Venezia 70: “Bethlehem” di Yuval Adler (Giornate degli Autori)

 

Anno: 2013

Durata:  99′

Genere: Drammatico

Nazionalità: Israele

Regia: Yuval Adler

 

Bethlehem o il paradosso della guerra

Ai temi della Palestina e di Israele le Giornate degli Autori hanno sempre posto speciale attenzione: a partire dal dolente Sous les bombes (2007) del libanese Philipe Aractingi  e l’amatissimo Incendies – La donna che canta (2010) di Denis Villeneuve passando per l’emozionante Heritage (2012), opera prima da regista di Hiam Habbass. E ancora, nel 2011, le Giornate si fecero luogo di incontro e confronto, presentando il drammatico Edut – Testimony dell’israeliano Shlomi Elkabetz e il primo film che sventolava con orgoglio la bandiera palestinese, Habibi, della regista Susan Youssef.

In questo contesto, di riflessione e incontro col mondo Mediorientale, si inserisce Bethlehem, opera prima del giovane israeliano Yuval Adler che ci porta nel cuore degli scontri nel South Bank, dove agiscono il giovane infiltrato palestinese Sanfur (Shadi Mar’i), fratello minore di un combattente palestinese ricercato, Ibrahim (Hisham Suliman), e Razi (Tsahi Halevy), agente che il servizio segreto israeliano ha reclutato quando aveva appena quindici anni, investendo molte energie sul ragazzo e sviluppando una relazione quasi paterna con lui. Questo rapporto non resisterà, però, al richiamo dei legami di sangue, Sanfur si troverà, infatti, costretto a scegliere fra due tradimenti, condizionato dalla famiglia di origine.

Il regista riesce bene a far emergere dal racconto come questo conflitto coinvolga numerosi “attori” che spesso sconfinano nel campo avversario. Il confine pare, infatti, essere molto labile: esemplare la scena della morte di Ibrahim quando si contengono il corpo sia gli amici della resistenza palestinese sia i seguaci di Hamas.

Dramma psicologico e spy story si intrecciano dando vita ad un’interessante opera prima che prende spunto, purtroppo da situazioni reali, come ci conferma il regista: “Un agente dei servizi segreti israeliani una volta mi ha detto che la chiave per il reclutamento e la gestione degli informatori è nello sviluppare una relazione intima con loro. Sul piano personale – continua Adler – non è solo l’informatore a sentirsi confuso sulla propria identità e lealtà, anche l’agente finisce col non distinguere più con chiarezza il limite“.
Tutto questo viene mostrato con uno stile quasi documentaristico dove il sangue della vendetta si mischia con la polvere.

Vittorio Zenardi



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