Claudio Vasile interpreta Antonio Lo Bianco ne Il Mostro, la serie Netflix diretta da Stefano Sollima che in questi giorni sta riscuotendo un successo mondiale. Nel racconto del celebre caso del Mostro di Firenze Antonio Lo Bianco è l’amante di Barbara Locci e la prima vittima, insieme a quest’ultima, di una lunga serie di duplici omicidi.
In questa intervista Claudio ci parla dei suoi ultimi progetti, del percorso che lo ha portato sul set de Il Mostro e di alcune curiosità sul suo lavoro e la sua esperienza nel mondo della recitazione.
I primi inizi
Come è nata la tua passione per la recitazione?
Ho fatto il primo corso di recitazione per gioco tramite la scuola e me ne sono innamorato. La mia passione nasce sicuramente dalla voglia di lavorare con le mie emozioni. Ne ho sentito l’esigenza a 16-17 anni; sentivo una vena artistica in me, anche se facevo tutt’altro e giocavo a calcio. Quando è arrivata la maturità ho dovuto riflettere, se continuare con l’università o seguire il cuore e la passione, e alla fine ho deciso di coltivare la mia passione.

Antonio Lo Bianco
Come sei arrivato a interpretare il personaggio di Antonio Lo Bianco ne Il Mostro?
Venivo da un momento buio, in cui non arrivavano proposte da un anno e mezzo, ed ero fermo. All’improvviso è arrivata la possibilità de Il Mostro. Inizialmente ero piuttosto scettico, perché mi trovavo davanti a Sollima, uno dei registi più importanti italiani e il mio regista preferito, colui che mi ha stimolato a iniziare questo percorso. Ho fatto il mio primo self-tape dopo aver visto che il personaggio era aderente alla mia personalità. Ci credevo ma fino a un certo punto; perciò il fatto che mi richiamassero per un provino in presenza è stata una grande sorpresa, anche considerando che altre 15 persone concorrevano per la parte. Dopo tre provini ho capito che era il momento di crederci, nonostante ci fossero nomi importanti del cinema. Quando un regista come Sollima ti sceglie, è davvero una grande emozione.
La preparazione sul personaggio
Come hai lavorato per costruire il personaggio? Hai avuto accesso a materiali d’archivio o testimonianze reali sul caso?
Ho lavorato sul personaggio in maniera rispettosa a come è stato raccontato. Non c’erano molti materiali d’archivio o testimonianze su di lui. Antonio Lo Bianco è la prima vittima del ’68 insieme a Barbara Locci; era un ragazzo giovane, intraprendente, che pensava di poter avere tutto, con la massima sicurezza e spavalderia. Si è trovato nel momento sbagliato con le persone sbagliate, aveva una mezza cotta per questa ragazza e voleva solo divertirsi con lei.
Quello che colpisce vedendo la serie è che ci sono molti volti sconosciuti. Che rapporto si è instaurato con gli altri attori sul set?
Mi viene da dire che finalmente c’era un regista che dava la possibilità di raccontare una storia valorizzando la storia stessa, senza far affezionare il pubblico a un determinato attore. Gran parte del successo è dovuto a questo: la gente si è concentrata sulla storia, non conosceva nessuno, e ogni attore ha dato il massimo, perché era la prima grande opportunità per molti di noi. L’atmosfera sul set era di grande condivisione, convivialità e umiltà, e tutti avevamo lo stesso obiettivo.
Quando ti sei rivisto in questi giorni su Netflix che emozioni hai provato?
È stata un’emozione grande. Forse il momento più emozionante è il prima, quando fai i provini e giri. Quando ti rivedi hai l’ansia di aver sbagliato, ma c’è anche la gioia di rivedersi in un progetto in cui poi arriva il riscontro del pubblico. Quando il progetto è così grande l’emozione è forte e magari sei un po’ autocritico. Ma nel momento in cui capisci che è andata bene e ricevi riscontri positivi da tante persone è bellissimo, perché senti che il pubblico ha percepito qualcosa di vero e ti dà grande soddisfazione.
Come stai vivendo il successo che la serie sta riscontrando su Netflix? Te lo aspettavi?
Ci ho sempre creduto, non a livello mondiale, ma internazionale sì. Mi fidavo di Sollima e del tema. Ho sempre caricato anche i miei colleghi convinto che questo progetto avrebbe funzionato, perché era chiaro che sarebbe stato visto da tutti: un caso irrisolto da 50 anni, Sollima che ritorna alla serialità come sceneggiatore, produttore e regista, prendendo tutta la responsabilità del progetto e trattandolo con grande rispetto e meticolosità. Quando mi hanno preso per questo ruolo io ho capito subito che era un’opportunità davvero importante e l’ho apprezzata doppiamente.
Quale effetto pensi avrà la serie sul pubblico italiano, ancora impressionato dopo tanti anni alla storia del Mostro di Firenze?
Ho visto un’intervista in cui Sollima dice: “Voi vi rendete conto che nessuno sa che dietro ci fosse un unico vero testimone”. Il fatto che Sollima abbia raccontato la storia non dal punto di vista degli investigatori, ma dal punto di vista di ogni ipotetico mostro è interessante. Barbara Locci e Antonio Lo Bianco si ripetono in tutti e quattro gli episodi con le stesse scene quasi in loop e questo rende la visione intensa. Per il pubblico under 30 suscita curiosità, per quello più adulto è storia vissuta. Secondo me la serie ha avuto successo perché incuriosisce tutti e affronta temi ancora attuali, come la violenza e i femminicidi, sensibilizzando e portando rispetto alle vittime.

I progetti futuri
Dopo un progetto di questo tipo ti interessa continuare a lavorare su storie ispirate a fatti reali?
Sì, sono sempre stato innamorato di queste storie. Mi piace raccontare la verità e ciò che accade nella vita. Mi interessano eccome, soprattutto il crime e i polizieschi: sono sempre pronto a raccontare storie reali dando valore a ciò che è accaduto.
Con quale regista ti piacerebbe lavorare in futuro?
Mi piacerebbe molto lavorare con Marco Bellocchio, perché è un maestro. L’ho incontrato in fase di provini per un altro progetto e mi ha colpito la sua disponibilità nel creare coinvolgendo l’attore. Amo i registi con cui collaborare e sperimentare, e con Bellocchio potrei imparare moltissimo e fare un lavoro di alto livello.
Prossimamente ti vedremo anche al cinema in Ammazzare stanca di Daniele Vicari. Chi è il tuo personaggio?
In Ammazzare stanca interpreto Mino Bruzzese, l’autista di Antonio Zagari e figlio di Giacomo Zagari. A un certo punto Antonio decide di non uccidere più e di non restare alle dipendenze del padre e delle abitudini familiari. Mino fa parte di un ipotetico colpo che dovrebbe avvenire sul finale, ma non spoilero nulla. È un criminale calabrese, e lavorare sul dialetto calabrese è stato molto particolare e divertente, anche durante le lezioni in fase di provino.
Questo progetto lo hai girato prima o dopo Il Mostro?
L’ho girato dopo Il Mostro, insieme ad altri tre progetti, tra cui Petra, la mia prima serie internazionale, a cui ho dato un piccolo ma importante contributo. È stato bellissimo e formativo lavorare con Paola Cortellesi, un’attrice che stimo molto per il suo calore umano. Sul set c’era collaborazione e divertimento; nel mio episodio sono il colpevole di un omicidio e ho una scena di principale dell’episodio con lei.