C’è un preciso momento di Silo 3, ultima fatica degli studi Apple Tv, creata da Graham Yost, in cui il telespettatore si accorge di essere stato raggirato.
Succede quando ci si rende conto che la mastodontica scenografia di ferro e bulloni, messa in piedi a suon di milioni di dollari serve solo a nascondere un vuoto pneumatico assordante. Quello della mancanza di idee.
Questa terza stagione si presentava ai blocchi di partenza con le credenziali del grande romanzo civile camuffato da fantascienza. Ma se sfogliamo le pagine di questo racconto, ciò che resta tra le mani non è la critica sociale della prima ora, bensì il verbale stinto di un interminabile consiglio di amministrazione.
La narrazione, anziché scendere in profondità per esplorare le crepe del totalitarismo, preferisce fare melina. La figura di Juliette Nichols, che Rebecca Ferguson difende con le unghie e con i denti sfoderando una fisicità rabbiosa e disperata, è costretta a vagare per ore tra condotti di ventilazione usati come comodi espedienti per allungare il minutaggio. L’occhio del regista si compiace di inquadrature algide, ma la verità, nuda e cruda, è che lo showman si è dimenticato di scrivere la storia, lasciando gli attori a recitare i propri soliloqui davanti al nulla.
La palude del mistero a rate
Il cuore del problema, in questa terza Silo, sta tutto nella gestione privatistica del segreto: il meccanismo del Dipartimento IT. Il comparto, gestito con sorniona ambiguità da un Tim Robbins ridotto a fare la caricatura del burocrate d’altri tempi, non è più lo spauracchio di un sistema oppressivo, ma diventa una macchietta. Lo spettatore assiste a un paradosso intollerabile: ogni volta che un personaggio si avvicina alla verità, la sceneggiatura devia bruscamente il traffico narrativo verso una nuova e inutile sottotrama sindacale, pur di non dover mostrare cosa c’è davvero oltre il muro.
Dalla metà esatta in poi, il crollo verticale della tensione è evidente. Non ci sono sparatorie o inseguimenti a salvare il ritmo, il che sarebbe anche un pregio se al loro posto ci fosse la densità dei dialoghi. Invece, assistiamo a un festival del sussurro. Silo 3 in realtà si rivela come una litania di mezze frasi scambiate nei livelli inferiori che accumulano una quantità industriale di indizi senza mai arrivare a un capo d’accusa definitivo. Il finale di stagione non risolve il dilemma. Semmai lo rimanda semplicemente al prossimo anno finanziario della piattaforma, trattando la curiosità di chi guarda come una cambiale da rinnovare all’infinito.
Il lusso del vuoto
Quando una serie Tv gode di un budget che potrebbe risanare il PIL di un piccolo Paese, l’occhio si abitua al bello e tende a perdonare la povertà dello spirito. Ma qui il trucco è svelato.Silo 3 dimostra che la fantascienza moderna, quando viene addomesticata perde i denti. Diventa un bellissimo soprammobile, messo a lucido, privo però di qualsiasi reale capacità di graffiare la realtà.
Il verdetto finale è amaro. Ci avevano promesso una ribellione contro le menzogne del potere e ci hanno consegnato l’ennesimo labirinto di specchi dove l’unica certezza è la noia. Per gli orfani delle grandi distopie politiche, la delusione è totale: il castello è magnifico, ma dentro non ci abita più nessuno.
Il ritratto impietoso di una rivoluzione fallita della sceneggiatura, dove il mistero cessa di essere arte e diventa puro calcolo contabile.