La giornata del 20 maggio al Festival di Cannes 2026 si preannuncia come una delle più significative dal punto di vista politico, riunendo film incentrati su memoria, ideologia, resistenza e crollo personale. Tra Concorso, Proiezioni Speciali e sezioni collaterali, Cannes ancora una volta posiziona il cinema non solo come intrattenimento, ma come mezzo unicamente capace di confrontarsi con le macerie emotive lasciate dalla storia.
La giornata ha una portata inequivocabilmente internazionale: la Francia in tempo di guerra, la New York dell’era dell’AIDS, la Bolivia rivoluzionaria e il Venezuela contemporaneo coesistono in una programmazione che si muove fluidamente tra intime storie umane e ampie narrazioni politiche.
Se le giornate precedenti enfatizzavano il prestigio degli autori, il 20 maggio mette in primo piano qualcosa di completamente diverso: il rapporto duraturo tra cinema e coscienza storica.
In concorso e proiezioni speciali: dalla Francia di Vichy alla memoria almodóvariana
In concorso, Emmanuel Marre presenta Notre Salut, un ritratto di compromesso morale ambientato nel settembre del 1940, mentre il regime di Vichy si consolida al potere. Piuttosto che rappresentare la collaborazione come pura ideologia, Marre sembra interessato alla psicologia della sopravvivenza e dell’ambizione. Il suo protagonista, Henri Marre, entra a Vichy disperato, desideroso di rendersi utile al nuovo ordine, aggrappandosi al patriottismo mentre si arrende lentamente alla macchina autoritaria. Il film promette un’agghiacciante analisi dell’autogiustificazione e della complicità istituzionale.
In parallelo, viene presentato The Man I Love di Ira Sachs, ambientato nella New York di fine anni ’80, al culmine della crisi dell’AIDS. Seguendo l’artista performativo Jimmy George in un momento fragile sospeso tra malattia, desiderio e vitalità artistica, Sachs torna ancora una volta a esplorare l’intimità emotiva e la vulnerabilità umana. Il film sembra meno interessato alla nostalgia che a catturare l’urgenza di vivere e amare all’ombra della mortalità.
Al di fuori del concorso, la storia rimane altrettanto centrale. La Bataille de Gaulle: L’âge de fer di Antonin Baudry rievoca il giugno del 1940 e il momento in cui Charles de Gaulle fuggì a Londra per iniziare a costruire la resistenza della Francia Libera. Piuttosto che mitizzare la figura, il film si concentra sull’incertezza, sull’isolamento politico e sulla pura irrazionalità necessaria per resistere all’inevitabile sconfitta.
Nel frattempo, Christophe Dimitri Réveille presenta Les Survivants du Che, che ripercorre la disperata fuga dei guerriglieri sopravvissuti di Che Guevara dopo la sua esecuzione in Bolivia. Combinando filmati d’archivio, animazione e testimonianze, il documentario rivisita la mitologia rivoluzionaria attraverso la prospettiva di coloro che sono sopravvissuti fisicamente alla storia ma ne sono rimasti perseguitati.
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Aggiungendo un ulteriore livello di memoria cinematografica, Cannes Classics proietta The Innocent di Luchino Visconti alla Salle Buñuel, a riprova di quanto profondamente Cannes continui a dialogare con il proprio patrimonio artistico.
La Settimana della Critica si conclude, la Quinzaine esplora vite spezzate
La Semaine de la Critique 2026 si conclude il 20 maggio con la cerimonia di chiusura all’Espace Miramar, conferendo alla giornata un ulteriore peso emotivo. Prima della consegna dei premi, la sezione presenta Sei mesi in un palazzo rosa e blu di Bruno Santamaría Razo, una storia profondamente personale ambientata nel Messico dei primi anni ’90, dove la gioiosa vita familiare di un bambino si scontra lentamente con la malattia e un dolore inespresso. Il suo mix di musica, memoria e riflessione autobiografica lo ha reso una delle scoperte più discrete della sezione.
A chiudere la sezione è Goodbye Cruel World di Félix de Givry, un mistero notturno di formazione incentrato sulla scomparsa di un’adolescente a Parigi. Il film sembra fondere la malinconia adolescenziale con il disagio urbano, concludendo la Settimana della Critica con una nota introspettiva.
Alla Quinzaine 2026, le tensioni sociali contemporanee dominano il programma. I See Buildings Fall Like Lightning di Clio Barnard segue le vicende di cinque amici d’infanzia che si ritrovano a Birmingham, mentre rancori sopiti e frustrazioni di classe riemergono.
Death Has No Owner di Jorge Thielen Armand trasforma una disputa ereditaria familiare in Venezuela in un confronto esplosivo plasmato da terra, violenza e memoria coloniale. E in Red Rocks, Bruno Dumont trasforma la Costa Azzurra in un paesaggio strano e inquietante dove i giochi d’infanzia si confondono con crudeltà, rivalità e risveglio emotivo.
Un festival che guarda al passato per comprendere il presente
Più di quasi ogni altro giorno finora, il 20 maggio rivela la spina dorsale intellettuale di Cannes 2026.
Questi film non si limitano a rivisitare la storia; interrogano i meccanismi che continuano a plasmare la vita contemporanea: autoritarismo, malattia, sradicamento, fede politica, traumi ereditati e memoria collettiva. In ogni sezione del festival, il passato non è trattato come un capitolo chiuso, ma come qualcosa di dolorosamente vivo.
Così facendo, Cannes ribadisce ancora una volta il suo principio cardine: che il cinema rimane una delle poche forme d’arte capaci di racchiudere emozioni personali e portata storica nella stessa inquadratura.
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