Bellissime: conversazione con la regista del film Elisa Amoruso

Presentato in anteprima ad Alice nella Città, Bellissime esplora il ruolo della donna all'interno della società attraverso la vicenda di un consesso femminile impegnato a fare del proprio corpo lo strumento della propria affermazione. Dopo Chiara Ferragni-Unposted, Elisa Amoruso continua a raccontare la condizione femminile tra realtà e desiderio. L'abbiamo intervistata

  • Anno: 2019
  • Durata: 80'
  • Distribuzione: Fandango
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Elisa Amoruso
  • Data di uscita: 18-November-2019

Rispetto a Chiara Ferragni-Unposted mi pare che Bellissime si ponga in continuità nei confronti dell’esposizione del corpo femminile, inteso come strumento di promozione e affermazione sociale.

Si, tra i due film c’è un collegamento, se non altro tematico per quanto riguarda il ruolo della donna all’interno della società e, in particolare, dei cambiamenti che la vedono protagonista di una nuova fase della sua emancipazione: sia in Chiara Ferragni-Unposted che in Bellissime queste donne servendosi dei nuovi mezzi di comunicazione cercano di affermare o meno la propria identità mediante l’uso del corpo e lo fanno in maniera autonoma e indipendente, cosa che rappresenta una novità rispetto al passato. Nel caso di Bellissime e, nello specifico, delle figlie della protagonista, si tratta di corpi che vengono “guardati” dagli altri. Le ragazze sono immortalate dai flash dei fotografi presenti alle sfilate e agli spot pubblicitari di cui sono protagoniste e, dunque, non sono loro a fotografarsi, al contrario di Chiara Ferragni, che usava se stessa come metro di giudizio del proprio corpo e della propria bellezza per affermare la propria identità. Poi, del perché le donne debbano sempre imporre se stesse attraverso la bellezza è un altro discorso e se ne potrebbe discutere per ore.

Per le tue protagoniste il concetto di bellezza è totalizzante, perché dargli forma preclude ed esclude qualsiasi altra attività che non sia dedicata al raggiungimento di questo risultato. Una ricerca della performance in cui paradossalmente anche colui che di solito ne è “l’utilizzatore finale”, e cioè l’uomo, non riesce a trovare spazio.

Si, perché, in qualche modo, fin da piccole è stato trasmesso loro il concetto che per affermarsi bisogna esse belle. Un dogma ribadito dalla madre nel modo di crescerle e di occuparsi di loro e, dunque, destinato a influenzarne la vita futura. Un’importanza, quella dell’apparire, che nella famiglia di Cristina era il frutto della proiezione della madre, da cui la citazione del titolo ispirato a Bellissima di Visconti, in cui c’è lo stesso meccanismo di proiezione tra madre e figlia, a testimonianza di come non solo oggi ma anche all’epoca del film della Magnani si assegnasse all’aspetto fisico e all’affermazione del proprio corpo il compito di determinare l’identità di una donna. Mi sembrava importante mostrare come tutto questo viene percepito all’esterno e non all’interno di una comunità come la nostra in cui lo sviluppo di media e piattaforme ha moltiplicato gli specchi ed espanso all’ennesima potenza il modo di esprimere questo concetto. D’altronde, il problema del narcisismo abbraccia oramai tutti campi.

Nel film fai emergere questa autoreferenzialità in maniera indiretta poiché pur non parlandone in maniera esplicita si capisce che il modo di esporre e di presentare la bellezza sono influenzati dalle regole imposte dai nuovi media. Ciò che ne risulta è un mondo chiuso, in cui la dialettica è solo apparente.

Secondo me il modo di apparire di queste ragazze è la conseguenza di un principio di auto-rappresentazione molto diffuso nella nostra società che prima forse non c’era, o magari riguardava determinati ambiti o persone. Adesso, invece, è come se si fosse moltiplicato all’infinito perché con i social si può arrivare dappertutto. C’è una democratizzazione dei media che ha portato tante persone ad ottenere grandissimi risultati. Chiara è una ragazza che c’è riuscita grazie al talento per la comunicazione. Lei è molto brava a promuovere se stessa, i suoi valori, i suoi ideali e ha un pubblico di 18 milioni di persone. Non tutte possono diventare come lei, ci vuole un talento speciale che le ragazze di Bellissime non hanno perché ne possiedono degli altri. Fin da piccole hanno provato a fare le modelle: Valentina si è cimentata nel campo della recitazione, Francesca in quello della fotografia. Ognuna di loro ha cercato di affermarsi più che per la capacità di comunicazione per quella di apparire davanti all’obiettivo, cosa che sanno fare benissimo anche davanti alla macchina da presa.

In questo senso, mi sembra che il film si possa leggere anche contraltare del precedente. Se nel successo di cui si parla in Chiara Ferragni- Unposted non esiste alcuna linea d’ombra, in Bellissime, come peraltro in molto del tuo cinema – mi viene in mente Cloro di cui hai firmato la sceneggiatura -, a emergere è una sorta di racconto di formazione in cui al termine della storia le tre sorelle sono cresciute soprattutto in termini di consapevolezza. 

Si, assolutamente, di consapevolezza, soprattutto sul rapporto con la madre, che è stato così fondamentale sia da bambine che oggi da adolescenti e che, a un certo punto, viene messo in discussione, fino a rompersi. A proposito di documentario, questo processo è avvenuto proprio davanti ai nostri occhi e, quindi, al nostro obiettivo, ed è stato una grandissima fortuna, nel senso che c’è una scena del film a cui tengo particolarmente in cui questa spaccatura è evidente ed è arrivata in maniera del tutto spontanea, laddove da parte mia non c’è stata una forzatura nel volersi spingere fino a quel punto. Semplicemente era l’ultimo giorno di riprese e la tensione accumulatasi tra di loro è venuta fuori in quel momento, dando seguito a un conflitto più grande di quello che immaginavamo. Il dissenso nei confronti della madre è qualcosa che non avevano mai provato nelle loro vite e tutte e tre, in maniera differente, stanno cominciando a conoscersi meglio e ad affermare  la loro personalità. Del resto, per affermare la propria identità bisogna sempre passare attraverso una rottura, se non altro dei legami famigliari più importanti.

Bellissime è un documentario in cui dal punto di vista formale entrano in gioco espedienti del cinema di finzione. All’interno della sua struttura da romanzo di formazione, organizzi due diverse dialettiche: quella tra passato e presente e l’altra, in cui speranze e aspettative si confrontano puntualmente con la realtà dei fatti.

Si, in qualche modo sia Chiara Ferragni-Unposted che Bellissime sono due film che riflettono sul ruolo della donna e su come oggi quelle più giovani riescono o meno a dare seguito alle proprie aspettative. Nel caso di Chiara, a realizzare i propri sogni, in quello delle protagoniste del nuovo film, inseguendo a tutti i costi i propri desideri. In questo senso si possono definire due facce della stessa medaglia. Però in Bellissime c’è ancora di più una ricerca e un conflitto, ed è il motivo per cui sono particolarmente affezionata a questo lavoro; da subito mi è sembrato un racconto che potesse interessare tantissime persone. Chiara Ferragni è l’eccezione; lei è una ragazza talentuosa che ha avuto un incredibile successo e continua ad averlo, mentre con la storia di queste ragazze si possano identificare tante loro coetanee e con esse le madri, che auspicano per le figlie un futuro di successo e di affermazione.

D’altronde, l’identificazione è tale che ci si dimentica di essere di fronte a un documentario se non fosse che è proprio l’uso di tale metodologia a evitare il rischio di giudicare le protagoniste. D’altra parte, oltre a essere coerente nel proporre un cinema in cui sono le donne a essere protagoniste, questi film ti hanno permesso di completarne l’universo rappresentativo. Nei primi documentari, infatti, raccontavi personaggi che avevano necessità più impellenti, mentre qui chiudi il cerchio con un esempio opposto e complementare.

In generale, questi ultimi due film mi sono stati proposti, ma devo dire che li ho accettati fin da subito con grande entusiasmo, essendo stata giudicata io per prima per il mio aspetto esteriore e avendo attraversato come donna molte più sfide e ostacoli per poter esprimere il mio pensiero. Ho sentito che attraverso queste storie avrei potuto mettere al servizio la mia sensibilità e quindi osservare senza giudicare, cercando di fornire al resto del mondo uno spaccato di realtà al quale qualcun’altra non si sarebbe interessata.

A fornire un opposto drammaturgico e iconografico allo stereotipo contemporaneo della bellezza femminile contribuisce l’inserto di stampo felliniano, in cui vediamo – all’inizio e alla fine del film – alcuni passaggi del concorso miss over 50 a cui partecipa la madre delle ragazze

A dispetto del suo passato di moglie e di madre tradizionale, il paradosso è che la donna più emancipata del film è proprio lei. Fin dall’inizio una delle mie sfide principali è stata quella di far appassionare il pubblico alla vicenda di Cristina, di non giudicarla severamente come madre che magari secondo molti ha fatto delle scelte discutibili, portando le figlie a fare le baby modelle quando erano piccole. Mi interessava far capire più in profondità da dove nasce questo bisogno di affermarsi attraverso il proprio corpo e la propria femminilità. Sono convinta che tutto inizia da una richiesta sociale, nel senso che è come se ci fosse prima il sintomo e poi la malattia. Ho fatto in modo che fossero questi due elementi a dialogare.

Per concludere, ti chiedo quale rapporto c’è tra il film e il saggio che lo ha ispirato?

Il libro di Flavia Piccinni (Bellissime. Baby miss, giovani modelli e aspiranti lolite, ndr) era un saggio in cui si raccoglievano tantissime testimonianze di genitori e di baby modelle, organizzato come un romanzo d’inchiesta che agiva sul contemporaneo, denunciando alcune situazioni legate al mondo dell’infanzia. Flavia ha fatto un lavoro incredibile, al punto tale che il risultato delle sue ricerche ha portato tra le altre cose ad aprire un’interrogazione parlamentare. Quello che ho cercato di fare io è dare un’anima oltre che un corpo ad alcuni personaggi, cercando di capire a un livello più profondo e psicologico che cos’è che spinge certe donne a proiettare così tanto le loro ambizioni sui propri figli e perché queste riguardano sempre e solo il corpo e la sua bellezza.

Utlima modifica: 18 Novembre, 2019



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