Les Éclats (Ma gueule, ma révolte, mon nom)

ANNO: 2011

DURATA:  84’

DISTRIBUZIONE: Les Eclats Italia (indipendente)

GENERE:  documentario sociale

NAZIONALITA:  Francia

REGIA: Sylvain George

DATA DI USCITA: 22/10/2012

Frammenti (Les Eclats) sono quelli di gesti, paesaggi, fughe, racconti struggenti e pasti consumati ai margini di una città di passaggio. Vincitore del premio per il migliore documentario internazionale al 29° Festival di Torino, Les Eclats colpisce subito per il suo bianco e nero tagliente, e per il suo ritmo lento che conduce inesorabilmente lo spettatore nel veloce turbine delle vite di migranti clandestini provenienti da diversi paesi. Il documentario si apre con alcuni senza fissa dimora che consumano un minestrone acquoso cucinato in strada, appoggiando la pentola su dei sassi. Questo non accade in un paese del terzo mondo, ma accade a Calais, paese della Francia che si affaccia verso l’Inghilterra, vera meta di questi uomini. Le fughe dalla polizia francese che li persegue sono all’ordine del giorno, e alcuni di loro raccontano di alcuni rocamboleschi inseguimenti. Tra un racconto e l’altro, un uomo di colore dice: “So che un giorno saremo felici”. Il paesaggio che però ha intorno è quello di un porto abbandonato al degrado e quello delle aree periferiche limitrofe nelle quali i migranti cercano rifugio in baracche improvvisate, prima di tentare lo sbarco. Un altro racconta che, per evitare di farsi identificare dalle forze dell’ordine, si brucia le mani col fuoco e con sostanze acide, in maniera tale da non avere impronte digitali. “L’immigrazione è una cosa buona, ma è dura”, aggiunge nel suo inglese stentato ma comprensibile. Durante una nottata di retate, con tanto di camionette schierate, il megafono di un rappresentate di associazioni a difesa di questi disperati commenta con ironia il lavoro della polizia che tratta questi ragazzi in cerca di fortuna come fossero terroristi. Per lavarsi non possono fare altro che tuffarsi in mare, e qualcuno di loro fa uno shampoo sotto il getto di una fontana pubblica. Tra gli intervistati anche un ragazzo che per “saltare” (nel loro gergo significa passare da un paese all’altro) si è rotto una gamba. “Ho paura. Non voglio morire”, aggiunge alla fine.

Arriva il rigido inverno e le baracche sono immerse nei rovi ghiacciati e sotto una coltre di neve, mentre alcuni di loro non hanno nemmeno delle scarpe. C’è, in questo documentario dichiaratamente frammentario, qualcosa del Wiseman che ha rivelato le contraddizioni dell’America molti anni or sono. Il regista George Sylvain ha lavorato in qualità di assistente sociale, ma riesce a tenere lontana la tentazione dei tecnicismi legali ed evita sapientemente le interviste a tavolino, preferendo la spontaneità di confessioni “rubate” in fieri. La macchina da presa segue senza un preciso disegno i movimenti di questi uomini alla ricerca di un futuro che i loro paesi non sono stati in grado di dare. Ogni tanto si sofferma su uno di loro e coglie le confessioni, poi guarda, come fossero i loro occhi, i paesaggi strazianti che li circondano, segue la polizia, ritorna su un gruppo che si dirige verso i cancelli del porto da scavalcare, ma l’obiettivo non sono i migranti, l’obiettivo è il “salto” mancato, quella volontà degli uomini di cambiare il corso della loro vita, che viene soffocato da una società che non lascia scampo. Uno di loro è in tribunale. Il giudice parla col traduttore albanese e spiega che verrà prima detenuto per poi essere rimpatriato.

Fabio Sajeva



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