartiene non alla oscurità dell’horror ma al folcloristico universo del fantasy. Non è perciò un caso che il nome originale della cittadina dove vanno a vivere i Locke, Lovecraft, sia diventato nella serie tv Matheson, un omaggio a Richard Matheson, autore tra gli altri del romanzo Io sono leggenda (1954) e di Tre millimetri al giorno (1956). Se cercavate la paura, quindi, Locke & Key non sazierà i vostri appetiti. La Key House, il posto più infestato di Matheson, è un luogo che si vorrebbe visitare e non dal quale si vuole scappare. Sì, quel luogo usato dagli inglesi come base nella Guerra d’Indipendenza, dove venivano impiccati i disertori, è un affascinante luna park.

Persino il suo angolo più inquietante, la casa del pozzo, riesce ad essere accattivante come il chiosco dello zucchero filato. È lì infatti che la magia ha inizio. Bode, il fratellino più piccolo, ne viene attratto. Ad interpretare Bode è, come già detto, Jackson Robert Scott, che era lo sventurato Georgie dell’It di Andrés Muschietti (regista qui in veste di produttore esecutivo). Bode come Georgie si fa scivolare un oggetto nell’oscurità e ad aiutarlo stavolta non trova il pagliaccio Pennywise ma una figura misteriosa di nome Dodge (la tutt’altro che inquietante Laysla De Oliveira, vista di recente in Nell’erba alta, tratto da un racconto a due mani di Stephen King e dello stesso Joe Hill). Da qui in poi è tutto un divertito, quasi spensierato, gioco di esplorazione per cercare le chiavi magiche e far esperienza del loro potere.

Se nella graphic novel il rapporto con l’alcol di Nina acutizza i toni donando di conseguenza spessore, nella serie si vuole palesemente evitare di inoltrarsi nelle dimensioni cupe

Dei tormenti interiori dei protagonisti vi è poco spazio, nonostante il tema del lutto e delle colpe sia onnipresente. L’adolescente Kinsey si lamenta di far sempre scelte terribili e avventate ma in gran parte sono frasi di auto riflessione che si esauriscono in comportamenti spesso al limite del non sense; come l’infatuarsi dal giorno alla notte passando da un personaggio (che ha anche ragion d’essere) ad un altro che la conquista in pochi minuti e con brevi sguardi. Per poi arrivare all’apice di contemplarli entrambi, facendoli esistere alla pari nel suo cuore. Il fratello maggiore Tyler è poco più di un abbozzo, da inserire qua e là come sostituivo al padre con il suo dispensare una saggezza da adulto puntualmente accantonata alla prima occasione. E poi c’è la madre, Nina, che appare e scompare come il fratello del marito (lo zio Duncan) e non si capisce bene dove vada e cosa faccia. Forse è lei il personaggio che risente di più della trasposizione rispetto al fumetto. Nella serie tv il suo alcolismo viene ridimensionato e ciò che si perde è l’inquietudine e la drammaticità che una tale dipendenza ha nell’influenzare la sfera famigliare e la vicenda stessa nel suo sviluppo. Se nella graphic novel il rapporto con l’alcol di Nina acutizza i toni donando di conseguenza spessore, nella serie si vuole palesemente evitare di inoltrarsi nelle dimensioni cupe e Nina diviene un personaggio solare, intraprendente e ingenuo. Lei può in fin dei conti essere presa come il paradigma di come si sia voluto mutare l’horror della fonte originale con il fantastico della produzione Netflix (nella quale si concedono un brevissimo cameo Joe Hill e Gabriel Rodriguez).

Locke & Key ha il sapore di un’occasione riuscita soltanto in parte. La buona regia, l’ottima fotografia e il cast sopperiscono a un soggetto reso in modo debole, che lascia più spazio all’approssimazione che all’introspezione

Anche escludendo i paragoni con il fumetto, Locke & Key ha il sapore di un’occasione riuscita soltanto in parte. La buona regia (si cita pure Shining con la camera che insegue alle spalle), l’ottima fotografia e il cast sopperiscono a un soggetto reso in modo debole che lascia più spazio alla approssimazione che alla introspezione. Ed è un peccato giacché finalmente nel settimo episodio (Dissezione) il tono dark che ci si aspetterebbe trova la giusta direzione e ne guadagna la vicenda e le caratterizzazioni. Ma è un attimo, il tempo di un episodio, poi si torna nuovamente ad atmosfere decisamente meno appetitose. La serie è stata rinnovata per una seconda stagione.

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