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Il Cinema Ritrovato

‘Quand Marilyn chantait pour les GI’s’: la diva e i soldati in Corea, in un assolo di felicità

Un documentario che intercetta ed esplora una dimensione d'essere della Monroe quasi sempre dimenticata: quella della felicità, che divampa nel suo viaggio in Corea, per cantare in sostegno alle truppe americane. Giubilo per l'icona e affermazione del talento

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Il Festival del Cinema Ritrovato 2026 di Bologna, che festeggia un anniversario a cifra tonda con la 40esima edizione, accoglie nella sua programmazione un’altra speciale ricorrenza, il centenario dalla nascita di Marilyn Monroe (1° giugno 1926), celebrato nel mondo con omaggi, rassegne, bibliografie aggiornate, presunte rivelazioni sulla sua morte, persino un raduno record di sosia a Palm Springs che ha registrato più di un migliaio di partecipanti.

Dopo la ridistribuzione di ‘Marilyn 100’, da parte della Cineteca di Bologna, che ha selezionato per le sale italiane quattro imperdibili classici da rivedere sul grande schermo (A qualcuno piace caldo, Quando la moglie è in vacanza, Gli uomini preferiscono le bionde e Gli spostati), la kermesse del Cinema Ritrovato, in corso fino al 28 giugno, presenta il documentario del francese Patrick Jeudy, Quand Marilyn chantait pour les GI’s (titolo internazionale: Marilyn Monroe: the Rise of an Icon), dedicato al supporto che la diva offrì ai soldati statunitensi per quattro giorni del 1954, durante la guerra in Corea, esibendosi sul palco con il suo repertorio canoro e in particolare con l’imprescindibile Diamonds Are a Girl’s Best Friend.

Osservare l’icona

Il regista, presente alla première festivaliera, chiude una trilogia di ritratti dedicati all’attrice, dopo Marilyn malgré elle (2002) e Marilyn, dernières séances (2008), quest’ultimo incentrato sulle registrazioni delle sedute con lo psichiatra Ralph Greenson, che la prese in cura dal 1960 al 1962. Con Quand Marilyn chantait pour les GI’s l’icona per eccellenza del Novecento si schiude per l’ennesima volta sotto una luce nuova: prismatica e inestinguibile come solo le regine del grande cinema sanno essere.

Nell’immaginario collettivo, l’associazione della Monroe con la guerra in Corea attiva la fotografia mentale della star fasciata in un tubino blu notte, di fronte a più di centomila soldati radunati per ascoltarla, o meglio per vederla, poiché molti erano già stati arruolati prima di aver visto le sue pellicole, né quindi avevano ascoltato le sue canzoni in scena (ma conoscevano i suoi scatti senza veli su “Playboy”): ignari di giungle d’asfalto, cascate del Niagara e cacce ai milionari con diamanti, si ammassarono, talvolta indisciplinatamente, per una fame contemplativa di bellezza hollywoodiana, di rassicurante e fulgida classicità.

I turbamenti della golden girl

Nel documentario reperiamo i profili a uso e consumo del suo tragico mito, talvolta a frammenti, sovente  sovrapposti o indistinguibili: l’attrice-bambina, la dea dell’amore, la sex symbol, la moglie incompresa, la vittima di Hollywood, la Desperate American Girl, la self made woman, l’artista bramosa di vivere. Ma l’operazione di Jeudy scava anche in un altro dramma simmetrico e dialogante, quello dei giovani reclutati e sradicati in giro per l’America per combattere in un lontano e stremante conflitto. Ci sono loro, che marciano persino tre ore a piedi per vederla; c’è lei, con il fuoco sacro della ribalta, il demone dell’insicurezza, gli spettri dell’infanzia, la curiosità inquieta; ci sono le immagini e i filmati di repertorio, che, se esaminati bene, raccontano però un’altra storia, quella all’unisono di pene d’amor perdute, sull’altare del proprio paese a cui forse mai più si ritornerà oppure sul palcoscenico ben più esteso di quello imbastito dai militari: per sineddoche, quello di un’America che reclama dal firmamento nuove stelle per sfamare il suo sospirato Sogno.

Alla Monroe, durante la sua luna di miele con Joe DiMaggio in Giappone (in visibilio più per la bionda più celebre al mondo che per il campione di baseball) viene chiesto di esibirsi per sollevare il morale delle truppe, come avevano già fatto precedentemente Ingrid Bergman, Bing Crosby e Marlene Dietrich. L’attrice accetta, accompagnata dalla fidata Jean O’Doul, amica della coppia, madre putativa di Marilyn (almeno in quel viaggio) e testimone con le sue parole del nostro resoconto: siamo nel febbraio del 1954, ha 28 anni, ha girato Gli uomini preferiscono le bionde, ma con un compenso irrisorio in confronto a quello della coprotagonista Jane Russell, mentre il boss della Twentieth Century Fox, l’indisponente e temuto Darryl F. Zanuck, aveva vaticinato che non sarebbe mai diventata una star.

L’esercito della salvezza

La missione volontaria in Corea assunse per l’attrice la promessa di un’occasione d’amore, di rivalsa al sistema, di affermazione del suo talentuoso potenziale. Per sua stessa dichiarazione, quell’esperienza sarà per lei un assoluto di felicità, forse per la prima volta nella sua esistenza. Come Greta Garbo in una trovata pubblicitaria per Ninotchka, Monroe laughs (ma senza recitare). Il regista qui  ricostruisce e vivifica la risposta d’amore ricambiato, da parte di chi ha nostalgia di casa, degli affetti, del calore di una compagna, di chi respira ogni giorno i soffi di morte. Una platonica e tacita corrispondenza di bisognose solitudini, che il documentario inquadra senza remore nelle leggi combinate del desiderio e della sensualità.

Prima l’arte, poi la leggenda

Marilyn con un succinto abito smanicato in pieno inverno durante la sua performance, Marilyn esordiente come cantante dal vivo che si perfeziona ogni giorno, interprete di uno zuccheroso erotismo, in un linguaggio studiato del corpo, Marilyn che si rifiuta con gli organizzatori di censurare un verso allusivo, fino a patteggiare un compromesso.

Quand Marilyn chantait pour les GI’s è il viaggio di una donna nel piacere del professionismo (che avrebbe apprezzato uno dei suoi registi, Howard Hawks), è l’identificazione del sé nella memoria collettiva (da parte di chi, proveniente da Salem nel Massachusetts o da Austin in Texas, poté consacrare nella sua vita quel momento di incontro con l’aura astrale), è il racconto di un’emancipazione sociale che, nonostante le resistenze interiori a salire su quel palco per la consueta paura paralizzante (in un girato si osserva che dimentica le parole, come sui set), riuscì in seguito, grazie a rinnovate consapevolezze, a divorziare da un marito possessivo, congedarsi da Zanuck, esplorarsi come attrice e fondare una propria società di produzione.

Un’indipendenza creativa che è il suo personale affondo alla giungla nera di Hollywood e probabilmente anche una rivendicazione di orgoglio di genere per un’intera generazione femminile che imitava il suo stile. L’anno precedente infatti aveva scritto per un magazine un breve saggio sui padroni dello studio system, intitolato “I lupi che ho conosciuto”. A star is reborn.

 

Quand Marilyn chantait pour les GI’s

  • Anno: 2025
  • Durata: 54'
  • Genere: documentario
  • Nazionalita: Francia
  • Regia: Patrick Jeudy