A Planet Painted by Hand di Martí Madaula Esquirol è un reportage sensibile sulle possibilità del presente, capace di interrogare con lucidità il legame secolare tra l’umanità e il suo desiderio di colonizzazione spaziale.
Il film è stato presentato per la categoria cortometraggi alla 29ª edizione del Festival CinemAmbiente, tenuto in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema di Torino.
Leggi tutti gli articoli, le recensioni e le interviste del CinemAmbiente 29 su Taxi Drivers.
A Planet Painted by Hand e il futuro dell’umanità
Ambientato nel deserto del sud-ovest americano, A Planet Painted by Hand segue le vicende di un team scelto di studiosie ingegneri spaziali. L’obiettivo del gruppo è mettere in pratica delle simulazioni di colonizzazione planetaria, seguendo protocolli e registrando dati in vista della terraformazione di Marte. Catturando l’inusuale quotidianità dell’avamposto, l’opera si sofferma così sui momenti più spontanei di un’esperienza quasi alle porte della fantascienza.
A Planet Painted by Hand è un cortometraggio che gioca sulla presenza mascherata da assenza. La regia di Martí Madaula Esquirol, fatta di piani fissi e scorci suggestivi, riprende ambienti apparentemente spogli di vita. Ma è il suono a raccontarci la storia di quei luoghi, con le comuni discussioni di persone proiettate verso orizzonti extraterrestri. Attraverso aneddoti e riflessioni, A Planet Painted by Hand offre una pacata riflessione su come la curiosità sia uno dei motori primi dell’umanità. Dalle prime fotografie scattate dalle sonde della NASA fino ad arrivare all’assurda normalità dei ricercatori, si dipana un filo rosso fatto di fascinazione e ambizione. Infatti, se alle origini delle indagini cosmonautiche le stelle rappresentavano una fonte inesauribile di speculazioni fantasiose, oggi la tecnologia ha reso i corpi celesti più leggibili ma non per meno attraenti.
Rendere concreta un’utopia
I protagonisti di A Planet Painted by Hand sono un gruppo eterogeneo di persone dal background diversificato, accumunate però dal desiderio di rendere pragmatica quell’attrazione. Esse dunque si cimentano con disciplina in una mimesi totale delle dinamiche di colonizzazione, trasformando il deserto dell’Arizona in un’enclave strappato al pianeta rosso. Il deserto diventa così uno spazio mentale oltre che fisico, amplificando la sensazione di sospensione e disorientamento costante. La dedizione al progetto è tale da eliminare qualsiasi contatto rispetto all’esterno, rendendo ardua la coesistenza fra normalità di casa e straordinarietà del presidio. Ne emerge un ritratto umano della scienza, in cui la precisione dei dati convive con fragilità emotive sottili e continue. A colpire è soprattutto la percezione di come, all’interno di un ambiente simile, persino una telefonata ad un famigliare possa arrivare a compromettere il lavoro. A tal proposito, A Planet Painted by Hand riesce a trasmettere con grande sottigliezza il peso dell’isolamento del team, affidandosi a un silenzio di fondo onnipresente e pervasivo che attraversa e avvolge ogni sequenza.
In dialogo con Marte
Oltre ad essere un documentario, A Planet Painted by Hand è anche specialmente un dialogo indiretto fra l’autore e i suoi soggetti. Il regista, prendendo esempio dalle vicende, dà dunque inizio ad un’analisi introspettiva volta a dissezionare il legame instauratosi con il gruppo. Ne emerge una connessione asimmetrica, dove Martí Madaula Esquirol non si fa spettatore ma interprete di una realtà in qualche modo già aliena. In questa tensione tra osservazione e partecipazione, il film si trasmuta in uno spazio intermedio, dove il documentario diventa esperienza condivisa. A Planet Painted by Hand non si limita così a registrare un esperimento di conquista stellare, bensì ne restituisce la dimensione simbolica, interrogando indirettamente anche il nostro presente e il modo in cui immaginiamo il futuro.