Orange is the new black: la stagione finale perfetta

Tra alti e bassi, Orange is the new black è dapprima diventata lentamente racconto corale, poi umana commedia e racconto di formazione; e, nonostante a metà percorso il fiato si era fatto un po' corto (la stagione quattro e cinque risentivano di una stanchezza narrativa che affiorava qua e là), non poteva esserci finale migliore di questo

C’è della forza ad ammettere quello che non si è capaci di fare: si chiama istinto di sopravvivenza”: lo dice Red, aka Galina Radzikov, al secolo (la straordinaria) Kate Mulgrew. E riassume bene il senso profondo di quello che è – stato – Orange Is The New Black, il cuore pulsante di questa ultima settima stagione.

Tra alti e bassi, la storia di Piper Chapman è dapprima diventata lentamente racconto corale, poi umana commedia e racconto di formazione; e, nonostante a metà percorso il fiato si era fatto un po’ corto (la stagione quattro e cinque risentivano di una stanchezza narrativa che affiorava qua e là), non poteva esserci finale migliore di questo. Emozionante, ma soprattutto chiusura di un cerchio perfetto, tirando le somme, di un racconto che spesso per strada aveva perduto il percorso ma che arriva al capolinea lucido e consapevole. Quando ha iniziato la sua corsa, nel 2013, Orange is the new black aveva aperto e sfondato non pochi muri, mostrando fin dove poteva spingersi la tv seriale in streaming, fino a dove il racconto audiovisivo poteva arrivare a confrontarsi con la realtà: il carcere, la violenza, l’omosessualità, tutte tematiche che difficilmente o quasi mai erano state declinate al femminile, e che invece la serie ideata da Kenji Kohan e ispirata alle memorie di Pier Kerman metteva in scena senza orpelli né peli sulla lingua.

I tredici episodi che mettono la parola fine sono allora tredici capitoli dove lentamente, inesorabilmente, morbidamente, le trame principali trovano una conclusione naturale: ed è come se la narrazione prendesse vita propria e dopo aver gonfiato all’inverosimile (l’acme narrativo probabilmente è stata la rivolta di Litchfield, il punto verso cui il racconto procedeva a da cui poi è scivolato giù in discesa a chiudere tutto) si sgonfiasse, ritrovasse la forma naturale per far trovare ad ogni personaggio il suo posto, la sua dimensione, la sua verità. Ed è questo il vero punto di forza della stagione finale di Orange is the new black: la sincerità.

Non (solo) l’emozionante svolta di alcune storie; non (solo) il tratteggio a volte caricaturale, a volte eccessivo, sempre coinvolgente, di tutti i personaggi; non (solo) l’incredibile efficacia di tutti gli attori; ma proprio la sincerità del racconto, la necessità drammaturgica di assottigliare il confine tra realtà e finzione, tra rappresentazione scenica e vero, vitale accadimento. Smettono allora di “fare scandalo” il sesso lesbo e la violenza psicologica, la denuncia delle sopraffazioni carcerarie e l’ingiustizia di alcune condanne forfettaria: inseguendo probabilmente l’ondata xenofoba di Trump e soci, ecco che si affianca il doloroso racconto delle storie di deportazione, con metafore e risvolti attuali annessi, ed ecco che il corpus unico del serial diventa folgorante, emotivamente intimo e lacerante nella sua urgenza. Insomma, Orange is the new black ha utilizzato Piper Chapman, biondissima WASP, solo come esca per attirarci e portarci dentro il carcere di un universo femminino in alcuni tratti tutto da scoprire: e ce ne ha mostrato le minoranze e le sofferenze, alzando il velo su un mondo che anche la Hollywood meno patinata ha sempre tenuto lontano dai riflettori. E se la struttura è già vista, il risultato e la trama sono quanto di più vero si sia visto in tv negli ultimi decenni, e così facendo ha lasciato che anche il format drammaturgico prendesse la forma della realtà: poco spettacolare ma incredibilmente reale. Ed è per questo che, anche se è finito, Orange is the new black non finirà mai.

Utlima modifica: 14 Settembre, 2019



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