Stasera in tv su Rai Movie dalle 21,10 in poi andrà in onda Novecento, entrambi gli atti del capolavoro di Bernardo Bertolucci

Quasi due anni di lavorazione per un film che è probabilmente il più ambizioso ed epico della nostra cinematografia. Bernardo Bertolucci realizza un incredibile affresco della bassa emiliana di inizio ventesimo secolo. Cinque ore di visione che abbracciano quarantacinque anni di storia, dando corpo alla lotta di classe tra padroni e contadini

  • Anno: 1976
  • Durata: 310'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Bernardo Bertolucci

Stasera in tv su Rai Movie dalle 21,10 in poi andrà in onda Novecento (1976), entrambi gli atti del capolavoro di Bernardo Bertolucci. Dramma storico ambientato in Emilia, regione natale del regista, assembla un cast internazionale, raccontando le vite e l’amicizia di due uomini, il possidente terriero Alfredo Berlinghieri (Robert De Niro) e il contadino Olmo Dalcò (Gérard Depardieu), all’interno dei conflitti sociali e politici tra fascismo e comunismo che ebbero luogo in Italia nella prima metà del XX secolo. Presentato fuori concorso al 29º Festival di Cannes, il film fu poi selezionato tra i 100 film italiani da salvare. Il dipinto che fa da fondo ai titoli di testa del film è Il quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo. Nei cinema italiani il film venne proiettato, con grande successo, in due fasi successive (Novecento Atto I e Novecento Atto II). Negli Stati Uniti si dovette proporre una sola pellicola ridotta a quattro ore, ma questo film non ebbe successo, principalmente per la sua matrice ideologica e la presenza delle bandiere rosse. Il film fu sequestrato per oscenità e blasfemia dal Pretore di Salerno nel settembre del 1976. Il giudizio era dovuto in parte alla scena di pedofilia perpetrata da Attila ai danni di un ragazzino e per la bestemmia in dialetto esclamata dal contadino ritardato Demesio. Successivamente venne giudicato non osceno da un tribunale e rimesso in circolazione. Sul set del film, il regista Gianni Amelio girò il documentario Bertolucci secondo il cinema. Durante le riprese, iniziate il 2 luglio 1974, la troupe del film di Bertolucci sfidò più volte a calcio la troupe del film Salò o le 120 giornate di Sodoma, che Pier Paolo Pasolini stava girando nelle vicinanze: tenuto conto che il poeta e regista morì assassinato il 2 novembre 1975, le riprese di Novecento, uscito nelle sale nel 1976, impegnarono Bertolucci per un arco di quasi due anni. Con Gérard Depardieu, Robert De Niro, Burt Lancaster, Sterling Hayden, Domenique Sanda, Romolo Valli, Stefania Sandrelli, Donald Sutherland, Laura Betti , Alida Valli.

Sinossi
Nelle campagne parmensi i partigiani catturano gli ultimi fascisti; un ragazzo tiene sotto tiro il ricco proprietario terriero Alfredo Berlinghieri. Con un salto temporale, l’azione si sposta al passato, al momento della sua nascita. I protagonisti nascono entrambi lo stesso giorno, il 27 gennaio 1901, data di morte del celeberrimo compositore Giuseppe Verdi, e nello stesso luogo, una grande azienda agricola emiliana, ma sono separati dalla diversa posizione sociale: Alfredo Berlinghieri è figlio dei ricchi proprietari, mentre Olmo Dalcò è figlio illegittimo di Rosina, una contadina, che lavora per la famiglia Berlinghieri (che lo ha avuto con un uomo noto solo al lei). I due, crescendo, stringono un legame d’amicizia, a dispetto della diversa estrazione sociale. La realtà sociale vede le lotte socialiste dei poveri contadini, lo scoppio della Grande Guerra, e nel dopoguerra la nascita del fascismo e la sua ascesa al potere; tutto cambierà con la caduta del fascismo e la feroce guerra civile tra partigiani e fascisti: le ultime scene del film sono ambientate il 28 aprile 1945.

All’origine di quello che è probabilmente il film più ambizioso ed epico della nostra cinematografia c’è una terra, la bassa Emilia della provincia di Parma specialmente, che l’autore conosce fin troppo bene. Novecento non è un apologo sull’Italia unita, ma un romanzo regionale che ha la capacità di non essere provinciale. Attraverso il background padano, Bernardo Bertolucci trova l’opportunità di creare una saga plebea e nobile al contempo, con un linguaggio personale, sporco e nudo che riesce a non far scadere mai la storia in una narrazione da lunga serialità in costume, oltre i manicheismi e le banalità, le superficialità e i luoghi comuni. Se proprio volessimo seguire la scissione (a scopi commerciali) in primo e secondo atto, potremmo dire che la prima parte è limpida e a momenti nostalgica, e la seconda più selvaggia, politica e mèlo. Ma il film va considerato nella sua totalità epica, nelle sue fluviali ma mai pesanti cinque ore che abbracciano quarantacinque anni (più breve epilogo con una vecchiaia che si riappropria del liquido amniotico con puerile disillusione) di storia principalmente vissuti in una fattoria che è metafora della lotta di classe (Novecento è un film sul concepimento, la nascita, lo sviluppo e l’apoteosi della lotta classe), annuncio della fine di un’era (non è un caso che Alfredo Berlinghieri senior, l’ultimo vero padrone, sia interpretato da Burt Lancaster, già corpo del Principe di Salina de Il Gattopardo, parabola sulla fine di una idea di vita) e teatro di guerra (dagli opportunismi del mediocre Giovanni, figlio di Alfredo, impersonato da Romolo Valli, alla sfida impari tra la splendida Domenique Sanda e la sgraziata Laura Betti in interni padronali; crescita della consapevolezza socialista tra i contadini Dalcò, con i primi scioperi). Film su un mondo in lenta decomposizione da una parte e in rapida affermazione di sé dall’altra: è evidente che il suo cuore batta senza compromessi a sinistra (risulta emblematica la grande bandierona cucita con tutte bandiere di diverse tonalità di rosso), ma è anche vero che c’è quasi un certo rispetto nella rappresentazione dell’immobile Alfredo junior, padrone suo malgrado ma incapace di agire perché divorato da un amore infelice, e perfino una sorta di ambiguità nell’eloquenza finale del palese eroe Olmo Dalcò. Insomma, film estremo e classico al contempo, saga antica e moderna, polifonico (sequenze anche documentaristiche, come lo sventramento del maiale, che danno bene l’idea di cosa voglia dire la vita in campagna) e melodrammatico (l’annuncio della morte di Verdi nell’incipit è programmatica), impreziosito dalla impressionistica fotografia di Vittorio Storaro e da un Ennio Morricone stranamente sobrio (più l’imprescindibile Franco Arcalli nella doppia veste di montatore e sceneggiatore). Ovviamente è un film d’attori, con un cast da far tremare i polsi: i divini Robert De Niro e Gérard Depardieu come protagonisti e portavoce; il titanico confronto tra Burt Lancaster (che trova la morte che il principe Fabrizio non trovava nel film) e Sterling Hayden; la volitiva Stefania Sandrelli, Paulo Branco, Maria Monti e Giacomo Rizzo tra i paesani; la famiglia Berlinghieri con Domenique Sanda, Romolo Valli, Anna Maria Gherardi e Werner Bruhns; le partecipazioni di Alida Valli (una vedova decadente) e Francesca Bertini (una suora poco clericale). Ma, forse, su tutti restano inevitabilmente impressi nella memoria l’agghiacciante Attila (nomen omen) di Donald Sutherland e Laura Betti nei panni della brutale cugina Regina, le figure più dannate, mefistofeliche e crudeli di tutto il cinema italiano: due animali capaci di uccidere chiunque per matta bestialità, secco cinismo e folle calcolo.

GUARDA IL TRAILER >>

Utlima modifica: 26 Ottobre, 2018



Condividi