All’interno della sezione Made In Italy del Festival CinemAmbiente ha debuttato in prima mondiale il cortometraggio Averno, opera del regista Filippo Maria Pontiggia.
Il film si aggiunge allo scenario del cinema documentario sperimentale unendo alla cronaca ambientale un’indagine filosofica e con rimandi mitologici.
“Il vulcano dei Campi Flegrei diventa metafora di un magma sociale e politico pronto a esplodere. Il film riflette sull’incertezza del futuro e sulla piccolezza umana di fronte all’eternità, mantenendo distanza dagli abitanti. Con un effetto termico, le persone appaiono come spettri di calore in un paesaggio in movimento, dove terra, acqua e vapori raccontano un ciclo continuo di vita, morte e rinascita che ci permette di vedere l’infinito.”
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Averno, tra mito e fragilità, la convivenza con l’imprevedibile
Nella sua opera Filippo Maria Pontiggia dipinge con raffinatezza il sottile confine che separa la terra dei vivi dal mondo sotterraneo dei Campi Flegrei.
Uno scenario sospeso tra fragilità del territorio, tuttora ricco di suggestioni letterarie e mitologiche, all’interno del quale il regista cerca di cogliere l’essenza della convivenza tra l’uomo e l’imprevedibilità della natura.
Lo sguardo termico di Pontiggia
Un’esplorazione che Pontiggia conduce attraverso lenti in grado di rivelare l’invisibile.
Il regista infatti rinuncia a una grammatica didascalica scegliendo, invece, di intraprendere un’esplorazione sensoriale ed estetica. Utilizzando la fotocamera termica infatti si evidenzia e si mette in mostra l’energia distruttiva recondita che palpita nel mondo ipogeo.
Il calore diviene qui luce e colore che rendono le sagome umane delle mere macchie cromatiche, presenze passeggere che si muovono sopra un gigante dormiente. Le riprese statiche portano sullo schermo le azioni quotidiane e la routine degli abitanti del luogo, costantemente al corrente di questa silenziosa minaccia.
L’uomo come presenza transitoria
L’esito è un’opera dal forte effetto visivo e concettuale che permette di vedere la Solfatara di Pozzuoli spogliata di ogni rassicurante normalità quotidiana. I luoghi della routine campana sembrano divenire un paesaggio avverso e ancestrale. Averno si presenta dunque come un efficace promemoria della brevità della nostra presenza sulla Terra.
Dinanzi all’immensità dei cicli geologici l’umanità viene qui rimpicciolita a un momento effimero.
L’opera di Pontiggia non si circoscrive a denunciare il rischio ambientale, ma sembra voler interrogare lo spettatore sullo scorrere del tempo e il suo senso.