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VISTI AI FESTIVAL

Venezia 75: The Ballad Of Buster Scruggs, il ritorno di Joel ed Ethan Coen (Concorso)

Vedendo The Ballad Of Buster Scruggs - confrontandolo con El Grinta, o anche Ave Cesare! - non può non saltare agli occhi una certa attitudine alla coazione, un vaghissimo deja-vù, in riferimento a una leziosità di sguardo e di intenti tipica della celebre coppia di registi

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Netflix pigliatutto? Sembrerebbe di sì, ed è la risposta tra le righe di Venezia al Festival di Cannes e alla sua chiusura ai film prodotti dalla celebre piattaforma: perché dopo lo splendido Roma di Cuaròn, e prima del prossimo 22 July di Greengrass, un altro attesissimo film presentato in concorso al Lido è prodotto dal colosso dello streaming, ed è l’ultima opera dei fratelli Coen, The Ballad Of Buster Scruggs. Uscendo con passo felpato dalla diatriba (che, paradosso del caso o meno, si rispecchia in un altro gran film passato sugli schermi veneziani, l’interessante boutade di Assayas Double ViesNon-Fiction, il titolo italiano per quando uscirà sui nostri schermi, a Gennaio 2019), si diceva dei Coen: che tornano al western dopo il loro El Grinta, rilettura parossistica e demitizzante della frontiera e del cinema ispirato, con un film attraverso cui si possono tirare le somme su dove sia arrivato il loro cinema. E non è facile.

Come deve essere giudicato, o meglio visto e letto un film? Attraverso le aspettative che si hanno, quindi in maniera istintiva e inconscia? Con gli occhi vergini dello spettatore casuale? Usando le lenti – a volte deformanti, va detto – della revisione critica? Perché The Ballad Of Buster Scruggs ha una soluzione differente a seconda che si utilizzi una o l’altra prospettiva: film a episodi, frammenta la narrazione senza un nesso logico mostrando un cowboy cantante e picchiatello, un ladro di banche sprovveduto e probabilmente inetto, un freak-show itinerante con un padrone crudele, un cercatore d’oro dalle mille vite, una donna sola in viaggio con una carovana di frontiera e, infine, la compagine mal assortita di una diligenza diretta chissà dove.

Come si diceva, non è la prima volta che i fratelli si cimentano con il West: ma se con El Grinta la chiave di volta era il Mito (cinematografico e storico) e la sua destrutturazione strutturale e narrativa, questa volta Buster Scruggs sembra più guardare da vicino all’iconicità della Frontiera e rileggerla, piegandola leggermente verso declinazioni autoriali. Che ormai i Coen siano due autori che hanno scritto pagine di cinema è indiscutibile; ma si dovrebbe forse iniziare a parlare di come, nell’ultimo decennio quindi da A Seriouos Man in poi, la loro scrittura si sia come appannata, anzi adagiata su un mood ben preciso. Nessun dubbio sul loro talento, né tanto meno sulla genuinità della loro ispirazione: ma a vedere Buster Scruggs, confrontandolo con El Grinta, o anche Ave Cesare!, non può non saltare agli occhi una certa attitudine alla coazione, un vaghissimo deja-vù che non riguarda cose, persone e storie, ma appunto una leziosità di sguardo e di intenti.

Tornando a quanto si diceva sopra: dovrebbe essere naturale per ogni amate del cinema, purché vergine di visioni e re-visioni, amare le inquadrature di Joel ed Ethan Coen, la loro fotografia cristallina, quella sapienza di movimenti di macchina e quella capacità di dirigere cast corali non solo tirando fuori il meglio, ma anche affiatando intenti e risultati. Ma è altrettanto vero che, conoscendo a memoria gli “strippamenti” di Bloody Simple, la sottile intelligenza di dialogo de L’Uomo Che Non C’Era, la geniale noncuranza de Il Grande Lebowsky, non si può che rimanere quantomeno perplessi nel non scorgere più nessun guizzo, nessun ammodernamento, nessun tipo di scivolamento in avanti – o indietro – nel loro modo di fare cinema. La poetica del caso; l’ineluttabilità della casualità, la perversione degli arabeschi del destino; vie battute e ribattute, che se una volta davano vita a opere sorprendenti, dal punto di vista formale e teorico, oggi non fanno che ripassare sugli stessi segni e segnali. E sotto un apparato visivo innegabilmente affascinante, quando non ammaliante, nella sua simpatica estraneità a tutto quanto sia “normale”, resta ben poco di un cinema che aveva stravolto le coordinate della logica e del buon senso.

In questo senso, suonano poco “pancia” e molto “di testa” le riflessioni sull’imprevedibilità della vita e sul bisogno di farsi cullare dolcemente finché si è in tempo dai moti ondivaghi di un’esistenza fuori da ogni schema; impossibile usare l’aggettivo “imprevedibile” rivolto agli snodi delle trame di ogni singolo episodio del film, come quando meravigliati, straniati e affascinati si restava a guardare a bocca aperta la stolida, fredda banalità del Male di Javier Bardem in Non È Un Paese Per Vecchi (altro episodio “western” per come guardava alla Frontiera; ecco, erano quelli gli autori che parlavano delle loro ossessioni, ma stupivano con le loro trovate e le loro declinazioni sempre nuove); e non riescono mai a coinvolgere fino in fondo i dialoghi e i sotto testi, mentre qualche battuta ridanciana e poche uscite narrative geniali sembrano sforzarsi di coprire una stanchezza d’intenti che, anche se non percepibile, alla fin fine fiacca la tensione emotiva e fa si che The Ballad Of Buster Scruggs sia solo una bellissima bolla di sapone. Luminescente, poetica all’apparire, colorata e divertente; eppure, una volta scoppiata, evapora nel nulla.

GianLorenzo Franzì

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  • Anno: 2018
  • Durata: 132'
  • Genere: Western
  • Nazionalita: USA