Finché c’è guerra c’è speranza

Secondo film della serie “Sordi politico” è Finché c’è guerra c’è speranza datato 1974. Ma potrebbe tranquillamente datarsi 1985, 1997, 2013. Ahimé la storia narrata è ciò che accade da secoli in Africa, ma in realtà in ogni parte di questo nostro mondo dilaniato da guerre, rivoluzioni e rivolte, in cui la lotta sfrenata per il profitto alimenta l’odio e il rancore, le radicalità etniche e religiose dei popoli per spartirsi nuove fette di mercato, per trovare nuovi territori da invadere con le proprie merci e i propri capitali, mettendo su governi fantocci corrotti e compiacenti, uccidendo le realtà particolari e creando un super governo mondiale retto dalle grandi potenze e dalle grandi banche d’affari.

Pietro Chiocca, affermato commesso viaggiatore di una ditta d’armi da guerra, felicemente spostato con tre figli e una bella casa nel centro di Milano, vive praticamente in aereo spostandosi da un paese ad un altro, da un continente ad un altro, vendendo strumenti di morte a chiunque ne faccia richiesta. Il suo campionario è vastissimo, fornito di tutti i ritrovati della tecnica, pronto a soddisfare qualsiasi necessità. Il motto è: “Avete una rivoluzione, una guerra civile, la Panaexport ve li risolve”. Dopo aver vinto con l’astuzia e con la corruzione una gara per l’approvvigionamento di materiale bellico ad un paese africano e dopo essersi accaparrato ad un’asta internazionale un nutrito lotto di armi leggere dismesse dell’esercito francese, sbaragliando – con l’inganno e il doppiogioco – tutti i concorrenti, riesce a farsi assumere da un’importante armatore di Montecarlo. Guadagnando molto di più, può finalmente permettersi di ‘regalare’ alla sua famiglia un’accattivante villa in Brianza, con piscina e campo da golf completa di ‘amusement’ fino a poco prima inimmaginabili. Vendendo una partita di caccia a reazione in un paese africano dilaniato da una faida intestina tra governativi e ribelli, si renderà conto dell’orrore indicibile che le sue ‘innocue’ armi producono, prendendo finalmente coscienza della reale natura del suo mercimonio. Tornato a casa, dopo aver appreso che l’oscuro ed ambiguo giornalista che l’aveva accompagnato nella giungla per vendere armi usurate dell’esercito governativo ai ribelli aveva scritto un reportage su di lui, moglie e figli lo accusano  – inorriditi –  di essere un “mercante di morte”. Pietro provato moralmente decide di cambiare lavoro ma la sua famiglia, dopo aver capito che non potrà mantenere lo stile di vita “faraonico” in cui ormai si è abituata a vivere, decide di dimenticare e induce Pietro a ritornare subito a lavoro.

Non ci interessa in questa sede valutare la cifra estetica e narrativa del film. Numerosi critici molto ma molto più illustri e competenti di noi lo hanno già fatto, forse con toni troppo sprezzanti al limite di quello stesso qualunquismo di cui accusavano il film e il suo istrionico protagonista.

Ci interessa penetrare nel tema centrale del film e cioè il qualunquismo, l’egoismo del mercato, di cui Pietro Chiocca non è che, parafrasando Marx, la personificazione. Qualunquistico non è il buon padre di famiglia che con la truffa e il raggiro (tipico della “macchietta” Sordi in tutti i suoi 50 anni di carriera, basti pensare al Dottor Tersilli) riesce a farsi assumere da un prestigioso ed influente mercante d’armi per dare alla sua famiglia, già agiata, un benessere ancora più elevato. Ma il mercato che rende tutto vendibile e tutto comprabile, che dà prezzo e misura a tutto, che decreta la vita così come la morte di un prodotto, qualunque esso sia, reo di non dare profitti in grado di ripagare l’investimento iniziale. Il ciclo della valorizzazione indicato da Marx nel Capitale (V-V’) è sempre, costantemente in funzione. Che siano medicine o armi da guerra, zanzariere o mine antiuomo non ha alcuna importanza; l’importante è la loro vendibilità. Il loro puro e semplice successo commerciale. E quali prodotti ieri come oggi vanno a gonfie vele, se non quello delle armi e della droga, in tutte le sue forme? Si sa, la morte rende più che la vita.

In questo ha  perfettamente ragione lo stesso Chiocca, quando parlando con il reporter che lo intimava a fare un esame di coscienza sulla natura esiziale della sua professione gli risponde senza mezzi termini: «La vedi questa (indicando una pistola)? Non è ne buona né cattiva. Io te la vendo così com’è. Se tu che dopo puoi decidere come usarla. Io non faccio della politica». E subito dopo, leggendo un articolo che lo stesso giornalista gli aveva mostrato sulle nuove armi in circolazione, si sorprende che siano state inventate mine anti uomo a forma di bambola, con aggiunta di micidiali schegge metalliche. Chiocca, da buon commerciante, non fa della politica, non cade nella trappola del moralismo e annuisce asserendo che questa invenzione, seppur in linea teorica devastante, avrà un grandissimo successo commerciale. Cosa che puntualmente avvenne.

Nell’astuta ingenuità (o falsa coscienza) di Chiocca vi è però una brutale e disumana verità. Non vi può essere un capitalismo etico. Se accettiamo che il mercato regoli e disponga della nostra vita dalla culla alla tomba, se accettiamo che il denaro sia l’equivalente generale che regola lo scambio di tutto ciò che viene prodotto, non possiamo pretendere che vi siano delle merci, dei prodotti che abbiano un certificato di ‘eticità’. Come detto, la regola aurea è: dove c’è domanda c’è offerta. Dove c’è offerta c’è profitto. Il resto non conta. Questo vale per le discariche abusive di rifiuti tossici e relativi traffici internazionali (Gomorra insegna), per il disboscamento di intere aree della foresta amazzonica per estrarre il legno che andrà a riempire le riserve a basso costo dell’Ikea, cosi come per allargare i pascoli per far crescere i bovini che ci ritroveremo nel piatto o in un triste fast food.

Ed è precisamente questa dimensione ‘normalizzante’ e qualunquistica della disumanità del mercato ciò che ci disturba. Il vedere concretizzato sullo schermo, con ritmi da commedia, ciò che tutti sappiamo ma che facciamo finta di non vedere. L’essere cioè immersi in una melassa spaventosa dentro la quale siamo cresciuti e ci siamo riprodotti, in cui abbiamo determinato le nostre scelte e i nostri valori, da cui però non possiamo uscire, pena la perdita ‘di un benessere’ pagato a caro prezzo e a spese – spesso – dei più deboli, depredati dai più forti.

Il tema della colonizzazione o della neocolonizzazione, molto di moda negli anni ’70 e ’80, così come l’attenzione al cosiddetto ‘terzo mondo’, oggi sembra un po’ sbiadito (anche perché molti di quei paesi e di quelle aree oggi sono in forte crescita superando quasi i livelli del cosiddetto ‘occidente’, dove ritornano in auge povertà e emarginazione che si pensano ormai debellate), ma non il contesto di corruzione e di lotte intestine che in quei paesi arricchiscono solo i mercanti ‘di morte’ e burocrazie politiche corrotte e degenerate.

La regia attenta e mai sciatta di Sordi, che dosa bene campo e controcampo, che valorizza dettagli solo all’apparenza insignificanti, dando spessore al ritmo e alla qualità della narrazione, ci pone di fonte a due ‘corruzioni’. Quella di un Occidente in crisi verticale di valori (famiglie sbandate, in cui alla comunicazione e alla condivisione subentra la ricerca spasmodica di denaro e solipsistici status simbol) e di autocoscienza (sa di vivere alle spalle di un mondo affamato ma non se ne cura), che fa enorme fatica a ripudiare il suo passato coloniale, e dall’altra un terzo mondo a cui, alle sue faide interne, si aggiungono le mille contraddizioni che quel passato gli ha irrimediabilmente lasciato in eredità, inabile – debole com’è – ad affrontarne il peso.

Una dialettica drammatica a cui Sordi ci fa ben assistere, forse con qualche banalità di troppo, forse con vaghi accenni all’abusato canovaccio dell’avanspettacolo e al cinismo degno dell’’italiano colonizzatore’, che dall’alto del suo imperialismo straccione – come lo apostrofò Lenin – si sente il padrone del mondo. Un’operazione filmica tutto sommato integra, quadrata dall’inizio alla fine, efficace nel segnalare l’abdicazione di un modello di sviluppo ineguale che radicalizza la povertà così come accelera in chi vuole vivere al di sopra delle proprie possibilità, inseguendo modelli che non gli appartengono, il livello di ignavia, godendo di una ricchezza espropriata all’altro capo del mondo.

Mai come in questo film, ‘la macchietta’ Sordi, il guitto d’avanspettacolo, il simbolo stesso del cinico qualunquismo dell’italiano medio, menefreghista e traffichino (oggi diremmo faccendiere), cozza violentemente contro lo stesso orrore che ha contribuito a determinare con la sua ‘innocente’, naturalistica, indifferenza. E Sordi dosa alla perfezione, aiutato da due ottimi sceneggiatori che hanno fatto la storia della commedia all’italiana come Benvenuti e De Bernardi, l’amara doppiezza del suo personaggio per infondere un totale senso di spaesamento, nell’assumersi sinceramente le proprie responsabilità.

Nel climax finale forse la retorica terzomondista prevale, ma il grido disperato di un uomo incastrato tra il benessere personale e quello della sua famiglia, tra i bisogni di un Occidente opulento che non sa più accontentarsi e il genocidio sprigionato a cosi caro prezzo, è tra i più autentici del nostro cinema. Assistiamo basiti ad un conatus di ribellione così straripante (evocando quasi l’ansia emancipativa del Fu Mattia Pascal pirandelliano) da trasfigurare perfino la maschera espressiva, l’emotività interna di chi fino a quel momento era considerato uno dei simboli stessi del malcostume italiano, solo perché ne rappresentava, meglio di nessun altro, l’inconfondibile stile deteriore. L’errore fu, ed è ancora oggi, quello di non saper distinguere il ‘male’ da chi lo incarna. Vecchia storia. Albertone ce l’ha insegnato: «Io faccio i ruoli che nessuno vuole fare.»  Ci vuole coraggio a dare la faccia a personaggi come Pietro Chiocca. Mentre è molto più facile gloriarsi di una moralità mai veramente posseduta.

Claudio Vettraino

Utlima modifica: 21 febbraio, 2013



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