Averno Hotel, regia di Pino Carbone e sceneggiatura di Maurizio Braucci, uscirà nelle sale italiane il 30 gennaio. Opera corale e non lineare, il film si struttura come una successione di episodi ambientati in uno spazio simbolico che assume la forma di un hotel, luogo di passaggio e di sospensione. Girato in ambienti chiusi, con un’impostazione visiva essenziale e concentrata sui volti e sui corpi, il film trasforma Napoli in un paesaggio metafisico, più mentale che urbano, più interiore che geografico. Averno Hotel non propone una narrazione tradizionale, ma una composizione di frammenti esistenziali: storie che non cercano un epilogo, ma una forma di esposizione. Fin dall’apertura, il film dichiara la propria natura simbolica, collocandosi non in un realismo sociale, ma in una dimensione liminale, tra il mondo dei vivi e ciò che viene dopo, senza mai definire davvero cosa sia questo “dopo”.
La soglia che non promette nulla
Il riferimento all’Averno non è solo mitologico o geografico, ma profondamente concettuale. Nella tradizione classica l’Averno non è l’inferno, ma una porta, una soglia tra mondi. Il film esplora questa ambiguità e costruisce un aldilà che non raggiunge mai una meta, ma resta uno spazio intermedio. L’Averno Hotel accoglie identità da prolungare, non anime da giudicare o salvare. I personaggi portano con sé rabbia, frustrazione, sdegno, dolore e storie irrisolte, che restano sospese, intatte. Il treno che li conduce non è un mezzo realistico, ma simbolico: rappresenta destino, trauma e perdita, trascinandoli senza scelta. In questo spazio sospeso, le storie rimangono inascoltate: il dolore non redime, la parola non trasforma, la confessione non libera. L’aldilà che il film mostra non offre pace, ma immobilità, e ciò che la vita non trasforma continua a esistere senza soluzione. L’Averno non è inferno e non è paradiso: è continuità dell’incompiuto.
Figure che restano
In Averno Hotel non si incontrano anime in senso religioso, ma presenze residue: tracce di vita, identità spezzate, frammenti emotivi che non si dissolvono. I personaggi non appartengono pienamente né al mondo dei vivi né a quello dei morti, ma abitano una zona intermedia dove le emozioni e le storie restano intatte, senza cambiare. Rabbia, frustrazione, desiderio, colpa, memoria e dolore non appaiono come sentimenti interiori, ma come forme che abitano i corpi e gli spazi. L’hotel non funziona come luogo di espiazione o di salvezza, ma come contenitore di ciò che non ha trovato forma, senso, soluzione. Come se il film suggerisse che non è la morte a determinare il destino dell’essere umano, ma la qualità della vita che ha abitato. Non c’è trasformazione, solo persistenza; non c’è liberazione, solo prosecuzione. L’aldilà non è una risposta, ma una ripetizione silenziosa di ciò che non è stato risolto.
Il pranzo di consolo e la responsabilità del vivere
La figura del cuoco concentra la dimensione più profonda del film. Non è un personaggio realistico, ma una voce iniziatica. Quando afferma che i morti non muoiono mai davvero, che restano a guardare, che nell’aldilà non cambia nulla, formula la tesi più radicale dell’opera: la morte non trasforma l’essere. Il pranzo di consolo, con la sedia lasciata per chi non c’è, non è un rito funebre, ma un gesto simbolico di riconoscimento della presenza nell’assenza, della continuità dell’identità oltre il corpo. La metafora della carne come corpo e delle verdure come anima introduce una visione compositiva dell’essere umano: non unità, ma miscela; non essenza, ma proporzione.Ognuno sceglie quanta materia e quanta coscienza abitare, e la morte non riequilibra questa proporzione. Qui il film prende posizione in modo netto: non tutto ciò che si vive si trasforma, non tutto ciò che si soffre guarisce, non tutto ciò che si attraversa diventa consapevolezza. La redenzione non è ultraterrena ma esistenziale: ciascuno deve costruirla. Se qualcosa deve trasformarsi, deve farlo nel tempo umano, nella vita.

Averno Hotel non promette salvezza futura, ma rimanda tutto al presente, formulando una visione radicale: ciò che non viene elaborato in vita non viene risolto dopo. L’aldilà non guarisce, non assolve, non redime — continua.