Nel film di Maggie Gyllenhaal la protagonista attraversa, mediante l’archetipo mostruoso, le fasi di rigetto, conflitto e ribellione che portano all’emancipazione femminile. La sposa diventa quindi una figura che incarna totalmente lo sguardo della donna sul mondo maschile: un’immagine rabbiosa e in perenne catarsi
La Sposa! , il secondo film di Maggie Gyllenhaal dopo l’eccellente opera prima de La figlia oscura, è figlio, o sarebbe più corretto dire figlia, di una certa tendenza onnipresente nel cinema contemporaneo. Un mood di scrittura ed estetico che mira ad annientare la centralità della figura maschile subordinando “il maschio” al ruolo di del servo sciocco, e automa incapace di orientarsi, o di stereotipo grossolano in preda ad un ossessivo pattern tossico nei confronti delle protagoniste femminili.
In questo Gyllenhaal rientra nel filone che negli ultimi anni ha visto giovani e brillanti registe donne assurgere, attraverso il cinema, a moralizzatrici e giudici accusatrici dell’universo maschile, avendo come punto di partenza e di arrivo una liberatoria misandria opposta a quel male gaze teorizzato dalla critica Laura Mulvey negli anni ’70 e fulcro dei gender studies.
Se Barbie di Greta Gerwing era il principio della New Hollywood del femminismo millennial, operazione poi esteticizzata nella sua provocazione dall’approccio di registe come Emerald Fennell ( il suo Cime tempestose ne è un fulgido esempio), Maggie Gyllenhaal col suo remake tratto dall’omonimo film di James Whale si iscrive in qualcosa che non ne rappresenta più una novità ma una certezza rivendicativa di uno sguardo tossico, ribelle, rabbioso, e a tratti oltraggioso, sulla figura maschile.
E La Sposa!, proprio adattando un approccio interamente sopra le righe, e inserendosi in categorie proprie del camp o del kitsch movie, costruisce uno scenario estetico surreale completamente adatto alla metafora/espediente compiuta da Gyllenhaal : dare una soggettività al mostruoso grazie al femminile.
IL TRAILER – La Sposa!
La sposa cadavere o il prometeo femminile – La Sposa!
Analizzare il “mostruoso femminile” in La Sposa!, già al centro degli studi dell’accademica Barbara Creed nel suo The Monstrous-feminine, ci permette di approfondire la figura dell’archetipo mostruoso qui usato come ricomposizione di un’identità formativa. Il corpo dei vari altereghi di Jessie Buckley, nella dualità rappresentativa sia della moglie di Frankenstein che dell’autrice Mary Shelley, avvia un preciso processo di autorappresentazione femminile e femminista della protagonista.
La Sposa! riesce bene a convivere con una dimensione horror che dà al corpo di Ida una dimensione prima simbolica e solo in ultimo biologica. Il prometeo femminile pensato da Maggie Gyllenhall, già dalla sua “riesumazione” fino al road-movie meta-cinematografico con Frank, è indissolubilmente legato al concetto di abiezione : il corpo femminile è un qualcosa che mette in crisi i confini tra vita e morte, puro e impuro.
E nel film, remake del grande classico del ’35, Ida è oggetto di una resurrezione artificiale in linea con il percorso maschile del suo promesso sposo: una donna morta viene riportata in vita esaudendo concretamente i desideri sessuali e amorosi di Frank. Il suo corpo è però non un corpo ricomposto come accade alla sua versione maschile, ma un corpo intatto, un cadavere riportato in vita e segnato solo psicologicamente dalla morte. È questa la condizione intermedia che colloca la sposa dentro la teoria dell’abiezione; non è viva ma nemmeno completamente morta, non è più una donna nel senso tradizionale ma neppure un semplice oggetto.
Tra abiezione e autocoscienza, il Frankenstein femminista
Gli abusi che ha subito nella sua precedente vita operano in Ida dei tagli di montaggio della sua coscienza, e che i suoi lampi emotivi e lessicali riproducono esteriormente per rivendicare a se stessa e all’universo patriarcale di essere un soggetto dotato di una vivida autocoscienza. Nel film originale di James Whale, la sposa faceva la parte di un idealtipo femminile creato essenzialmente per soddisfare il desiderio maschile, vergognandosi della propria mostruosità e diventando un organo simbolico di suo “marito”. Gyllenhaal, invece, modifica radicalmente questa prospettiva dando a Ida una consapevolezza umana prima che un corpo da usare.
Forse il grave errore del film è non creare un viaggio formativo completo alla Poor Things di Yorgos Lanthimos, decidendo di legare completamente la drammaturgia de La Sposa! a un semplicistico manifesto femminista impostato dalla sua vibrante retorica.
Ma ciò che riesce al remake è la ribellione con cui la regista riprende le teorie di Barbara Creed. Quel corpo imperfetto e perfetto, passa dall’essere controllato ad avere il controllo. E osservando il mondo, Ida mette in crisi l’artificiale e il naturale, l’ordinarietà straordinaria dello scienziato pazzo del Frankenstein Junior di Mel Brooks (a cui il film si ispira) e l’imprevedibilità dell’horror che mette in discussione lo schema rigido del patriarcato, rendendo mobile e centrale la catarsi femminista.
L’accettazione del mostro come ricostruzione dell’io femminile
Ne La Sposa! si compie la trasformazione del ribaltamento di una delle funzioni presenti nel cinema horror. Figure come la strega ( Suspiria di Dario Argento), il demone nel corpo materno ( Rosemary’s Baby di Roman Polansky) o la vampira femme fatale ( The Hunger di Tony Scott), incarnano il potere femminile visto come pericoloso proprio perché sfugge all’ordine sociale patriarcale. In La Sposa! , anche se Ida viene creata per essere controllata, emerge un paradosso ancora più palese ed evidente; l’ordine artificiale viene interrotto aprendo la possibilità a una ribellione femminista e femminile che passa dall’accettazione del proprio essere mostro, al contrario invece di ciò che avviene per Frank.
Dal controllo patriarcale all’autonomia dell’alterità
Un corpo tra vita e morte che diviene un luogo di confine, non una maschera ma un’accettazione della propria condizione, vulnerabilità, ed esistenza. Ed è proprio per questa rivendicazione di essere donna che Maggie Gyllenhaal decide di operare una rivisitazione non solo del genere ma di genere che abbraccia un po’ tutti i principali personaggi principali. Dal dottor Pretorius diventato per l’occasione la dottoressa Euphronious al personaggio di Penelope Cruz oggetto di vessazioni patriarcali e snobismo sessista per tutto quanto il film, fino al pattern onirico tra Mary Shelley e la sua “creatura” in un perfetto collegamento e chiusura da misandric movie.
La Sposa! compie un’ulteriore metamorfosi trasformando la tradizionale concezione di paura nei confronti del mostruoso in una lettera che definisce un nuovo spazio soggettivo e tutto al femminile. Ciò che il film rincorre per tutto il suo tempo cinematografico è, attraverso Ida, non il tentativo di rendere normale la catarsi femminile o il confrontarsi con modelli maschili come avviene nel classico heroine’s journey , ma rendere autonoma la propria alterità. Una riflessione sul concetto di alterazione femminile che è soprattutto una riflessione-manifesto sul corpo e l’identità femminista.