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ITALY SHORT FILM DAYS

Italy short film days: conversazione con Sara Serraiocco

In occasione dell'Italy Short Film Days Berlin, dove accompagna il cortometraggio 'Ciao Varsavia', Sara Serraiocco ripercorre la sua carriera tra cinema d'autore, personaggi femminili complessi, grandi maestri e nuove generazioni di registi, raccontando il proprio rapporto con il mestiere di attrice e con l'evoluzione del ruolo delle donne nel cinema.

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intervista sara serraiocco

In occasione dell’Italy Short Film Days Berlin, siamo felici di ospitare Sara Serraiocco, una delle attrici più sensibili e talentuose del panorama cinematografico italiano contemporaneo. L’attrice sarà presente al festival per accompagnare la proiezione di Ciao Varsavia, il cortometraggio diretto da Diletta Di Nicolantonio, un’opera che affronta con delicatezza e forza temi legati all’identità femminile e all’autodeterminazione. Con una carriera costruita tra cinema d’autore e produzioni di grande prestigio, da Salvo a Vermiglio, passando per La ragazza del mondo e Il signore delle formiche, Sara Serraiocco si racconta in questa lunga conversazione ripercorrendo il proprio percorso artistico, il rapporto con i personaggi che ha interpretato e la sua visione del cinema contemporaneo.

Sara Serraiocco all’Italy Short Film Days Berlin

Mi piace iniziare questa conversazione partendo da un dato saliente della tua biografia, quello che a un certo punto ti ha visto lasciare il luogo dove sei nata per frequentare il Centro Sperimentale di Cinematografia. Trasferirti a Roma ancora giovanissima per inseguire i tuoi sogni è il segno di una forza d’animo indispensabile per riuscire a lavorare in un contesto difficile come quello del cinema.

Sì sì, assolutamente. Diciamo che mi è servita anche un po’ d’incoscienza e un certo spirito di ribellione per affrontare un’avventura così rischiosa. Con la testa di oggi non lo rifarei ma allora quella scelta faceva parte di un’età in cui si fa di tutto per inseguire i propri sogni.    

Il cinema è una magnifica ossessione che richiede una devozione totale a fronte di un costante senso di precarietà. Per te com’è stato cercare di equilibrare questi aspetti con la tua vita personale?

Ho iniziato a lavorare a vent’anni e da allora non ho mai smesso. I momenti in cui le proposte erano meno numerose o poco interessanti mi sono serviti per rimettermi in gioco e per scoprire lati sconosciuti di me che mi sono serviti per interpretare personaggi che in principio non pensavo di poter fare e che invece sono andati di pari passo con l’evoluzione della mia persona.

Quando si è molto giovani non è facile capire cosa si vuole fare. Nel tuo caso cosa ha fatto scattare l’idea di fare cinema?

È stato del tutto casuale perché le mie passioni erano più legate al teatro e alla danza contemporanea che fin da piccola mi ha visto cimentarmi in vari spettacoli. La mia dimensione era quella, poi la sorte mi ha fatto arrivare al Centro Sperimentale ed è lì che il mio amore per il cinema si è alimentato. La mia formazione prevedeva anche la visione dei grandi capolavori della cinematografia italiana e mondiale e questo mi ha permesso di scoprire un tesoro di cui non conoscevo l’esistenza.

Gli inizi

L’inizio della tua carriera è stato molto particolare perché non capita spesso di essere protagonista assoluta dei tuoi primi lavori. Per poterlo fare non bastano solo le capacità tecniche ma conta anche trasmettere al regista la capacità di poter reggere tale responsabilità. Parliamo di un coraggio e di una determinazione che tu hai mostrato fin dagli esordi.

Sono d’accordo con te. Poi conta anche essere ben guidata com’è capitato a me. Come dicevo prima serve un po’ di incoscienza unita a quel misto di curiosità e di paura che ti tiene sempre vigile. L’esperienza sul set dei miei primi film è stata di così forte impatto che me la porterò dentro per sempre.

Salvo, Cloro e La ragazza del Mondo li hai realizzati lavorando con registi esordienti. Mi chiedevo se per un’attrice questo rappresenti una responsabilità maggiore ma anche la possibilità di partecipare più attivamente alla costruzione artistica del film. Mi viene da pensare che a un regista di lungo corso come Gianni Amelio con cui hai fatto Il signore delle formiche sia più naturale affidarsi mentre con quelli in questione prevalga un confronto alla pari.

Il mio è stato un percorso naturale in cui è stato bello crescere insieme a una nuova generazione di registi che si stava affermando. Con loro ho condiviso le emozioni della prima volta ma anche un metodo di lavoro che poi mi è servito negli anni successivi. Gianni Amelio è un grande maestro a cui è facile affidarsi completamente anche se devo dirti quello che faccio con ogni regista: se non mi fido di lui, se non lo stimo, è difficile che riesca a lavorarci.

In una recente intervista Isabelle Huppert ha affermato che recitare significa trovare la propria libertà dentro il vincolo. Tendo a pensare – e lo so che sbaglio – che con Amelio questi vincoli erano più stretti mentre con un regista alle prime armi meno pressanti.

Non ti credere che un regista esordiente non ti metta vincoli e che un grande maestro ti dia meno libertà. Non bisogna mai generalizzare. Per quanto mi riguarda ogni esperienza è un caso a sé. Come attrice devo sempre trovare la mia libertà per poterla metterla al servizio della storia. In qualche modo cerco di portare un po’ di me stessa e delle mie idee al personaggio condividendole con il regista con cui lavoro.

Ambienti ed elementi utili per Sara Serraiocco

I tuoi personaggi in questi primi tre film vivono in un isolamento esistenziale ma anche materiale dovuti al fatto di vivere in luoghi disabitati. Quanto conta l’ambiente nella costruzione dei personaggi e in che modo sei riuscita a ricreare lo spaesamento della condizione vissuta da quei personaggi?

È vero, quella che dici è una condizione comune alle donne che ho interpretato in quei film. Detto questo si tratta di persone alla ricerca della propria identità in un contesto sociale da cui si sentono escluse. A riguardo in ogni film è stato fatto un lavoro sullo spazio e sul tempo che ha riguardato i personaggi e il loro ambiente. Penso alla protagonista de La ragazza del mondo, abituata a vivere in un ambiente chiuso e oppressivo per poi scoprire la realtà e con essa l’esistenza di punti di vista diversi. Parliamo di un modo di rappresentare il coming of age dei personaggi tipico del cinema d’autore, con i protagonisti in perenne conflitto con la realtà.

Ne Lo Spietato di Renato De Maria il percorso di consapevolezza del tuo personaggio è opposto a quelli di cui abbiamo parlato finora. È solo dopo il matrimonio infatti che Mariangela scopre l’infelicità della sua condizione e sono i continui tradimenti del marito a innescare il percorso di crescita che la fa uscire dalla subordinazione del suo stato.

Sì, in quel caso l’evoluzione del personaggio la vede passare da ragazza ingenua e donna matura e consapevole. In quel film il mio personaggio compie un arco esistenziale molto grande in termini di età e quindi dal mio punto di vista c’è stato un salto artistico perché, come ti dicevo prima, i personaggi crescono assieme a noi e dunque per me non sarebbe stato possibile interpretare le inquietudini di personaggi adolescenziali come quelli dei miei primi film.   

Nel film di Renato Di Maria il cambiamento interiore di Mariangela, quello che ne denota la crescita in termini di conoscenza e consapevolezza, è segnalato dal diverso taglio di capelli. Inizialmente sono lunghi e femminili poi a un certo punto, quando lei prende in mano la sua vita diventano corti, a imitazione di quel modello maschile che ha finito per sostituire all’interno della propria famiglia. Tutto questo mi offre lo spunto per chiederti quanto conta per te poterti aiutare con accessori di secondo piano per mostrare all’esterno ciò che muove l’animo del personaggio?

Si tratta di dettagli fondamentali perché ti permettono di dare vita al personaggio in maniera più verosimile. Ogni cambiamento estetico è fatto in questa direzione e cioè ad approfondire la personalità della persona che interpreti. Una donna che indossa tutto il giorno tacchi a spillo e tailleur avrà un modo di porsi diverso da una che invece si trascura. Tutto parte dall’abbigliamento indossato che riflette molto il nostro modo di essere, la nostra psicologia, l’ambiente in cui viviamo.

intervista sara serraiocco

Ruoli centrali e non

Se Lo Spietato ti offriva la possibilità di sviluppare il tuo personaggio con una cadenza romanzesca in Vermiglio il tuo ruolo è cristallizzato nel tempo e nello spazio rappresentando in maniera iconica la messa in discussione del patriarcato e soprattutto la possibilità delle donne  di ribellarsi alle regole imposte dalla controparte maschile. Si tratta di un ruolo meno centrale rispetto a quelli di cui abbiamo parlato ma non meno importante nell’economia della storia. Seduta per lo più immobile la tua è una posa statuaria perché, come le statue, il tuo personaggio è destinato a rappresentare un monito nei confronti della violenza maschile.

È esattamente come hai detto. Dopo aver letto la sceneggiatura e incontrato Maura Del Pero ho capito che eravamo sulla stessa linea. Ho capito quanto fosse importante quel ruolo nel delineare l’intero percorso della protagonista. Di Maura conoscevo il talento e i suoi lavori precedenti. Vermiglio è stato un piccolo capolavoro che abbiamo fatto con modestia e senza aspettarci il successo poi riscosso in tutto il mondo. Parlando del mio ruolo ti posso dire che avevo appena partorito per cui la maternità di cui si parlava nel film mi ha toccato nel profondo da subito. Abbiamo lavorato sui personaggi senza giudicarli ed è questo che ha reso il mio ruolo, quello di una donna che decide di uccidere il marito, molto interessante.

Prima parlavi di come la tua carriera cinematografica vada di pari passo con il divenire della tua vita personale. Entrando nello specifico ti chiedo se le tue scelte privilegino personaggi in cui riconosci te stessa e le tue esperienze oppure se preferisci lavorare su vicende lontane dal tuo vissuto?

Le mie scelte non sono mai state legate a un personaggio ma sono sempre dipese dal contesto in cui è inserito e dunque dalla capacità della sceneggiatura di essere funzionale ad esso. A me piace leggere belle storie, quelle capaci di risuonare sul grande schermo. Questo da attrice vuol dire anche rinunciare a personaggi stimolanti e invece accettare quelli che sulle prime sembrerebbero meno gratificanti. Così è successo per quello del film di Maura. Pur se in scena pochi minuti quel personaggio era raccontato nella sua complessità, nel suo background e questo mi fa dire che molte volte non si deve partire dal personaggio che vorrei fare. La visione del cinema è più importante della singola parte.

Così succede in Vermiglio. Quando la mdp inquadra il tuo volto il tempo come lo conosciamo noi cessa di esistere per diventare eterno infinito. Si tratta di una frazione di secondi ma ciò che rimane dentro di noi dura molto di più.

Non aggiungo nulla se non che anche a me ha fatto lo stesso effetto.

Sara Serraiocco in Salvo

In Salvo di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza il tuo personaggio riacquista la vista grazie alla funzione taumaturgica della relazione sentimentale con un killer della mafia. Il passaggio dal buio alla luce non è affidato alle parole bensì alle immagini e dunque alla tua capacità di parlare attraverso il volto come si faceva nel cinema muto.

Sono passati quindici anni per cui i ricordi non sono così vividi. In quel momento mi sono fidata completamente dei due registi. Rammento che il motore principale del personaggio era quello di sentirsi amata da un altro essere umano. In quel caso l’amore diventava il riflesso di un ragionamento più alto, legato alla capacità dello sguardo di cogliere il senso della realtà. D’altronde anche la scelta del nome del protagonista da cui prende il titolo il film, assume una forte valenza metaforica alludendo come dici tu alla sua funzione salvifica nei confronti della ragazza.

Il primo incontro tra Rita e il killer è girato per la maggior parte al buio utilizzando una serie di piani sequenza che ti obbligavano a spostamenti molto precisi effettuati replicando la cecità del personaggio. Si tratta di una sequenza molto lunga in cui ti muovi su e giù per la casa. In quella che è una vera e propria coreografia visiva penso che ti siano stati utili i tuoi trascorsi da ballerina.   

Sì, era davvero una scena molto lunga. Mi ricordo che indossavano anche delle piccole lenti che mi oscuravano la vista, per cui non vedevo niente. Devo dire che l’abitudine alla danza è stata determinante per trovare il giusto rapporto tra il mio corpo e l’ambiente in cui dovevo muovermi. In generale ho scoperto l’analogia tra l’utilizzo del corpo nella danza e nel cinema e questo sul set mi ha aiutato a trovare la mia dimensione all’interno del campo visivo in cui dovevo recitare.

Nel film il connubio tra la tua carnagione, i capelli neri e scarmigliati e l’abito corto un po’ demodé mi hanno ricordato i personaggi interpretati da Anna Magnani, Claudia Cardinale e Sophia Loren. Ripensandoci oggi ti pare un paragone calzante?

Sì, sì, assolutamente, tanto che un grande giornale francese parlò di me come della nuova Claudia Cardinale.

Altri titoli

Il tuo secondo film, Cloro, ti ha riportato in Abruzzo, la tua terra d’origine. Lì dovevi interpretare un personaggio opposto alla tua persona perché Jenny è del tutto estranea a quella terra. 

Infatti non è stata un’interpretazione semplice. A un certo punto mi sono sentita sdoppiata perché da una parte dovevo recitare come se non fossi mai stata in quei luoghi, dall’altra per la mia conoscenza di quei posti mi sono ritrovata a fare da coach agli attori romani. Loro mi insegnavano il loro accento e io il mio. È stata una bella sfida per tutti.

Come già in Salvo anche in Cloro la tua è una vera e propria performance perché di Jenny hai dovuto costruire un fisico da sportiva essendo lei un’atleta di nuoto sincronizzato. In quel caso il lavoro sul tuo corpo è stato determinante per riuscire a muoverti come una vera sportiva.

Esatto. Pensa che il regista, Lamberto Sanfelice, ha voluto che mi allenassi con le ragazze della nazionale italiana di nuoto sincronizzato.

A proposito di performance anche il ruolo in Brutti e Cattivi lo è. Lì reciti una ragazza senza braccia in un contesto che sembra uscito da film pulp. In quel caso interpretavi per la prima volta una specie di villain e a differenza dei ruoli precedenti in questo dovevi apparire eccessiva in tutto, anche a cominciare dal modo di vestire e dalla mise dei capelli. Personaggi del genere si scelgono anche per gli elementi di novità che portano con sé?

Ma certo altrimenti non si cresce mai dal punto di vista artistico. Uscire dalla propria zona di confort è salutare. Aggiungo che il regista Cosimo Gomez è una persona molto carina e questo non guasta mai nelle scelte che mi trovo a fare. In più ho avuto la possibilità di confrontarmi con due attori del calibro di Claudio Santamaria e Marco D’Amore.

Una ragazza del mondo

Oltre a essere uno dei tuoi film più belli La ragazza del mondo vi metteva in gioco in termini di credibilità perché dovevate raccontare un universo, quello dei Testimoni di Geova, che non era stato mai affrontato prima di allora. In quel film era importante rendere verosimile la storia d’amore tra il tuo personaggio e quello di Michele Riondino. L’alchimia tra di voi risalta sul grande schermo. 

L’intesa con il tuo partner lavorativo è decisiva e poi io credo molto alla magia degli incontri. Con Michele non abbiamo fatto nessun provino perché Marco Danieli voleva che ci incontrassimo direttamente sul set. Per quello parlavo di magia. Quello che si vede nel film non è solo tecnica ma anche il risultato di corrispondenze imponderabili e difficili da raccontare. È qualcosa che nasce in maniera non voluta e dunque inaspettata. Insomma è la magia del cinema.

Peraltro quella tra i vostri personaggi è una relazione molto fisica. In genere tu sei una che utilizza molto il corpo per recitare.

In genere la mia preparazione del personaggio parte sempre dal corpo; solo dopo mi occupo del resto. Forse è anche una mia zona di comfort che mi viene dalla danza più che dal cinema.

L’intervista a Sara Serraiocco

Il personaggio che interpreti ne In Viaggio con Adele portava con sé il rischio di raccontare il disturbo di cui soffre la ragazza in maniera stereotipata. Tu lo eviti riuscendo a trovare un perfetto equilibrio tra l’eccentricità e la tenerezza del personaggio.

Con Alessandro Capitani si è creato subito un bel legame. Lui voleva evitare a tutti i costi di trasformare il personaggio in macchietta al fine di renderlo più realistico possibile. Da parte mia ci sono riuscita grazie anche alla presenza di Alessandro Haber. Con Alessandro è stato tutto più facile perché lui già di per sé è un personaggio, quindi bastava stare con il suo stesso tono. Ci siamo trovati subito. Molte cose le abbiamo anche improvvisate per cui è stato molto divertente.

In quel film il tuo è un personaggio iconico, riassunto a cominciare dalla tuta rosa che indossa per tutto il film. Il realismo della protagonista passa dalla naturalezza con cui la indossi.

Sì, le caratteristiche iconiche di Adele erano uno degli obiettivi inseguiti dal regista. Alessandro le voleva rendere esemplari e riconoscibili anche perché, avendo lei dei problemi mentali, doveva essere ritratta con tutta una serie di ossessioni che riguardavano ogni aspetto della sua vita, dal mangiare al modo di dormire.

In generale i tuoi personaggi non partono mai dalla volontà di sedurre ma diventano ammalianti cammin facendo. Se uno pensa alle prime immagini di Adele non potrebbe mai pensare di rimanere affascinato da lei come invece mi è accaduto.

Questa forse è una riflessione che si fa dall’esterno. La seduzione non la cerco mai. Arriva in maniera naturale come per esempio succede in Il Ritorno di Casanova di Gabriele Salvatores. In quel film il mio personaggio vuole soltanto sentirsi amata da un uomo preso da se stesso ed è ovvio che in quel caso entri in gioco la seduzione, il volere essere visti e desiderati.

Nel tuo ultimo film – Ho visto un re di Giorgia Farina – il tuo ruolo è destinato a trovare l’empatia con il pubblico solo in un secondo momento perché il personaggio è preso da se stesso e dall’amore per la propria arte. Non deve essere stato facile restituire un personaggio sempre in bilico tra il ruolo di madre e quello di una donna presa dai suoi problemi. 

Sì, anche perché si trattava di un personaggio storico e rappresentativo di tutte le donne che hanno dovuto patire la presenza di un uomo, del patriarcato e della gerarchia familiare. Fingersi artista diventa il suo modo per sfuggire alla gabbia in cui viene chiusa dalla cultura del suo tempo. Questo non le impedisce di ribellarsi per interposta persona, dicendo all’insegnante del figlio di seguire i suoi sogni, possibilità che lei non ha avuto.

Il cambiamento del cinema

Rispetto a quando tu hai iniziato a lavorare c’è stata una presa di coscienza sul ruolo della donna e sul suo rapporto con la controparte maschile. Nel cinema come in altri campi si è constatato l’esistenza di una disparità che ogni volta appare inaccettabile. L’opportunità di battersi per cambiare le cose in che modo rientra nelle tue scelte lavorative?

Sedici anni fa questa era una cosa di cui non si poteva neanche parlare, adesso, invece, esiste una consapevolezza che ha fatto diventare il tema molto sensibile. Nel mio piccolo sono riuscita a produrre un corto come Ciao Varsavia in cui insieme alla regista Diletta Di Nicolantonio e a Carlotta Gamba siamo riusciti a portare la donna sullo schermo. È necessario partire da questo affinché ci sia una parità di genere. Ci sono stati anni dove non solo nel cinema la subordinazione agli uomini era l’unica regola. La rivoluzione di questo modo di pensare può venire solo da noi.

Parliamo del cinema che ti piace.

Il cinema mi sorprende sempre perché poi mi piacciono i bei film. Questa per me è la base per scegliere cosa vedere. Poi ti dico che faccio meno fatica a vedere un film molto realista e intimista mentre quelli di fantascienza faccio fatica ad arrivare alla fine. Questo non vuol dire che non ami i film di Stanley Kubrick e Alejandro Jodorowsky ma quelli sono capolavori che vanno oltre le categorie di genere.

Come attrice hai dei modelli?

Sicuramente Isabelle Huppert che hai citato prima è una grandissima attrice. In generale mi piacciono le interpreti che trasformano la recitazione in una performance. Sono quelle che più di altre riescono ad emozionarmi.