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Berlinale

‘Dao’, movimento cinematografico nella realtà

Una vera finzione di Alain Gomis. In concorso a Berlinale 2026.

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‘Il Dao è un movimento circolare perpetuo che incornicia la realtà”, scrive il primo cartello del nuovo film di Alain Gomis, Dao. In concorso a Berlinale 2026.

Dao è una finzione

Si inizia con una dichiariazione di finzione. Gomis ci fa sbirciare il processo di selezione delle attrici protagoniste di Dao presentando a noi frontali Katy Correa e D’Johé Kouadio, che interpreteranno rispettivamente Béa e sua figlia Nora.

Ci sarà un matrimonio, quello di Nora in Francia, e una celebrazione funebre, quella del padre di Béa in Guinea-Bissau. La vita pulsante che attraversa il matrimonio e il velo sofferto dell’onoranza funebre si interscambieranno, donandosi reciprocamente nelle gioie e nei dolori, in un movimento fluido e torrenziale.

Attraversando questo flusso Dao scava e analizza le ferite della colonizzazione così come della migrazione forzata, riunendone le storie e fortificando i legami tra la casa lasciata e la nuova ancora non totalmente compresa. Cerca in questo una riappacificazione attraverso un racconto familiare corale che non teme la sua complessità e confronta gli aspetti più duri di questo stato liminale, partendo proprio dal ruolo della donna nella società, nella famiglia e nel matrimonio.

Lo stato migrante delle prime generazioni franco-africane viene risemantizzato come spazio vitale, che contiene il colone e il colonizzato dentro la stessa esistenza,  tra due mondi di cui il primo, quello originario, presenta contorni, confini e legami ancora da comprendere.

Dao è una realtà

Gomis amalgama senza attriti vissuto autobiografico, messa in scena finzionale e realismo documentale donando all’intima esperienza del funerale del proprio padre in Guinea-Bissau i tratti di un racconto archetipico.

La volontà è di spalancare i legami intergenerazionali tra gli afrodiscendenti e le loro origini senza cadere nell’idealizzazione. Il matrimonio di Nora è catarsi e riappacificazione con il passato nelle sue parti più vibranti, piene di musica e gioia, ma anche nei suoi tratti più violenti, negli abbracci così come nei litigi. Riconnettere luoghi lontani, famiglia e tradizione non lasciano il passo alla mitizzazione delle pratiche o delle storie. Il reale nella sua feroce meraviglia emerge.

Correa e Kouadio danno un interpretazione fisica potentissima in una trasmissione emotiva che immerge la visione e l’amalia. La potenza è tale che lo statuto di finzione proclamato in cima all’opera decade dalla mente dello spettatore che crede all’atto nella sua cinematografia.

Dao è cinema come atto connettivo

Dao è un esempio virtuoso di come la pratica cinematografica può essere modificata, rendendola trasformativa e contingente dalla sua fase di creazione prima fino all’ esperienza dello spettatore.

Il film viene prodotto in una modalità unica, emergendo con una visione di più di tre ore, scritta mentre è girata, in prolungate riprese che seguono i protagonisti come angeli ai lati delle loro spalle. Attori professionisti ad attori sociali si miscelano e si confondono tra persona e personaggio rendendo ancora più permeabile il confine tra realtà e finzione.

Contiene in sè un osservazione etnografica depurata dall’occhio dell’antropologia ottocentesca e reso più fisico, pulsante, riuscendo a seguire un evoluzione narrativa sentita e autentica, che affeziona e coinvolge come le migliori storie.

Scrive Gomis:

For me, culture is where we construct ourselves — it’s what connects us to other people and to
the world. Cinema, especially, is a shared intimacy, a collective “I”.

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  • Anno: 2026
  • Durata: 185'
  • Nazionalita: Francia, Senegal, Guinea-Bissau
  • Regia: Alain Gomis