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CONVERSATION

Antropocene – L’epoca umana: conversazione con il regista Nicholas de Pencier

Antropocene - L'epoca umana è un'opera visionaria che apre gli occhi sul destino del nostro pianeta e sull'era geologica che stiamo vivendo. Per farlo, Jennifer Baichwal, Edward Burtynsky e Nicholas de Pencier costruiscono una sinfonia a più voci in cui più che le parole sono le immagini a farsi promotrici del cambiamento. Del film, di cui ha curato anche la fotografia, abbiamo parlato con Nicholas de Pencier

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nicholas de pencier

Per iniziare a parlare, prendo in prestito la frase che lo chiude e cioè: “Recognize and reimagining our dominat signals is the beginning of the change“. A mio parere in Antropocene – L’epoca umana questo concetto riassume lo scopo principale del vostro progetto ovvero, quello di rendere consapevoli gli spettatori del loro coinvolgimento nel degrado del pianeta. È così?

Esattamente. Penso tu abbia illustrato l’esatta ambizione del progetto. Incredibilmente, al giorno d’oggi, sebbene gli scienziati siano stati molto chiari nel dire che ci troviamo di fronte a una crisi climatica di immani proporzioni e che c’è un limite di tempo oltre al quale ci si troverebbe di fronte a una drammatica catastrofe, molte persone nel mondo non hanno questa consapevolezza e conoscenza. Parte di questa ignoranza è causata dal fatto che a volte la scienza è difficile da comprendere per via del suo linguaggio. Esprimersi attraverso cifre, grafici e tabelle può essere troppo intellettuale. Noi, invece, abbiamo fotografi e registi che possono prendere le idee degli scienziati e renderle più emotive ed empiriche. Possiamo così portarvi come spettatori in quei luoghi del mondo di cui siamo tutti responsabili ma che normalmente non vediamo e di conseguenza non disturbano la nostra coscienza. Questa è la nostra speranza: riuscire ad aumentare la consapevolezza delle persone innescando una reazione positiva che li spinga ad agire. Con ciò non pensiamo che il nostro sia l’unico modo per suscitare nuove consapevolezze. La nostra risposta alla domanda su cosa possiamo fare è stata quella di provare ad usare le nostre capacità come fotografi e registi. Per qualcun altro può essere diversa. Un ingegnere, con gli strumenti della sua professione, potrebbe tentare di innescare un cambiamento in positivo nel suo ambito, e lo stesso può avvenire anche in politica o nel marketing. Questa è la nostra speranza per il mondo.

Tra le altre cose, il film ha anche un valore documentaristico in quanto nei titoli di coda si legge che gli scienziati del gruppo Antropocene continuano a raccogliere prove per far riconoscere ufficialmente questa era. Dunque, la vostra opera aiuta anche l’attività degli addetti ai lavori.

C’è, infatti, un legame molto importante dietro a questo progetto. Se riusciamo ad ottenere soluzioni a tali problemi potremo lavorare a livello interdisciplinare, dialogare con ambienti dove le persone hanno sempre operato completamente isolate e portare gli studi degli scienziati in un’altra dimensione, che è quella visiva. Che la scala geologica venga accettata o meno, alla fine, non ha importanza. In un mondo dove siamo bombardati da notizie e da micro crisi, la capacità di pensare a tutto il pianeta e all’intero progetto umano è molto raro, così come lo è per noi – con tutte le nostre connessioni – riuscire a fare un passo indietro e a guardare il pianeta e le ere geologiche come le guardano gli scienziati. Sono convinto che dovremmo farlo per poter vedere il problema e cambiare l’intero corso degli eventi. Questo è un altro obiettivo del progetto.

A mio avviso, Antropocene – L’epoca umana è, tra le altre cose, la messa in scena della trasformazione. Essa riguarda non solo il paesaggio, modificato e degradato dall’intervento dell’uomo, ma anche la nostra percezione. Non a caso, alcune scene mostrano come le persone non siano più in grado di riconoscere i segni dell’abominio umano. Mi riferisco alle sequenze del festival della metallurgia in Russia, dove vediamo persone festeggiare la stessa compagnia responsabile di inquinare l’ambiente dove essi vivono.

Si, hai ragione. È stato importante per noi non rendere astratto questo argomento perché quando stai cercando di illustrare ingegneria di alto livello a volte rischi di diventare un diagramma indecifrabile. Ma la verità include anche l’umanità di quei luoghi per cui abbiamo sempre cercato di non rinunciarvi e anzi di mostrarla in rapporto all’ambiente. Esseri umani che lavorano per dare da mangiare alle proprie famiglie, cercando di vivere con dignità nel mezzo di una degradazione apocalittica. Questa è una parte importante della realtà; non si può solo dire che quello che accade laggiù è grave, limitarsi a puntare il dito per criticare. Del resto, ne siamo tutti coinvolti. In Russia ci sono le miniere più grandi di carbone, di nichel e di altri metalli ed è tra i luoghi più inquinanti del mondo. Non c’è nessun dubbio che siamo tutti coinvolti. Il litio viene estratto da lì ed è un metallo molto raro, che però ci serve per far funzionare i nostri cellulari. Non possiamo dire che quello che avviene lì non va bene se poi siamo noi ad alimentare il fabbisogno di quelle sostanze. Quello che è importante in questo progetto è renderci conto del nostro coinvolgimento in questo problema.

Penso che Antropocene – L’epoca umana usi le immagini come fossero parole. Sono più importanti dei dialoghi, certamente più evocative. In un certo modo, le immagini sono depositarie di due sentimenti contrastanti. Da un lato valorizzano la bellezza e l’armonia del paesaggio, dall’altro ne mostrano le ferite, come possiamo vedere nelle scene iniziali e finali relative all’incendio. Il fuoco è positivo, ma anche negativo se ti serve per bruciare le zanne degli elefanti.

La filosofia del nostro film è di non essere didascalici ma nemmeno intellettuali. La scopo del film è di cercare di essere più emotivi e più empirici possibile. La speranza è che lo spettatore non essendo investito da così tante informazioni ne riceva un effetto più intenso e completo. Avere a che fare con le sole immagini spinge a essere più attivi, a riflettere sulla base di pensieri ed emozioni. Cosa che avviene di meno se utilizzi le interviste che, invece, fanno riferimento a un’esperienza tattile. Non fornendo molte informazioni avevamo bisogno di creare un interesse visivo anzi, direi, una seduzione visiva in grado di spingere il pubblico a contemplare queste cose. Abbiamo cercato di non creare una visione estetica del disastro attraverso una scelta di luoghi che invitassero a riflettere in maniera più profonda.

Come detto, il film promuove il cambiamento. In questo senso mi sembra che il montaggio lavori per rendere visibile questa percezione. Penso al momento in cui si passa dal tunnel party al dettaglio della pianta, o quando le immagini dal movimento in slow motion passano a quello accelerato. Il montaggio dell’elemento visivo è fatto proprio per rendere l’idea delle trasformazioni in corso. C’era questo scopo da parte vostra?

L’idea era di usare l’arte del cinema per cercare di creare un’esperienza più completa, e ciò si può fare riusciamo con la magia del montaggio, prendendo cose che sono molto diverse tra di loro e cercando di unirle, di creare collegamenti tra di loro. A volte queste relazioni sono più dirette, a volte più astratte, a volte più visive. Nei novanta minuti del film tutte queste cose sono in sintonia tra di loro, hanno una logica interna e creano un’esperienza completa. L’arte del montaggio è quella di creare questo tipo di associazioni, questi passaggi da un’idea all’altra, da un luogo ad un altro, sempre su diversi livelli, allo scopo di sviluppare una storia non tradizionale ma simile a un racconto visivo in grado di accompagnare lo spettatore e impedirgli di perdersi.

Parlando di trasformazioni, Antropocene – L’epoca umana si nutre dell’immaginario del cinema di fantascienza per raccontare la realtà. La scena nella quale vediamo un’enorme scavatrice che sembra mangiarsi la montagna su cui sta lavorando rimanda a film come Transformers o Star Wars. L’impatto per gli spettatori è molto forte. Puoi dirmi come hai creato queste sequenze straordinarie?

Come direttore della fotografia ho avuto una grande responsabilità nella narrazione in quanto, non venendo fornite molte informazioni né dialoghi, sono le immagini a dover raccontare la storia. Ci siamo, dunque, impegnati nel cercare di renderle più potenti possibile. Restituire l’enorme dimensione di queste macchine serviva per scatenare una risposta emotiva nello spettatore. Così, quando fai vedere una scavatrice del genere che, di fatto, è la macchina più grande al mondo, sembra di trovarsi in un film di fantascienza, anche se poi non è così. È la realtà con la quale dobbiamo convivere ogni giorno, ma di cui non ci rendiamo conto. Se, dopo la visione del film, inizieremo a pensarci, questo ci farà aprire gli occhi sull’eccessivo sviluppo dell’ingegneria e della tecnologia, e magari inizieremo a riflettere su come porvi dei limiti per vivere in sincronia con i ritmi naturali del pianeta.

Volevo sapere qualche cosa di più sulla scelta di Alicia Vikander come voce narrante (nella versione italiana c’è quella di Alba Rohrwacher, ndr). La sua interpretazione è molto suggestiva e contribuisce non poco ai risultati che intendevate raggiungere. Mi piacerebbe conoscere che tipo di lavoro avete fatto con lei.

È un’ottima domanda. Per noi si è trattato di una novità, perché in precedenza non ce ne eravamo mai serviti proprio per evitare di essere intellettuali. Dal momento che alcuni concetti scientifici inseriti nel film erano di difficile comprensione, sapevamo che a un certo punto dovevamo fornire qualche spiegazioni. In più, dopo il montaggio, avevamo troppo testo nelle immagini e ci siamo detti che così facendo avremmo fatto un libro e non un film. È stato quindi chiaro che dovevamo trovare un narratore, ma essendo degli autori di documentari non conoscevamo gli attori e le loro voci. Abbiamo chiamato un amico di Toronto che lavora nell’ambiente cinematografico, che ci ha spiegato come fare, ma ci era rimasto poco tempo e non avevamo fondi per pagare un attore. Siamo stati fortunati quindi perché sapevamo che Alicia era un’ecologista. Abbiamo contattato il suo manager: lei era in viaggio e io l’ho raggiunta a San Sebastian dove si trovava in quel momento. Abbiamo trovato un piccolo studio di registrazione e ci siamo collegati con quello di Toronto. Quindi mi sono ritrovato in questo studio di registrazione meraviglioso ma modesto, praticamente era una sorta di garage. Prima di incontrarla ho sperato che non fosse una primadonna. Lei si è rivelata fantastica, molto professionale. Abbiamo lavorato per più di quattro ore. Ha voluto provare e riprovare diverse volte e abbiamo lavorato molto sul testo. Penso sia importante per il film avere una giovane voce femminile.

  • Anno: 2019
  • Durata: 87'
  • Distribuzione: Valmyn
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Canada
  • Regia: Jennifer Baichwal, Edward Burtynsky, Nicholas de Pencier
  • Data di uscita: 19-September-2019