Al Riviera International Film Fest arriva Ten to Six di Alessio Rupalti. Un racconto fantascientifico contemporaneo e dai tratti fiabeschi, che, nonostante un ottimo comparto tecnico alle spalle, non brilla per originalità e manca di quel “di più” per agguantare lo spettatore.
Siamo ancora in tempo?
Un fisico (Gerard Bell), ormai in pensione e tormentato dal senso di colpa per non essere riuscito a fare abbastanza per salvare la moglie da un tumore al seno, crede di aver finalmente trovato una possibilità di redenzione.
Infatti, trentacinque anni dopo la morte della donna, si reca in un piccolo caffè alla periferia di Londra, dove un giovane cameriere (Charlie Wright) che sta per incontrare, apparentemente per caso, si rivelerà non essere affatto uno sconosciuto.
Questa è la trama dell’interessante esperimento di Alessio Rupalti. Il tempo inteso non solo come fenomeno fisico ma come esperienza, come spazio cronometrato dalle nostre convenzioni.
Non è difficile individuare nel cortometraggio le influenze di film come Questione di tempo di Richard Curtis. Ma anche qui il potere e la capacità di poter controllare il tempo sono illusorie. Come in uno schema kafkiano tutto si ripete all’infinito.
Il viaggio nel tempo altro non è che una gita dove siamo dei turisti. Il protagonista del corto rivive la sua gioventù seduto al tavolo di un bar, ma si limita a interagire con il (forse) sé stesso da giovane. Un uomo del futuro, che conosce già la sua stessa storia ma non può fare praticamente nulla per cambiarla.
Cosa non convince
Ten to Six sembra essere l’incipit di una serie o di un film di fantascienza destinato a non partire mai veramente.
Per quattordici minuti vediamo una premessa in realtà molto interessante e con un messaggio potente: non solo la nostalgia e la voglia di rivivere dei ricordi cristallizzati nel tempo in quanto tali, ma anche il tema della malattia. Una tragedia che ha strappato al protagonista il vero amore della sua vita.
Non sempre però le intenzioni bastano, seppur quelle di questo progetto siano sicuramente nobili. Dovendo concentrare così tanti temi importanti in un tempo così ristretto, si ha l’impressione che tutto non sia altro che un’anticipazione, un trailer di qualcosa che ancora dobbiamo vedere.
La tecnica come forza
Va sicuramente data una lode all’intero compartimento tecnico del cortometraggio. Anche se la fotografia e i colori risultano a tratti freddi ed eccessivamente rigidi, una regia da grandi titoli di stampo cinematografico aiuta a visionare il tutto sotto una luce diversa.
La cura formale, evidente in ogni inquadratura e nel lavoro dietro la macchina da presa, non basta però a compensare i limiti di una narrazione che, pur affrontando temi potenti come il tempo, la colpa e la malattia, non riesce a trovare la giusta progressione in soli quattordici minuti.
Il risultato finale è un “trailer” affascinante, ma incompleto, che lascia nello spettatore la sensazione di aver assistito solo a un assaggio di una storia che avrebbe meritato uno sviluppo più ampio e originale.
Ten to Six è un progetto con un cuore nobile, ma che, alla fine, non riesce a spiccare il volo.