Finisce pochi giorni fa la XV edizione di FrontDoc, Festival Internazionale del Cinema di Frontiera. Dal 2008 porta ad Aosta il meglio del cinema del reale mondiale con una selezione attenta, un lavoro potente e tanta cura: per i film, per gli autori e per il pubblico.
Ne abbiamo parlato con i due direttori artistici Nora Demarchi e Gian Luca Rossi.

La frontiera come luogo, come sfida…
Cosa vuol dire organizzare un festival cinematografico in un territorio come la Valle d’Aosta? Quali solo le sfide ma anche le opportunità?
GIAN LUCA ROSSI Sicuramente è una sfida per una manifestazione come la nostra, che sceglie di avere una vocazione internazionale e collocarsi in una città di 25.000 abitanti in una regione che globalmente ne fa 100.000. La percentuale di interesse che devi ottenere verso il festival in rapporto alla popolazione del territorio è altissima. Questa è sicuramente la difficoltà principale, oltre a quelle legate all’isolamento di una regione alpina. Portare gli ospiti per noi è più caro e più complesso che in altri luoghi.
NORA DEMARCHI Allo stesso tempo c’è da dire che i nostri invitati sono molto incuriosi da un territorio così particolare. Sono interessati e disposti a accettare di essere in una realtà piccola, con delle grandi difficoltà ma allo stesso tempo ricca e accogliente.
G.R. Abbiamo la fortuna di essere una regione in cui c’è una certa attenzione per la cultura e per le dimensioni che ha la Valle d’Aosta in termini di cultura cinematografica è ricchissima. Una cosa però che, secondo me, riguarda un po’ tutte le realtà interessanti di provincia, è che noi abbiamo una libertà enorme. Ci interfacciamo magari spesso anche con interlocutori politici intelligenti, ma al di là di questo conosco poche realtà che potrebbero godere della nostra libertà.
…la frontiera come missione espansa
Anche quest’anno nella programmazione c’è stata la volontà di rendere porosi i confini non solo di cosa si intenda con cinema del reale ma anche di cosa si intenda per cinema come concetto espanso (Spazio X, VR films, istallazioni).
G.R. Per noi la questione è veramente quella del cercare di abbattere più confini possibili. Fondamentalmente il cinema è una forma d’arte che nasce perché viene inventato un dispositivo tecnologico: è ovvio che ogni allargamento, ogni cambiamento del dispositivo per noi è interessante. Quanto poi si può andare oltre il cinema meglio è: per esprimere delle cose, per costruire insieme agli altri, per creare spazi sociali, politici, di azione. Tutto va bene se riusciamo ad andare sempre più oltre e immaginare nuove forme di fruizione.
N.D. Anche l’idea che adesso il rigetto del dualismo fiction-documentario è diventato molto più un dato di fatto, non è neanche più da spiegare. Il cinema è cinema, e questo ha liberato i programmer, i festival, e ha liberato soprattutto gli autori. Nel concetto stesso di frontiera per noi c’è sempre stata anche la frontiera tra la definizione dei generi, e quindi veramente svincolarci da che cosa sia una cosa o l’altra, ma semplicemente che cosa aderisca a quello che noi consideriamo come cinema di qualità sotto vari aspetti, anche quelli del coraggio formale e tematico.

Nuovo cinema italiano
Con progetti come Itineranze Doc e Frontlab cosa state imparando della new wave documentaristica italiana?
N.D. Io sono molto grata a Itineranze, perché è grazie a Itineranze che si è scoperto che c’è veramente una tendenza autoriale italiana di grande rilievo. Ci sono autrici e autori che veramente hanno delle cose da dire e hanno da dire delle cose urgenti. In modo intenso. Questo mi ha dato molta speranza. Sono molto contenta di avere questo accesso privilegiato nei loro confronti. Allo stesso tempo è grazie a Itineranze se io mi sono accorta che ci sono dei buoni film di cinema del reale italiano. Abbiamo aperto la sezione Frontiera Italia proprio grazie al fatto che andando in altri festival italiani abbiamo visto dei film molto buoni che ci sono piaciuti, abbiamo conosciuto autori che sposavano la nostra visione di cinema e quindi poi li abbiamo riportati a FrontDoc.
Quest’anno, per esempio, Balentes di Giovanni Columbu per me è stato un film pazzesco che faceva parte di Itineranze e l’abbiamo portato a FrontDoc perché stimiamo il lavoro di Giovanni e pensiamo che sia uno di quegli autori da sostenere nella diffusione del suo film e della poetica.
La selezione di quest’anno…
Le scelte fatte a livello di selezioni mostrano una volontà di parlare di cinema in senso mondiale. Volevo chiedervi come si arriva a questa posizione, qual è il lavoro che si fa per raccogliere una programmazione che non solo parli al contemporaneo ma parli a più luoghi e culture possibili.
G.R. Non lo so, secondo me ci sono state tante ragioni anche casuali per cui il modo in cui funzioniamo noi in termini di selezione è un po’ diverso dagli altri. Banalmente, quando noi siamo nati come festival io non venivo dal mondo dei festival. Io ero un regista, un produttore, frequentavo il festival dall’altra parte, non avevo mai lavorato in un festival come programmer e quindi quello che mi interessava è che fondamentalmente la selezione non fosse come quella degli altri.
Penso che il lavoro del programmer sia simile a quello del produttore, cioè di intercettare quello che merita il pubblico, che non è sempre quello che vuole il pubblico, ma ne tiene conto.
Io non guardo in faccia che siano italiani, amici o non amici. A me non spaventa neanche se un anno tutti i film sono francesi e statunitensi. È difficile che succeda però mi interessa semplicemente che ci siano i più belli.
…e i film nel cuore
Ci sono dei film nella selezione di quest’anno la cui reazione del pubblico vi ha sorpreso? E ci sono dei film che invece hanno sorpreso voi?
G.R. È sempre bello vedere le reazioni del pubblico perché a volte sono un po’ inaspettate. In realtà quelle più forti che ho visto quest’anno un po’ me le aspettavo. Ho sentito la sala molto toccata e silenziosissima durante La Moto di Matteo Giampetruzzi. È un film italiano che lavorando sul desiderio e la sessualità è qualcosa che il nostro pubblico valdostano è magari poco abituato a vivere.
Mister Nobody Against Putin ha avuto una grossa reazione di pubblico. Per due giorni tutti mi fermavano e me ne parlavano, però me l’aspettavo perché è comunque un film che ti coinvolge.
Personalmente io ho quasi tutti gli anni il film che mi porto dietro. Quest’anno forse due. Uno è El Príncipe de Nanawa, perché secondo me è un film molto bello, molto lungo, che non te ne accorgi quasi che duri tre ore e mezza. È un film aperto, talmente libero che sta fuori da qualsiasi elucubrazione intellettuale e quell’aspetto molto di pancia alla fine nel cinema vince sempre.
Invece l’altro è proprio per i motivi opposti. Post Truth è un film che mi dà molto, un film che secondo me ha una portata politica fortissima.
N.D. A me è piaciuto molto il fatto che la gente sia venuta a dirmi: “sono stata tra quelli che ha visto El Príncipe de Nanawa tutto intero”, come una prova di forza e mi piace tantissimo perché anche io le faccio. Mi identifico in quei soggetti che si pongono di fronte all’opera come un’opera sfidante
È questa cosa di capire e di riconoscere che la scelta di esserci è una scelta faticosa che implica dei sacrifici. Perché sarebbe molto più facile stare sul divano di casa propria a vedere la televisione e invece fa freddo, è novembre, vieni e rimani lo stesso. Secondo me c’è il riconoscimento da parte di entrambi che è una fatica ma che ne vale la pena, ne vale sempre la pena.
Qual’è l’obiettivo ultimo?
N.D. Uno degli obiettivi che abbiamo con FrontDoc è di essere uno spazio diverso: uno spazio sociale, accogliente. Uno spazio non di selezione, nel senso che chiunque arriva è il benvenuto: gli autori e il pubblico allo stesso modo. Uno spazio dove sentirsi in un luogo di creatività, ma allo stesso tempo non elitario, e quindi creare veramente luoghi di incontro. I festival sono un posto dove ci si può sentire soli e a volte un po’ sbagliati. Ecco, no, al nostro festival anche se arrivi solo o sola, non lo sei, o lo sei nel modo bello, di essere a tu per tu con i film.
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