Tra i film più apprezzati della seconda edizione del Terra Lenta Film Festival, Visi Putni Skaisti Dzied (All Birds Sing Beautifully) ha conquistato la Menzione Speciale della Giuria grazie alla sua capacità di affrontare la crisi ambientale con uno sguardo originale e profondamente poetico.
Un’opera che invita a riflettere sul rapporto tra essere umano e natura, trasformando il canto degli uccelli in una metafora della memoria, dell’identità e delle conseguenze, spesso invisibili, della perdita di biodiversità.
Lontano dalle narrazioni più convenzionali sull’emergenza climatica, il film della regista Krista Burāne segue un gruppo di artisti in un viaggio itinerante che attraversa la Lettonia alla ricerca degli uccelli che da secoli abitano l’immaginario, il folklore e i canti popolari del Paese. Tra paesaggi naturali, performance corali e incontri con esperti, il documentario costruisce una riflessione delicata ma incisiva: quando una specie scompare, non perdiamo soltanto un tassello dell’ecosistema, ma anche una parte della nostra storia, della nostra cultura e del nostro modo di guardare il mondo.
Abbiamo intervistato la regista, per approfondire il significato di questa potente metafora, il dialogo tra arte e natura e il ruolo che il cinema può avere nel raccontare ciò che rischia di scomparire.
Krista Burāne | L’origine del progetto
Il film affronta la crisi ecologica attraverso una prospettiva insolita, scegliendo di raccontare la scomparsa degli uccelli non soltanto come un problema ambientale, ma come una perdita che riguarda anche la memoria, la cultura e l’identità di un Paese. Un’idea che trasforma il documentario in qualcosa di profondamente intimo e universale.
Qual è stata la scintilla creativa che ha dato origine a Visi Putni Skaisti Dzied e come si è sviluppata fino a trasformarsi nel film che vediamo oggi?
La scintilla iniziale è arrivata nel 2022, in Lettonia, in un momento molto particolare. Con l’inizio della guerra tra Russia e Ucraina, nel Paese è esploso anche un dibattito molto forte sulle risorse naturali, sull’energia e sul modo in cui stavamo gestendo le nostre foreste.
In quel periodo si è aperta una frattura evidente tra chi si occupava di tutela ambientale e biodiversità e chi invece rappresentava l’industria del legname. Il governo ha deciso di accelerare alcune modifiche alle leggi sul disboscamento, senza ascoltare realmente le organizzazioni ambientaliste.
Per me è stato un momento di grande frustrazione, ma anche di urgenza.
Non era più solo una questione ambientale, ma anche politica e sociale: il modo in cui decidiamo di trattare la natura dice qualcosa di molto profondo su chi siamo come società.
Ho sentito il bisogno di uscire dalle discussioni teoriche e andare direttamente verso le persone coinvolte: chi vive nei territori, chi lavora con la terra, chi ogni giorno ha un rapporto concreto con la natura. Da lì è nata prima una performance itinerante, un modo per incontrare fisicamente queste comunità, e solo dopo è arrivata l’idea del film.
A un certo punto ho capito che il canto poteva diventare il linguaggio centrale di questo progetto.
Cantare insieme, in mezzo ai paesaggi, diventava un modo per mettere in relazione esseri umani e natura, ma anche per creare uno spazio condiviso dove queste due dimensioni non fossero più separate.
Il dialogo tra il canto umano e quello della natura
Nel corso del documentario, la musica non accompagna semplicemente le immagini, ma entra in relazione con il paesaggio sonoro dell’ambiente circostante. Il canto degli uccelli e quello umano sembrano instaurare un dialogo continuo, restituendo l’idea di un legame profondo tra patrimonio naturale e tradizione culturale.
Come avete costruito questo dialogo tra il canto degli uccelli e quello umano? mi incuriosisce capire se il lavoro musicale sia nato cercando di ascoltare o reinterpretare i ritmi o le melodie della natura, o se il confronto creativo si sia sviluppato in modo diverso.
Per me questo dialogo non è qualcosa che abbiamo inventato da zero. In realtà esiste già nella nostra cultura.
Il punto di partenza sono state le canzoni popolari lettoni, in cui la natura è sempre presente: gli uccelli, gli alberi, i fiumi non sono mai solo sfondo, ma partecipano attivamente alla vita umana. Non ho sentito il bisogno di creare una connessione artificiale tra uomo e natura, perché quella connessione è già dentro di noi, nel nostro immaginario collettivo. Ho semplicemente cercato di riportarla alla luce. Nel lavoro musicale abbiamo usato le melodie delle canzoni folk come base. Le abbiamo ascoltate, attraversate, reinterpretate, ma senza mai trasformarle in imitazioni dirette. Non volevamo “fare” il canto degli uccelli, ma lasciare che questi due mondi si sfiorassero.
Il ruolo dell’arte nella crisi ecologica
In Visi Putni Skaisti Dzied, la crisi ecologica non viene raccontata attraverso dati o immagini spettacolari, ma attraverso la memoria, il teatro e il canto. Il film costruisce così un linguaggio in cui documentario e performance si fondono per interrogare il presente.
Crede che oggi l’arte possa aiutarci a ricostruire quel legame con il mondo naturale che stiamo progressivamente smarrendo?
Sì, assolutamente. Per me è proprio questo il senso del mio lavoro.
Credo che l’arte non debba solo rappresentare il mondo, ma creare situazioni in cui quel legame con il mondo possa essere nuovamente vissuto. Le mie performance nascono sempre da questa idea: non voglio che il pubblico osservi soltanto, voglio che partecipi.In alcuni progetti ho visto accadere qualcosa di molto semplice ma potente: le persone iniziano a riconoscere ciò che hanno intorno. Gli alberi, gli uccelli, i suoni della natura smettono di essere uno sfondo e diventano presenze reali, quasi personali.E questo ha anche un effetto concreto: dopo alcune performance, le persone non si limitano a emozionarsi, ma iniziano a cambiare prospettiva, a interrogarsi in modo diverso sul territorio e sulle proprie scelte. In quel momento l’arte smette di essere distanza e diventa relazione.
I simboli del folklore lettone
Nel documentario gli uccelli non sono soltanto elementi naturali, ma assumono una dimensione simbolica e narrativa, diventando presenze personificate. Questa scelta li avvicina sia all’immaginario del folklore, in cui gli animali spesso hanno una voce e un ruolo nella vita umana, sia a una dimensione più teatrale e contemporanea della messa in scena.
Può spiegarci meglio, che ruolo hanno gli uccelli e il loro canto nel folklore e nella tradizione lettone? E quanto questa figura appartiene anche ad un immaginario universale che ha influenzato la loro rappresentazione nel documentario?
Certo, nel folklore lettone la natura è ovunque.
Le canzoni popolari sono piene di uccelli, che non sono mai semplici animali, ma messaggeri, presenze simboliche, quasi interlocutori dell’essere umano.
Per me però questa non è solo una tradizione locale. È qualcosa di molto più universale. In molte culture gli uccelli sono associati alla libertà, al viaggio e al collegamento tra terra e cielo, spesso come esseri di passaggio tra mondi diversi, capaci di mettere in relazione la dimensione materiale con quella spirituale. Esiste una dimensione più ampia, quasi cosmica, in questa immaginazione: gli uccelli diventano figure di transizione tra terra e cielo, tra visibile e invisibile, e si inseriscono in una visione in cui tutto è interconnesso.
Ma nel caso del folklore lettone c’è anche un aspetto fondamentale: la natura non è mai separata dall’essere umano. Non è uno sfondo decorativo, ma una presenza attiva dentro la vita quotidiana e dentro le canzoni stesse. Le tradizioni popolari non “costruiscono” un legame tra uomo e natura, lo raccontano semplicemente come qualcosa che esiste già.
In questo senso, non ho sentito il bisogno di inventare una connessione nuova per il film. Ho piuttosto cercato di tornare a una relazione originaria, già presente, in cui il mondo naturale e quello umano sono parte dello stesso sistema di significati. Nel documentario ho voluto lavorare proprio su questa doppia dimensione: da un lato la specificità del folklore lettone, dall’altro un immaginario che appartiene a tutti.
L’esperienza dello spettacolo itinerante
Il progetto prende anche la forma di uno spettacolo itinerante, che attraversa luoghi, comunità e paesaggi. Questo trasforma il lavoro artistico in un’esperienza in continua relazione con lo spazio e le persone incontrate lungo il percorso.
Durante questo spostamento ci sono stati incontri o episodi inaspettati che hanno influenzato il modo in cui il film si è sviluppato, o momenti che le sono rimasti particolarmente impressi e vorrebbe condividere con noi?
Durante le performance in sé eravamo molto concentrati sulla struttura. Tutto era costruito in modo preciso, non lasciavamo molto spazio all’improvvisazione. Ma quello che è successo dopo è stato fondamentale.
Il confronto con il pubblico ha cambiato completamente la direzione del progetto. Molte persone ci hanno detto che quell’esperienza doveva arrivare a più gente, soprattutto ai giovani, e che sarebbe stato importante trasformarla in qualcosa di più accessibile. A quel punto ho capito che non bastava più il formato della performance: serviva un mezzo che potesse viaggiare, essere condiviso, diventare parte di un percorso più ampio.
È da lì che è nata davvero l’idea del film, anche come strumento educativo. Volevo che potesse entrare nelle scuole, che diventasse un’occasione di discussione.
La perdita come esperienza universale
Il film attraversa costantemente il tema della scomparsa: non solo degli uccelli, ma anche di suoni, paesaggi e identità. Questa perdita sembra assumere un valore più ampio, che riguarda il nostro modo di abitare il mondo e di relazionarci con la natura.
Che significato assume per lei oggi questa idea di perdita, in un momento di crisi ecologica così evidente, e cosa rivela del nostro rapporto con il mondo? inoltre, cosa spera rimanga allo spettatore dopo la visione?
La perdita è qualcosa che attraversa il nostro tempo in molti livelli: ambientale, culturale, politico.
Non riguarda solo ciò che scompare fisicamente, ma anche il modo in cui cambia la nostra relazione con il mondo.
Per me il film non è una risposta, ma una domanda aperta.
Mi piacerebbe che lo spettatore uscisse con alcune domande che continuano a lavorare dentro di lui: a chi appartiene la natura? Che tipo di responsabilità abbiamo ancora? E soprattutto, che tipo di rapporto vogliamo mantenere con ciò che ci circonda?
E forse, anche solo questo: tornare ad ascoltare. Anche le cose più piccole. Se dopo la visione lo spettatore si chiede cosa può fare concretamente, o si interroga su quali decisioni politiche e quotidiane siamo disposti ad accettare, allora il film ha già raggiunto un suo obiettivo.
Non è un invito alla disperazione, ma all’azione: anche i gesti più semplici, come ascoltare o riconnettersi con la natura, fanno parte di questo cambiamento.