Beast di Michael Pierce: inquietudine e rabbia di una donna

Una giovane e problematica donna, che vive in una isolata comunità, si ritrova divisa tra la sua oppressiva famiglia e il fascino di un misterioso outsider, sospettato di una serie di brutali omicidi

  • Anno: 2016
  • Durata: 107'
  • Distribuzione: P.F.A. Films
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Gran Bretagna
  • Regia: Michael Pierce

Neanche l’amore redime. Perlomeno, non sempre. Esistono, cioè, creature che in esso, oltre all’ipotesi di un momentaneo abbandono e ristoro, fiutano il fetore della trappola. E reagiscono.

Uno di questi esseri irrequieti è di sicuro Moll Hantford/(una nervosa e seducente) Buckley, riccioli color del rame e sguardi affilati – sovente scrutati dalla mdp – al di sotto dei quali ribolle una insopprimibile tristezza venata di rabbia. Giovane ma non più giovanissima donna, con apparente docilità avvezza a una consuetudine nei suoi aspetti materiali confortevole, adegua sforzi e aspettative al ritmo di un piccolo mondo-a-parte rappresentato da un villaggio rurale sull’isola di Jersey (piccolo scherzo tettonico a più o meno un centinaio di miglia a SO delle coste britanniche percorso da dolci orografie contrappuntate da vigneti, aree agricole, boschi, distese verdeggianti atte alle inurbazioni residenziali, qualche picco e splendide scogliere affacciate sulle acque della Manica). Non fosse che il tempo, il suo riproporsi immancabilmente nelle stesse fogge – Moll tira a campare per mezzo di un lavoro temporaneo come guida turistica; accudisce il padre vulnerato dalla demenza e patisce l’asfissiante sollecitudine della madre/James, direttrice del coro della chiesa (del quale Moll stessa fa parte), inquisitiva e beghina – alla lunga e in silenzio prepara il campo a una insofferenza che prenderà forma e si farà oggetto allorché le circostanze la condurranno, piantato in asso il ricevimento allestito per il suo compleanno (“Mi stavo annoiando. Volevo solo andare a ballare”, dirà alla madre, prevedibilmente contrariata, il giorno dopo) di fronte a Pascal Renouf/Flynn, taciturno coetaneo di probabile retaggio normanno, quotidiano spartito tra lavoretti manuali e bracconaggio, che la sottrae alle insistenze di uno smargiasso – rimasuglio fastidioso della notte di festa spesa poi a bere – e la riporta a casa. Di colpo, il mondo pare assumere un sapore diverso. Le giornate diventano febbrili nell’attesa di ritrovare, con l’incontro, con la conoscenza reciproca e travolgente dei corpi e della chimica delle affinità e dei contrasti (“Hai appena detto che mi ami. Perché ?”; “Non lo so. E’… capitato”), la possibilità di una magia che l’indolente evidenza di un presente impassibile fotocopia di sé stesso ha di continuo negato. Come e fin dove, però, protrarre l’incanto, quando i cadaveri di alcune ragazze riemergono dalla terra e tra i principali sospettati figura proprio l’ambiguo Pascal?

Contrariamente – ed è un pregio – alle aspettative di un pubblico aduso a una certa meccanica consequenzialità del principio di causa/effetto, l’esordio di Pierce – passato al Toronto Film Festival – utilizza alcuni stilemi cari alla detection del noir e talaltri tipici delle insidiose sospensioni del thriller solo per imprimere scarti ulteriori e di immediata immedesimazione (non a caso, la progressione propriamente poliziesca del film si consuma, diciamo così, oltre il margine delle inquadrature, perlopiù attraverso le saltuarie rivelazioni concesse da Clifford/Gravelle – agente del posto, eterno spasimante frustrato di Moll – che mettono al corrente la protagonista degli sviluppi investigativi, alcuni dei quali, peraltro, la riguardano da vicino) al tentativo di approfondire al meglio l’indagine che più lo interessa, quella dell’animo contrastato e irrisolto di Moll. Ossia per tessere la trama contraddittoria, non necessariamente coerente, di certo non edificante, di un dramma realistico intriso di oscuri grovigli psicologici, di rancori informi, di recriminazioni mute ma persistenti, di cui l’idillio fugace ma caparbio vissuto con Pascal si rivela al fine esserne, allo stesso tempo, l’elemento detonante e l’esito più beffardo e tragico, tributo necessario al nucleo più nascosto di una personalità orfana in primis di sé stessa che oramai reclama, contro ogni ordine e decenza, l’affermazione del proprio desiderio.

Nello specifico ma sulla medesima linea, Moll, la sua spensieratezza ferina, la sua impazienza di evadere (“Andare via. Via da quest’isola”), partecipa e si dibatte in sintonia acerba e smaniosa con un paesaggio quasi intatto, in buona parte ancora non manipolato dall’uomo che, da un lato, l’accoglie e ne riverbera, assecondandole, le pulsioni più autentiche (quando deve lasciarsi alle spalle la rigida cupezza dei dettami sociali; quando necessita di conferme o si attarda a interrogarsi circa la passione che la spinge verso Pascal, Moll, che a volte si muove con la grazia circospetta di certe ribelli ritrose di Sargent, cerca il mare, il tumulto del vento su uno sperone di roccia, la calma evocativa del bosco); dall’altro, mano mano, ne alimenta la repressa attitudine animale, tanto di autoconservazione che di sopraffazione (introdotta ai rudimenti della caccia dall’amante, non esita a fracassare la testa di una lepre con il calcio del fucile per finirla; in un sogno-allucinazione assai vivido recita sia il ruolo di vittima che di carnefice di un’aggressione: quindi assaggia con ipnotica voluttà gli attimi che precedono la morte scimmiottando in un lugubre, parziale auto-seppellimento, con tanto di manciate di terra infilate in bocca, il rituale utilizzato nei casi di omicidio che coinvolgono la sua comunità). L’esito, tutt’altro che scontato, è quello di una definitiva e naturale torsione interiore, oltre la quale la rivalsa sul mondo di un essere umano ferito si trasforma nello sguardo libero e imprevedibile – testardamente, terribilmente vivo – di una bestia.

Alessandro D’Orazio

Utlima modifica: 28 maggio, 2019



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