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Il Cinema Ritrovato

‘Ho amato un fuorilegge’, noir minimalista e ‘antiamericano’

Inesorabile per ritmo, affilato per sfumature socio-caratteriali, l'ultimo film americano di John Berry, prima dell'esilio forzato in un clima di caccia alle streghe, è una superlativa scrittura filmica sullo stallo senza scampo dell'anima braccata

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Presentato nella sezione ‘Ritrovati e Restaurati’ della XL edizione del Cinema Ritrovato 2026 di Bologna, Ho amato un fuorilegge (He Ran All the Way, 1951) di John Berry è qualcosa di più di un piccolo e serrato film nero con un’inappuntabile sintassi della minaccia e della paranoia circoscritte nel perimetro domestico.

Figlio della tensione di età maccartista, il film raduna tra i suoi creatori ben tre vittime della black list e un’altra collaterale: lo stesso regista, gli sceneggiatori Dalton Trumbo (che fece firmare a un prestanome, Guy Endore) e Hugo Butler, a cui si aggiunge John Garfield, memorabile protagonista di Il postino suona sempre due volte (1946) e Le forze del male (1948), che morì l’anno seguente alle riprese per problemi cardiaci, dopo un periodo di angoscia per le pressioni inquisitorie che lambirono la sua carriera.

Ritrovare oggi sullo schermo Ho amato un fuorilegge, in un restauro in 4K a cura della Metro-Goldwyn-Mayer, significa addentrarsi nella profonda asciuttezza di un soggetto già all’avanguardia per gli anni Cinquanta, in grado di sprigionare nevrosi sociali (contestualizzabili ma anche più intimistiche e universali), farsi avvincere dalle superlative cadenze dell’incubo più prosaico, ravvisare nella trappola per topi che attanaglia tutti i personaggi (criminale e sequestrati) un incastro del destino che con beffarda e cinica scure condanna solo un ceto sociale, quello medio-basso, che la pellicola restituisce con aderenza socio-realistica e sottigliezze emotive ed esistenziali.

In un esilio interiore

Da un romanzo di Sam Ross. Non c’è via d’uscita per Nick Robey (John Garfield), un criminale di piccolo calibro che durante una rapina uccide una guardia. Inizia una fuga disperata con il malloppo (diecimila dollari), rifugiandosi in una piscina dove conosce e seduce Peggy (Shelley Winters), una fornaia timida e ingenua, che lo invita nell’appartamento di famiglia. Qui la ragazza, i genitori e il fratello minore vengono sequestrati dal rude Nick, che teme di essere denunciato alla polizia. Inizia per loro una convivenza forzata tra le mura domestiche dagli sviluppi assurdi: prima costretti alla reclusione con la pistola di Nick puntata addosso, poi autorizzati a uscire singolarmente per lavoro o altre incombenze, mentre gli altri membri della famiglia sono tenuti sotto scacco.

Per il fuorilegge ogni rumore esterno è una rappresaglia, ogni inconveniente un indizio di complotto. Insicuro e nevrotico, riceve solo la commiserazione di Peggy, che vorrebbe aiutarlo ad evadere da quella situazione, anche per il bene dei suoi cari. Scatta infatti un piano combinato insieme dopo l’acquisto di un’auto, ma, come ogni noir che si rispetti, la fine, pur imprevedibile nella messinscena, è già nota.

Geometrie chiuse e rivendicazioni aperte

Dietro a Ho amato un fuorilegge ci sono gli idiomatici ingredienti per un buon film, secondo la celebre prescrizione di Jean-Luc Godard: una ragazza e una pistola. Il contorno del soggetto poi, senza orpelli rimpolpanti ed elucubrazioni psicologiche, è una dichiarazione di stile, per un noir che come pochi altri procede dritto e implacabile come un proiettile verso gli inevitabili tornaconti del destino, nonostante i pregevoli colpi di scena; proprio quest’ultimi scrivono la dialettica tra volontà del singolo e onnipotenza di un oscuro epilogo, che ha già emanato sin dall’inizio la sua tragica sentenza, sulla pelle dell’ennesimo reietto, dell’outsider di turno, svelandoci solo la modalità di condanna nei minuti finali, ancora però all’insegna dell’imprevedibile.

Annoverato tra i primi film a rappresentare un sequestro famigliare, Ho amato un fuorilegge declina l’ambiente più quotidiano e frugale, quello di un modesto appartamento della working class, in retromarcia verso l’iconografia del genere, edificando lo spazio circoscritto come proscenio ideale per scandagliare l’interiorità dell’ansiogena minaccia, della disillusione e dell’inesorabile, anticipando la modernità dei thriller psicologici degli anni Sessanta e Settanta.

Dotata di invisibile precisione, la cinepresa di John Berry sfuma tra un sussulto di paura e la suspense, tra le trepidazioni e i sensi di colpa, grazie alla profondità dei quadri e alla tonalità nette, seppur naturalistiche, della fotografia in bianco e nero di James Wong Howe: ne si ricava una disamina a fior di pelle, dove il pubblico è condotto a riflettersi in ciascuno degli occupanti, persino in Nick. L’identificazione nell’antieroe, fallace uomo comune impreparato alle trappole della vita e scalzato nella sua progettualità posticcia, rappresenta un’ulteriore sferzata di anticlassicismo che staglia Ho amato un fuorilegge in una controtendenza d’epoca che ha dell’eccezionale.

L’innocenza proletaria sotto attacco

La tradizione critica sul film ha posto in luce la condizione umana condivisa da tutti i personaggi, inchiodati alle acredini e agli avvilimenti della medesima classe sociale, quella del ceto medio-basso (attorno a cui si aggira anche Nick), che arranca tra dignitosa modestia di mezzi e l’accettazione di un futuro ordinario e che nella fucina artistica di John Berry, Dalton Trumbo e Hugo Butler si trasfigura politicamente nelle emarginate caselle di una metaforica scacchiera su cui incombono pressioni sociali autoritarie. Da qui, la sottomissione inconscia della povera gente ai giochi di forza di un potere invisibile e sinuoso, qui distillata nella forza rifrangente di un film diretto con una pregnante polifonia di sguardi e stati d’animo, come in un caleidoscopico interno minimalista: un piccolo catalogo, accorato e acutissimo, della paranoia e della fuga sulla soglia del niente.

Atti di indipendenza e ricadute artistiche

Ma Ho amato un fuorilegge non si esenta da altre letture, da percorsi analitici di genere: la Peggy di Shelley Winters, che gioca persino la carta disperata ma non inautentica della seduzione, traccia un cammino di maturazione in cui il femminile, per idealismo dei tre autori, si affranca dalle coercizioni infantili dell’istituzione famigliare e del patriarcato, nonché dalla manipolazione affettiva del machismo, come il personaggio rivendica inaspettatamente fino all’atto conclusivo. Correva l’anno 1951: un’ulteriore nota di merito per una pellicola in anticipo sui tempi. Non rosei saranno invece quelli di John Berry, che, accusato su più fronti di essere comunista,  con Ho amato un fuorilegge firmò quello che per venticinque anni sarà il suo ultimo film in patria (“il lavoro più riuscito che avessi realizzato fino a quel momento”), a cui seguirà l’esilio in Francia e il ritorno al cinema americano solo negli anni Settanta, senza eguagliare tuttavia questi livelli di implacabile esattezza.

Ho amato un fuorilegge

  • Anno: 1951
  • Durata: 78'
  • Genere: noir
  • Nazionalita: USA
  • Regia: John Berry