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Approfondimenti

Lazzaro felice di Alice Rohrwacher, una favola amara, vitale e ontologicamente mortale

Dal medioevo materiale a quello umano, fino al collasso dello spirito. Lazzaro felice è uno struggente atto di accusa nei confronti di una realtà ipocritamente coperta e dissimulata e di una “civiltà” irrimediabilmente violata

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Campagna umbro-toscana, ultimo ventennio del ventesimo secolo. La legge del 3 marzo 1982, n.203, prevede la conversione in affitto dei contratti di mezzadria già esistenti. La Marchesa Alfonsina de Luna possiede però l’Inviolata, una piantagione di tabacco in una zona isolata, dove circa 50 contadini  continuano a lavorare, sfruttati,  in virtù di questo contratto agrario ormai fuori legge. La Marchesa, detta “la serpe”, ritiene infatti che “gli esseri umani sono come le bestie, liberarli vuol dire renderli consapevoli”: un rapporto di sfruttamento a caduta sembra insito nell’essere umano; infatti Lazzaro, un ingenuo ragazzo di 20 anni, viene sfruttato a sua volta dai mezzadri. Proprio intorno a questo candido e disponibile orfano ruota la storia di un’amicizia con il figlio della marchesa, che detesta la sua vita, la madre sfruttatrice e la condizione in cui vivono i mezzadri. Ordisce un piano e ha bisogno della complicità di Lazzaro, che non esita a mettersi a disposizione della causa. I due giovani si perdono di vista, perché Lazzaro/Francesco cade da un precipizio e un lupo lo risparmia poiché sente l’odore di buono.

Città lombarda: un gruppo di poveri reietti vive in una casa di fortuna ai margini della realtà, sopravvivendo attraverso truffe e raccolte di avanzi, senza alcun agio della modernità. Arriva Lazzaro, che in quanto “Lazzaro”, è miracolato e, trovatosi da solo, si reca in città: vuole ritrovare il perduto amico Tancredi, il figlio della marchesa, e incontra i suoi vecchi compagni contadini.

Banca del Popolo: Lazzaro entra e qui si conclude la storia.

Campagna-Tesi: Medioevo materiale. Mezzadria, ci sono il servo e il padrone, si spartisce il raccolto, il plusvalore non è ancora neanche considerato perché il lavoro non viene retribuito. C’è assoluta identità di essere e dover essere e un’unica certezza in questo ambito, di una cosa singola presente qui e ora davanti a chi la vive, il semplice vissuto, la pura coscienza di sé. Quando questa coscienza pura di sé diviene rapporto con l’altro, ossia con il padrone, diviene autocoscienza che libera il servo dalla campagna e lo conduce in città.

Citta- antitesi: medioevo umano. Qui l’autocoscienza dovrebbe invertire i ruoli, ossia il signore divenire servo del servo, del quale ha assoluta necessità, e il servo padrone del padrone che ha assoluto bisogno di lui. Ma la fenomenologia della modernità di Alice Rohrwacher si aliena dal divenire dello spirito hegeliano. In città il padrone/signore è scomparso, esiste solo il servo, che si è liberato dal signore non per il processo dialettico dell’autocoscienza ma perché il padrone è diventato invisibile.

Banca del Popolo- sintesi: medioevo economico-spirituale. Lazzaro è nelle stesse condizioni di Tancredi ma non lo sa; l’antitesi si è compiuta senza l’autocoscienza e il miracolato entra in banca per chiedere il denaro tolto a Tancredi. La bontà e l’ingenuità sono oggetto di incomprensione, scherno e violenza; nessuna sintesi è possibile mentre  il divenire dialettico si compie perché il padrone è ormai Nessuno.

Un percorso strampalato e surreale per una favola amara, vitale e ontologicamente mortale. L’obsolescenza della bontà del Candide “del migliore dei mondi possibili” di Voltaire resuscita nel Lazzaro di Rohrwacher per raccontare il “peggiore dei mondi possibili”, quello del vero grande inganno: quello che non riconosce altra dignità se non quella di essere funzionari a diversi livelli del capitale, quel padrone di nome Nessuno che perdura nelle società che si definiscono umanistiche, anche se edificate sulla spoliazione dell’uomo. Non sembra affatto casuale la trama che tesse Rohrwacher: una ragnatela nella quale non si può non rimanere impigliati; la campagna, la città, la banca del popolo. Una sceneggiatura dalla triade implacabile: campagna-servo; città-consumatore; banca-suddito. Dal medioevo materiale a quello umano, fino al collasso dello spirito. Lazzaro felice è uno struggente atto di accusa nei confronti di una realtà ipocritamente coperta e dissimulata e di una “civiltà” irrimediabilmente violata.