L’acclamata opera di La Camera, mediante uno scenario evocativo e semi spettrale, rappresenta il tema della depressione secondo l’occhio impaurito di una figlia
Primo sangue è l’interessante short-movie del regista italiano Antonio La Camera. Presentato in anteprima alla 74esima edizione del Trento Film Festival, il cortometraggio è prodotto da Meleagris Film e WaterClocK col sostegno del MIC – Direzione generale cinema e audiovisivo, oltre al contributo di Calabria Film Commission.
Il corto è frutto di un intenso lavoro registico, di scrittura e di montaggio dello stesso La Camera, con distribuzione Gargantua Film Distribution. Prima sangue è interpretato da Elisa Grillo, Roberta Mattei, e la voce narrante di Teresa Vigilante.
Primo sangue, riti e scontri tra madre e figlia
Nel racconto in lingua arbëreshe di una giovane ragazza (Teresa Vigilante), riaffiora il ricordo di quando da bambina (Elisa Grillo) osservava in silenzio la depressione della madre (Roberta Mattei). In una Calabria ruvida e sospesa, tra silenzi e gesti rituali, la piccola scopre che quel mondo adulto, apparentemente ostile e imprigionato nell’idea di doversi mostrarsi sempre forte, cela in realtà un profondo bisogno di intimità e contatto.
L’infanzia come corpo ritualizzato della memoria
In Primo sangue, Antonio La Camera lavora sul margine. Che è geografico, linguistico, antropologico e percettivo. Ambientato in una comunità arbëreshë della Calabria, lo short-movie racconta dell’infanzia traumatica di una bambina per colpa di una madre depressa, disturbata da ritualizzazioni familiari. Non siamo però di fronte a un normale racconto di formazione, e questo perché il regista sceglie di raccontare il momento esatto in cui l’infanzia perde la propria innocenza ontologica, scoprendo che il reale non è mai come appare davvero. In questo senso Primo sangue appartiene a quel filone fruttuoso del cinema italiano capace di trasformare il paesaggio meridionale in una superficie, seppur complessa, della memoria e del trauma.
Il territorio calabrese del cortometraggio è lontanissimo da ogni folklorismo. È, invece, una terra scabra, quasi preistorica, abitata da materie di cemento, allevamenti, gesti arcaici e silenzi familiari. Un paragone evidente è quello con il cinema di Michelangelo Frammartino e con una certa antropologia visuale italiana; il rito con l’uccisione del tacchino non assume mai il carattere di una crudeltà spettacolare, essendo invece un atto di trasmissione culturale. La madre, nel suo percorso depressivo, tenta di insegnare alla figlia che vivere significa attraversare l’evento della morte, creando il legame tra mamma e figlia attraverso il sangue. O meglio “primo sangue”.
Il volto materno e un’intimità impossibile
Uno degli elementi più interessanti del lavoro di Antonio La Camera è la rappresentazione della madre. Si nota difatti come Primo sangue eviti esplicitamente ogni forma di empatia psicologica tra le due protagoniste, avendo invece la volontà di far emergere la depressione materna attraverso gesti interrotti, sguardi svuotati, pause e sottrazioni. La madre interpretata magistralmente da Roberta Mattei, non è solo una madre “malata” ma un corpo che fatica a stare al mondo. Si entra dentro a un’ampia riflessione sul copro femminile nel cinema italiano contemporaneo.
Il volto di una donna, qui madre, non racconta ma resiste producendo un’immagine che incarna tutta la stanchezza di un Sud Italia che ha imparato a interiorizzare il dolore come forma di sopravvivenza. E la bambina osserva il corpo adulto della madre senza riuscire ancora a comprenderlo. Una distanza tra le due protagoniste che contiene il grande macro tema rappresentatoci da La Camera: l’infanzia scopre e rivela un mondo degli adulti che è fragile, incompleto, opaco, e senza alcun potere salvifico.
La figlia oscura e il voice over spettrale
Il vero trauma presente in Primo sangue non è né il sacrificio e né il sangue materiale ma la scoperta da parte della figlia che la madre può crollare. Nell’infanzia di ogni persona, la madre coincide con la protezione, con quella presenza che garantisce per ogni figlio la sopravvivenza e la continuità col mondo. Nel corto, invece, la bambina interpretata da Elisa Grillo si trova dinnanzi a una madre che vacilla, assente interiormente, incapace di sostenere il peso della vita.
Lo sguardo infantile registra tutto mentre è la sua voce adulta a restituirci il senso di un passato traumatico. Il voice over cerca di comprendere la figura materna non più con l’astio e la distanza dell’infanzia, ma come essere umano grazie alla versione adulta della bambina. Ed è proprio questa dinamica che produce nello short-movie un’interessante tensione emotiva. La figlia tramite il voice over non ricorda semplicemente la madre ma cerca di raggiungerla nel tempo, colmando una distanza rimasta aperta. La voce narrante quindi non è solo un espediente narrativo ma un vero e proprio gesto di elaborazione del lutto.
Antonio La Camera col suo Primo sangue realizza un emotivo e brillante cortometraggio sulla vulnerabilità materna, trasformando l’infanzia anche nella colpa di non aver visto davvero, di non aver compreso le fragilità di un adulto celate dalla durezza della depressione. E forse la potenza del cinema nasce proprio dal tentativo, apparentemente impossibile, di restare accanto a un volto che il tempo continua ad allontanare.