È il 1995. Dopo gli studi e le esperienze con Abbas Kiarostami, Jafar Panahi realizza Il Palloncino Bianco, il suo primo lungometraggio. Il film partecipa a vari festival in giro per il mondo tra cui Cannes dove viene premiato con la Caméra d’Or come miglior opera prima alla Quinzaine des Réalizateurs. Oggi il film è disponibile alla visione grazie a Mubi.

Un semplice incidente in una storia semplice
Parafrasando l’ultima e acclamata opera del regista, Il Palloncino Bianco racconta la semplice storia di una bambina e dell’incidente che le cambia la vita mentre cerca di realizzare i suoi desideri.
È primavera, siamo alla vigilia del capodanno persiano. La piccola Razieh (Aida Mohammadkhani) fa i capricci, vuole assolutamente un pesciolino nuovo da esporre durante la festa. Quelli che ha già le sembrano troppo magri. Supplica così la madre fino a quando non le concede i soldi per comprarselo.
Razieh corre entusiasta nel quartiere con la banconota e un’ampolla vuota dove far nuotare l’agognato pesce. Dopo aver superato incantatori di serpenti e incantevoli pasticcerie, la bambina giunge finalmente al negozio, ma la banconota è scomparsa. Dove è finita? L’ha presa qualcuno? La ricerca della preziosa banconota si rivelerà tutt’altro che scontata, e sarà necessaria una ferrea determinazione per ritrovarla e recuperarla.
Gli eventi si susseguono uno dopo l’altro
Di situazione in situazione, Panahi sviluppa la storia accumulando incontri e avventure. I personaggi entrano ed escono di scena, accompagnano e avvicinano Razieh al suo obiettivo. L’avvicinamento dei personaggi si conclude con il venditore di palloncini. Sarà lui a risolvere la vicenda, motivo per cui darà il titolo alla pellicola.
La consecutività degli eventi appare semplice e scontata, ma in realtà evidenzia il grande talento del regista, caratterizzato da un’eccelsa scrittura capace di mantenersi sempre coerente e dalla capacità di utilizzo della macchina da presa nel prendere le giuste distanze dalla vicenda. Tutte le interpretazioni, nonostante appartengono ad attori non professionisti, si rivelano encomiabili.
Il regista sceglie di utilizzare senza enfasi un piano sequenza dietro l’altro. I quadri che ne scaturiscono risultano dettagliati e le dinamiche realistiche. Non vi è alcun intento documentaristico, non si deve forzatamente parlare di neorealismo, quanto piuttosto semplicemente un talento naturale per il racconto e una padronanza rara del cinema.
«In un mondo in cui i film sono realizzati a suon di milioni di dollari, noi abbiamo fatto un film su una bambina che vuole comprare un pesce con meno di un dollaro. Questo è l’Iran»
Così Panahi salutò il successo ottenuto dal film, caricandosi sulle spalle l’eredità del suo maestro Kiarostami e proseguendo l’affermazione internazionale del cinema iraniano.

Un film politico
Il Palloncino Bianco non è stato censurato e osteggiato come molti dei capolavori maturi del regista. Il rapporto con le autorità non si è ancora apertamente compromesso. Tuttavia, l’opera si presenta a suo modo politica, scatenando naturalmente il fastidio dei guardiani della rivoluzione.
Da Kiarostami, Panahi aveva compreso la potenza espressiva di quello che Gilles Deleuze pochi anni prima aveva definito “cinema minore”: il cinema minore a differenza del cinema maggiore che racconta grandi storie in cornici importanti è un cinema che intreccia piccole dimensioni private elevandole ad archetipo, a volte anche politico. È un cinema fatto di piccole storie, che affabula e che supera i confini del semplice intrattenimento per diventare strumento di pensiero e liberazione.
Razieh vive di divieti: in quel posto non ci si può fermare, quelle persone non si possono guardare, certi oggetti non si possono desiderare. Le persone intorno alla bambina non sono mai completamente libere da retropensieri: c’è chi la vuole raggirare, chi non l’ascolta, chi non la prende sul serio, chi potrebbe addirittura farle male. Ma Razieh non tace, per quello che può si ribella, pretende ascolto e aiuto.
Per questo la piccola storia di bambini che Panahi racconta svela la grande storia della sua generazione. Dietro la lente d’ingrandimento appare il regime rivoluzionario, i grandi divieti, i timori e la violenza latente. Razieh fa quello che pochi hanno il coraggio di fare: si ribella. La censura non poteva accanirsi su una storia di bambini, anche se a ben vedere avrebbe potuto benissimo farlo.
Un film sull’infanzia
Il film è stato universalmente apprezzato anche per la sua dimensione favolistica. Il Palloncino Bianco è una favola crudele che si chiude con un lieto fine. La protagonista è una piccola peste, è capricciosa, egoista e disubbidiente. Non ascolta consigli e non accetta accordi. È una furbetta che usa il broncio come chiave per aprire la pietà dei suoi interlocutori.
Ma Razieh è allo stesso tempo determinata ad affermare la propria volontà e personalità, è coraggiosa, tenace e riconoscente nei confronti di chi si mostra disposta ad aiutarla. Non si arrende, cerca ingenuamente la solidarietà degli adulti, non vede i pericoli che un occhio maturo ma compromesso percepisce come reali. Si fida come gli eroi bambini delle favole e vive in un presente progressivo. I suoi interlocutori la vogliono aiutare, ma con i loro tempi, non condividono il senso delle priorità della bambina, non sono crudeli ma rappresentano comunque degli ostacoli da superare.
Tra i personaggi che incontra l’unico che si eleva sugli altri è il venditore di palloncini. È grazie al suo intervento che Razieh recupera il suo tesoro. È lui l’unico che si mette veramente in gioco, vende due palloncini e si adopera efficacemente per recuperare la banconota.
Tra i dervisci incantatori di serpenti, i commercianti, i soldati e le anziane signore, il venditore di palloncini è anche l’ultimo della catena sociale che incontriamo, è un profugo afgano. È sicuramente il più povero e per questo il meno indicato ad aiutare realmente la bambina. E proprio per questo è l’unico che intravede la sofferenza di Razieh e quindi il solo a mettersi in gioco davvero. Alla fine rimane solo, tragicamente disincantato con il suo ultimo palloncino bianco in mano.

Il messaggio finale
Se i bambini non disobbediscono un po’ e non vanno oltre i confini ovattati che i genitori gli costruiscono come fanno a crescere e conoscere veramente il mondo? Ma nel particolare dell’Iran, Panahi ci vuole dire che i bambini che si ribellano allo stato delle leggi e della cultura rivoluzionaria sono più coraggiosi di tutti coloro che restano silenziosi nella dittatura.
Il Palloncino Bianco è il primo capitolo della carriera del regista, dopo di questo arriverà Lo Specchio, ancora sull’infanzia, poi Il Cerchio, sempre caratterizzato dal naturalismo del cinema minore e poi tutti gli altri capolavori e riconoscimenti in giro per il mondo. Panahi oggi è uno dei pochissimi eletti a essere stato premiato in tutti i più importanti Festival Internazionali, rivelando il proprio talento a livello globale e mostrando un barlume di speranza nei confronti dei più svantaggiati.