Il film Chained for Life, opera diretta da Aaron Schimberg ora disponibile su MUBI, si propone di mostrare il dietro le quinte di un moderno Freaks (1932). Usando la deformità come leva, mette in scena una critica a due aspetti del cinema. Il primo, caratteristico soprattutto del sistema hollywoodiano, è quello della costruzione di un Olimpo di uomini e donne predette, le star. Dall’altra il fenomeno della strumentalizzazione del diverso, una prassi atta a ripulire l’immagine (e la coscienza) di un sistema che ha alimentato per decenni i miti della normalità esteriore.

Chained for Life, Aaron Schimberg
Dalla messa alla sala
Il fenomeno del divismo, da quando il cinema delle origini ha iniziato a cristallizzarsi in una forma definibile classica, ha sempre avuto un ruolo centrale nell’industria cinematografica. Si può dire che le star, la cui presenza e ricorrenza nei prodotti dell’industria ha determinato successi o flop, rientrino in una forma di trasformazione del cinema in religione. La crisi dei valori tradizionali, aspramente denunciata dai maestri del sospetto tra la fine del XVII e l’inizio del XIX secolo, ha lasciato un vuoto all’interno del sentire popolare. Una delle forme che rischiavano di venire a mancare nella vita quotidiana, soprattutto a seguito di una forte ondata di nichilismo e sfiducia nella religione, è quella del rito. I riti non erano altro che i punti fermi che (ri)davano armonia alla vita, qualunque cosa il destino ti avesse messo sul cammino, la messa ti avrebbe alleggerito dalle fatiche terrene.

I nuovi sacerdoti
Man mano che l’Occidente si è industrializzato, si sono create le condizioni per nuove tradizioni, nuove occasioni per ritrovarsi come comunità con gli altri. Una di queste occasioni fu proprio la sala, la visione di una nuova forma di trattamenti che portava molti a vedere la stessa cosa; non solo sullo schermo, ma in tutto ciò che li circondava. Uno dei pilastri del cinema, proprio nell’ottica di questa sua funzione religiosa, erano le star. I divi emergono laddove l’industria si struttura, iniziano così a fungere da sacerdoti incorporei del rito della visione in sala. Come viene a più riprese ricordato nel film, concetto asserito con il massimo dell’insistenza, il bello è solitamente riconosciuto laddove vigono armonia e simmetria.

Chained for Life, Aaron Schimberg
Espressioni mostruose
L’origine di questo canone ha una lunga tradizione, una concezione del bello che si fonda nella storia greca, per poi essere superata e rielaborata durante tutta la storia dell’arte. Se però un tale gusto estetico è sopravvissuto sino ad oggi, non può certo questo essere frutto del solo caso, deve senza dubbio essere legato a un dato antropologico e culturale. Questo dato irriducibile è legato alla capacità del bello – questo almeno è il comune sentire – di avere una maggiore capacità di esprimere l’universalità dell’interiorità umana. Quello che la faccia deforme del personaggio interpretato da Adam Pearson vuole imporre allo spettatore è questa dimensione, ovvero che il limite di chi è diverso, nei modi e nelle forme più disparate, risiede in una disarmonia tra la ricchezza interiore e le possibilità espressive esteriori.

Chained for Life, Aaron Schimberg
Dalla tragedia alla farsa
Alcuni film mostrano come sia facile tradire le proprie intenzioni, come trattando certi temi sia quasi inevitabile cadere in quelle dinamiche che ci cerca di denunciare. Il film tenta infatti di mettere a nudo un’ipocrisia, un costrutto sociale che viene però riaffermato, ribadito dalla banalità stessa del prodotto. Se infatti il grande cinema costruisce il senso con le virgole e con gli accenti, quest’opera, al contrario, usa caratteri maiuscoli e font appariscenti. Sin dall’inizio, andando a togliere ogni possibile incertezza, il dubbio viene sottratto dal film, vengono immediatamente fornite le risposte per digerire comodamente tutto quello che verrà mostrato. Questa eccessiva tendenza a esprimere il senso in modo didascalico pervade tutti i momenti più importanti, tutte le scene che concorrono alla costruzione del senso.

The Elephant Man, David Lynch
Nient’altro che Freaks
Un film che avrebbe dovuto usare la forza silenziosa degli sguardi, dell’interazione tra corpi, scade in una catechismo cinematografico. L’interazione tra personaggi e ambiente – uno dei punti di forza di un film per certi aspetti affine come The Elephant Man – viene meno. Il modo in cui la camera segue e perde i personaggi per introdurre nuove situazioni non restituisce nulla.