Aurora Quattrocchi attraversa il cinema italiano con la stessa autenticità che caratterizza le sue interpretazioni: uno sguardo curioso sul mondo, una schiettezza rara e un entusiasmo capace di sfidare il tempo. Reduce dal David di Donatello come Miglior Attrice Protagonista con l’incredibile prova offerta nell’esordio registico di Margherita Spampinato, Gioia mia, l’attrice sarà alla 23esima edizione del Magna Grecia Film Festival in programma a Soverato dal 25 luglio al 1° agosto.
Per l’occasione, l’attrice si è lasciata andare a una conversazione capace di andare oltre il semplice racconto cinematografico. Dalla felicità difficile da metabolizzare al valore della recitazione, passando per il viaggio, la memoria e la necessità di preservare lo stupore, ne è nato un dialogo profondamente umano con un’artista che continua a guardare il mondo con meraviglia.
Buona lettura.
Aurora Quattrocchi: la felicità va ululata
Mi colpì, mesi fa, un suo video pubblicato subito dopo la vittoria del David di Donatello, in cui sosteneva come le cose brutte della vita avessero un impatto immediato nella sua vita, al contrario di quelle belle, le quali hanno bisogno di tempo per essere metabolizzate. Dopo tutto questo tempo, è riuscita a metabolizzare quella felicità?
No, no. Perché quando si metabolizza un grande piacere, una grande gioia, il tempo passa. I grandi dolori esplodono subito, molto più facilmente. Questa è una domanda che mi faccio da quando ero ragazzina: perché quando stiamo male sappiamo esprimerlo e ci rotoliamo per terra dal dolore, mentre quando stiamo benissimo diciamo soltanto: “Non mi sembra vero, ma che mi sta succedendo?”. Quasi non ci crediamo. Le cose belle non le recepiamo con la stessa forza di quelle negative. L’ho chiesto a tantissime persone e nessuno ha mai saputo darmi una risposta.
E oggi quella felicità è riuscita a sentirla davvero?
No. Perché poi passano i giorni, cerchi di darle un nome, di esprimerla, ma il tempo appiattisce tutto. Così come passano i dolori, passano anche le gioie. Si arriva quasi a dimenticare. Quando ho ricevuto il David ho fatto una cosa della quale poi mi sono perfino vergognata un po’: ho ululato. Mi si impappinavano le parole, non capivo niente. Molti mi hanno detto che quello era il mio modo di esprimere la gioia. Io, invece, vorrei trovare un altro modo per esprimerla, un modo più autentico, ma per me stessa.
Secondo lei, perché è così difficile fermarsi a guardare il cammino percorso e godersi i propri traguardi?
Ma non è il cammino percorso che mi interessa. Io, per esempio, non ho neanche dei ricordi a cui aggrapparmi. È il presente che ti propone cose bellissime. Ad esempio, a me piace molto viaggiare da sola, nonostante gli idioti che mi danno della vecchia intimandomi di non farlo più. Ma io continuo a farlo, non mi interessa, purché da sola, senza portarmi appresso rotture di scatole da nessuno. Pensi che sono andata fino alle cascate di Agua Azul perché le avevo viste in televisione e mi avevano emozionata. Mi sono detta: “No, io queste le devo vedere davvero”. E quando mi sono trovata lì davanti… come si fa a esprimere una cosa del genere? Anche lì mi sono messa a urlare. Non ho trovato un altro modo.
Ognuno ha il proprio modo di condividere le emozioni.
E che devo fare. Effettivamente, davanti a certi spettacoli della natura mi sento quasi male, perché vorrei avere un senso in più. Vorrei mangiarmeli, berli, assorbirli. I nostri sensi non bastano a contenere tutta quella bellezza. Forse avremmo bisogno di altri sensi che non abbiamo per percepire la bellezza e la gioia. Per stupirci ancora.
Il viaggio della vita
C’è un viaggio che ricorda con particolare piacere?
Tutti. Però l’India mi ha colpita in modo speciale. Ci sono tornata tre volte. È una terra magica, con un’energia incredibile. Ma dipende da quello che cerchi. Io viaggio per allontanarmi follemente da ciò che mi costringe e che ogni tanto mi soffoca. Per questo ho sempre scelto soprattutto il Sud del mondo: costa di meno e io, quando viaggio, voglio fermarmi almeno tre mesi. Cammino, osservo, incontro gli sguardi delle persone, cerco di capire come vivono. Mi nutro e mi beo di altre realtà. Se poi incontro anche monumenti o musei, benissimo, ma non parto per collezionare luoghi. Parto per cercare un po’ di vita.
Dopo tanti anni di carriera, c’è qualcosa che il mestiere dell’attrice continua ancora a insegnarle?
Sempre. Imparo continuamente dal mio mestiere. Meno male che me lo sono inventato e sono arrivata ad essere credibile, perché all’inizio lo consideravo quasi un passatempo. Ho sempre avuto una recitazione molto spontanea e quindi tendevo a minimizzarla. Poi ho capito che non era affatto un gioco. Menomale. Questo lavoro mi insegna a vivere, a prestare attenzione ai sentimenti, alle emozioni, agli altri. Mi piace tantissimo il genere umano, mi piacciono le storie che si intrecciano. E molte volte mi sono accorta che quello che vivevo nella realtà e quello che interpretavo sul set procedevano quasi in parallelo. È un mestiere bellissimo, perché offre una possibilità di magia che pensiamo appartenga soltanto alle favole. Invece esiste davvero.
Sensibilità a confronto
Crede che oggi quella magia sia diventata più difficile da trovare?
La si può ancora trovare, ma bisogna evitare di guardare troppo i telefonini e la televisione. Troppe immagini ci tolgono la fantasia. Per questo la lettura è meravigliosa: non ti mostra immagini, sei tu a creare i personaggi. Chi gestisce il mondo sa benissimo quanto le immagini influenzino le persone.
Crede che, come spettatori, siamo diventati meno sensibili davanti a questa sovrabbondanza di stimoli?
Non c’è alcun dubbio, non lo dico mica io. Non c’è niente fa fare. È come uno che continua a mangiare senza fermarsi. A un certo punto non assapora più niente. Arriva solo l’indigestione.
Nel film Gioia mia, ha condiviso il set con interpreti di generazioni diverse. Volevo sapere, c’è qualcosa che i giovani attori le hanno insegnato o le hanno fatto riscoprire?
Che bellezza, guarda. Gli attori con cui ho lavorato, veramente meravigliosi, sia Martina, la ragazzina, che lui, non ne parliamo, Marco Fiore, eccezionali. Una grande apertura d’amore e di cuore per i ragazzi del nostro futuro. Che non sono tutti brutti, sporchi e cattivi, assolutamente no. Ce li vogliono fare diventare. E quelli che hanno poco cervello chiaramente si lasciano abbindolare. È così, cosa si può fare. D’altra parte il poveraccio è sempre stato così, pesca fra la massa, che non è fatta dai più intelligenti. Però di grandi talenti e di grandi intelligenze nei giovani ce ne sono tante, ne conosco parecchi. Non moltissimi, però quelli giusti, insomma. Ancora una bella speranza per il futuro, io me la sento, e come no. D’altra parte non credo proprio che la signora Vita ci abbandoni così. Ci sta facendo soffrire un poco, ma non ci abbandona.
Inno alla Commedia
Ettore Scola, no? Brutti sporchi e cattivi.
Ah, sì, sì. Ma quello veramente ha fatto scuola, il grande Scola. Ma come lui tutti, i grandissimi registi e i grandissimi attori che abbiamo avuto negli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta… Cioè, potevamo fare scuola veramente a tutto il mondo, e invece ci siamo lasciati fottere da tutti quelli che ci hanno imitato e poi anche derubato dei nostri talenti. Ma vaff*, vabbè, comunque, lasciamo stare. Non entriamo in polemica, perché io sono una polemicissima.
C’è un nome di quegli anni, di quei registi, con cui avrebbe voluto lavorare?
Eh, figurati. Ma certo che sì, anche Ettore Scola è grandissimo, per carità. Tanti, tanti. E anche come attore. Non dico Fellini, perché chissà che cosa se ne poteva fare Fellini di me. Io lo amo e lo apprezzo in tutte le sue sfaccettature. De Sica… Mamma mia, che grandi registi che abbiamo avuto. Mamma mia, anche Dino Risi. Ho avuto la fortuna comunque di cominciare il mio primo film con Marco Risi. Non so se mi spiego. L’ho incontrato dopo quarant’anni, quest’anno, a un festival. Mi pare a Salina, credo di sì. E ci siamo rivisti dopo quarant’anni. È stato il primo film che ho fatto con lui, Mery per sempre. Bellissimo.
Il padre, Dino Risi, ha fatto dei capolavori ancora attuali, come Il Sorpasso.
Capolavori, capolavori, capolavori. Ma tutti i nostri registi hanno fatto capolavori. Non si può scegliere. Sono uno meglio dell’altro.
I panni dell’attrice
E quando legge una sceneggiatura, qual è il primo elemento che cerca nei suoi personaggi?
Cerco sempre di capire se c’è qualche attinenza con la mia realtà, perché è quella che mi disturba di più. Se mi trovo delle cose molto affini, un po’ mi annoio mentalmente. Perché è uno stimolo vestire i panni un personaggio completamente diverso da te. È un grande stimolo. È bellissimo. E questo mestiere si fa per questo. Io voglio cambiare sempre. Capito com’è?
Certo. È una grande sfida.
Ma è la bellezza della vita. Che facciamo sempre la stessa cosa? Non può essere. Che noia!
Assolutamente. Con il passare degli anni un attore acquisisce esperienza e consapevolezza. Però io volevo sapere: quanto è importante mantenere quella parte di istinto e di irrazionalità?
È importantissimo, però non è che c’è una ricetta. Io mi auguro di poterlo fare. Lotto alcune volte contro tutte queste miserabili realtà, proprio per tenerle lontane dal mio modo di essere e di esprimermi. Perché io voglio essere, come ha detto lei, istinto e bellezza della vita. Voglio ancora meravigliarmi, voglio ancora essere fuori da tutto questo contesto. Tante cose non ho, che gli altri hanno. Non faccio mie tante piccole cose inutili, che per gli altri ormai sono diventate indispensabili. Ma questo non basta comunque. Ci vuole anche avere un modo di intendere, di essere. La testa, il cuore, l’anima. Che ti voglio dire? Io comunque, per esempio, non ho tanti ricordi. Io non vivo di ricordi. Non so che cosa siano i ricordi. Molte volte la mia meravigliosa e cara sorella mi vuole ricordare episodi della nostra infanzia. Ma io non mi ricordo niente. Io le credo per fede, perché me li ricorda lei. E dico: “Ma veramente c’ero pure io?”. Perché io non ho mai avuto accumulo di ricordi. Non so che significato abbiano.
Il cuore dei ricordi
E le dispiace? Vorrebbe ricordare qualcosa?
No. Non me ne frega proprio niente. Non mi interessa proprio. Non saprei che cosa farne di questi ricordi. No, no, no. Non mi interessa proprio. Assolutamente no. E poi, in effetti, quello che è veramente importante per me lo ricordo. Ma sono grandi linee, capito? Sono delle cose che ricordo. Tante altre, niente. Completamente inesistenti.