Presentato come unico film italiano alla 79ª edizione del Festival di Cannes, nella sezione Cannes Classics, Vittorio De Sica – La vita in scena è il nuovo documentario diretto da Francesco Zippel e prodotto da Luce Cinecittà. Distribuito da Fandango come film evento, arriverà nelle sale italiane il 22, 23 e 24 giugno.
Attraverso materiali d’archivio, fotografie, filmati privati e le testimonianze di chi gli è stato più vicino, il documentario ripercorre la vita privata e artistica di uno dei pilastri del cinema italiano.
A raccontarlo sono il figlio Christian, la figlia Emi, i nipoti Andrea, Brando, Maria Teresa ed Eleonora, insieme a registi e autori che ne hanno raccolto l’eredità, come Wes Anderson, Francis Ford Coppola, Carlo Verdone e Asghar Farhadi.
Vittorio De Sica – La vita in scena | Un ritratto costruito dai ricordi
Il documentario sceglie di raccontare Vittorio De Sica attraverso la memoria di chi gli è stato vicino. Tuttavia, questa memoria non è mai cronologica ma impressionistica: procede per frammenti e immagini. Più che gli eventi in sé, resta il modo in cui quegli eventi sono stati vissuti e conservati da chi li racconta.
Anche i nipoti, parlando del nonno, restituiscono il ritratto di una figura familiare ma allo stesso tempo distante, osservata con una naturale reverenza e difficile, persino per loro, da ricondurre a una dimensione quotidiana. Ne viene fuori un mosaico di ricordi che non aspira a diventare una biografia definitiva.
Francesco Zippel asseconda questo movimento della memoria, rifiutando una narrazione onnisciente e lasciando che siano proprio queste testimonianze a costruire il racconto.
“Sia De Sica che papà erano dei bugiardissimi. Nella vita raccontavano un sacco di fantasie. Comunque non si applica al Neorealismo. C’era questa esigenza di raccontare quello che avevano vissuto, non la politica, quello che avevano vissuto come uomini”,
ricorda Isabella Rossellini, richiamando le origini del Neorealismo. Un’idea di cinema che sembra riflettersi anche nel lavoro di Francesco Zippel: non costruire un ritratto definitivo, ma avvicinarsi a una vita attraverso i ricordi di chi l’ha conosciuta. Proprio come nel cinema di De Sica, ciò che conta non è offrire una ricostruzione esaustiva della realtà, ma restituirne l’esperienza umana.
L’uomo resta nascosto
Paradossalmente, il documentario racconta moltissimo De Sica e, allo stesso tempo, lascia irrisolto il suo enigma.
Rimane difficile entrare nella sua interiorità: nei conflitti, nelle fragilità, nelle contraddizioni. Non perché il film scelga deliberatamente di evitarle, ma perché anche le testimonianze di chi gli è stato più vicino restituiscono una figura mai del tutto penetrabile. È come se De Sica avesse mantenuto, anche nella vita privata, una forma di autorappresentazione continua, una postura da uomo di spettacolo che non si interrompe completamente nemmeno fuori dal set.
Emerge così una sottile discontinuità tra la compostezza con cui viene ricordato e la potenza emotiva delle sue opere. Eppure, il documentario restituisce il ritratto di un uomo profondamente immerso nel proprio tempo, capace di osservare con lucidità la realtà umana senza trasformarla necessariamente in una confessione personale.
La presenza di un gigante
Le immagini d’archivio restituiscono una presenza maestosa, bellissima: il volto, i capelli, il sorriso, l’eleganza naturale. De Sica occupa la scena con una forza che non ha bisogno di essere enfatizzata.
La sua immagine fisica tiene insieme elementi apparentemente contraddittori: rassicurazione e distanza, familiarità e autorevolezza, leggerezza e controllo. Non è soltanto una questione di fascino, ma del modo quasi intimidatorio con cui riesce ad abitare lo spazio, imponendosi con assoluta naturalezza. Vittorio De Sica è una presenza magnetica che può essere osservata e ammirata, ma che conserva sempre qualcosa di sfuggente e inaccessibile.
Un cinema che vede
Colpisce, dai filmati d’epoca, il modo in cui De Sica parlava dei propri film, senza enfasi e con una sorprendente naturalezza. Anche quando discuteva di opere ancora oggi considerate fondamentali, evitava ogni forma di autocelebrazione e le raccontava con una lucidità quasi disarmante.
Questa apparente normalizzazione non rivela distanza o scarsa consapevolezza del proprio lavoro, ma un diverso modo di intendere il cinema: non come qualcosa da spiegare o da rivendicare, bensì come uno sguardo sul mondo.
I suoi film non cercano di spettacolarizzare la realtà o di enfatizzarla, rimangono semplicemente aderenti alle cose. Osservano la realtà senza forzarla, lasciando emergere gesti, volti, condizioni umane e fragilità.
Forse è proprio questo il mistero che il documentario sceglie di lasciare intatto: Vittorio De Sica continua a essere un uomo difficile da raccontare, ma un artista che si comprende attraverso le immagini che ha lasciato. La sua personalità rimane in parte sfuggente; il suo cinema, invece, continua a parlare con straordinaria chiarezza.