Star City parte da una domanda semplice, ma ricca di implicazioni: cosa sarebbe accaduto se l’Unione Sovietica avesse battuto gli Stati Uniti nella corsa alla Luna? Quali sarebbero stati i risvolti politici, storici e umani di una simile deviazione?
Spin-off di For All Mankind, la serie creata da Ben Nedivi, Matt Wolpert e Ronald D. Moore cambia prospettiva e porta lo spettatore all’interno del programma spaziale sovietico, tra cosmonauti, ingegneri e funzionari dell’intelligence.
Disponibile su Apple TV+ dal 29 maggio, con una prima stagione composta da otto episodi, Star City non sceglie la strada dell’epica luminosa. Fin dai primi episodi appare chiaro come la serie sia interessata meno al mito eroico della conquista spaziale e molto di più al sistema politico, ideologico e repressivo che rende possibile quella stessa impresa.
Star City: corsa allo spazio senza eroismo
Se For All Mankind costruiva gran parte della sua forza sull’idea di un futuro alternativo attraversato da ambizione, progresso e possibilità, Star City si muove in una direzione più tetra, fredda e ansiogena. La corsa allo spazio non viene raccontata come un’avventura romantica, ma come una prova di forza in cui la scienza diventa inseparabile dalla propaganda.
La scelta più interessante è proprio questa: raccontare lo spazio partendo dalla Terra. La serie guarda meno a ciò che accade fuori dall’atmosfera e più a ciò che precede ogni missione: addestramenti, pressioni interne, controllo politico e peso dell’apparato statale.
In questo senso, Star City sembra meno una serie di fantascienza pura e più un thriller paranoico. Microfoni nascosti, spionaggio e sospetti costruiscono un universo in cui ogni parola può essere ascoltata e ogni errore può avere conseguenze irreparabili.
La serie trova così una sua identità precisa, sostenuta da un’atmosfera fredda, controllata e volutamente spenta. Anche regia e fotografia lavorano per togliere entusiasmo alla grande impresa spaziale, sostituendo la meraviglia con un senso costante di sorveglianza.
Il risultato è una serie più dura e pessimista rispetto a For All Mankind. L’ombra del KGB incombe sul racconto e alimenta una tensione continua tra scienza e propaganda, ambizione personale e obbedienza al sistema. La conquista dello spazio non appare come una fuga dalla Storia, ma come una sua estensione più brutale.
Il limite della freddezza
I limiti principali emergono nella costruzione dei personaggi. Almeno in questa prima parte, Star City tende a definirli più attraverso la loro funzione narrativa che attraverso una reale profondità emotiva. È una scelta coerente con il tono della serie, perché restituisce l’idea di individui schiacciati da un sistema più grande di loro, ma rischia anche di ridurre il coinvolgimento dello spettatore.
Il clima di minaccia funziona e la paranoia è costruita con solidità, ma non sempre il racconto riesce a colpire con la forza emotiva che vorrebbe raggiungere. La serie affascina soprattutto per il mondo che mette in scena, più che per la complessità dei suoi protagonisti.
Questa freddezza, pur essendo parte integrante della sua identità, può trasformarsi in un limite quando la tensione resta sempre sullo stesso registro. In quei momenti, il racconto sembra più interessato all’atmosfera che alle conseguenze umane di ciò che accade.
In definitiva, Star City è uno spin-off interessante proprio perché non vive soltanto come riflesso della serie principale. Trova una propria identità, più cupa, sporca e politica, scegliendo di raccontare la conquista dello spazio non come un sogno luminoso, ma come il prodotto di un sistema fatto di controllo, paura e propaganda.
Non tutto funziona con la stessa intensità, e la narrazione avrebbe bisogno di maggiore profondità emotiva per lasciare davvero il segno. Tuttavia, la partenza è solida e abbastanza personale da rendere questo nuovo capitolo dell’universo di For All Mankind più di una semplice appendice.