Dal 4 marzo 2026 La tregua è disponibile su Netflix. La trama del film ruota attorno a due gruppi di soldati spagnoli, uno franchista e uno repubblicano, che per una serie di circostanze si ritrovano a dover scontare la prigionia nel medesimo gulag. Questa convivenza forzata li porterà a dover cercare di andare d’accordo nonostante le differenze di pensiero.

Una buona resa estetica e un’interpretazione di livello
Sebbene non si tratti di un capolavoro contemporaneo, sarebbe sbagliato non riconoscere a La tregua neanche un merito alla sua direzione artistica. La fotografia di Rafa Garcìa funziona molto bene, poiché con le sue sagome di corpi in controluce trasmette in modo efficace l’idea della violenta depersonalizzazione e dello svilimento che affliggevano i detenuti reclusi nel gulag.
Le inquadrature sono spesso sporche, invase dalla nebbia e da una violenta pioggia. Questa scelta estetica rende tangibile e vera l’esperienza del gulag vissuta dai personaggi. L’ottimo lavoro sull’ambientazione, però, da solo non basta per risollevare le sorti del film. Allo stesso modo, vale la pena citare la qualità delle interpretazioni, tra le quali spicca una in particolare.
Fernando Valdivielso (Non uccidere) è fra tutti l’interprete più credibile dell’intero cast della pellicola. Il suo personaggio è attraversato da numerosi stati emotivi che risuonano perfettamente con le movenze del corpo e del volto dell’attore. D’altronde, è anche il solo per il quale la sceneggiatura riesca davvero a creare un forte legame di empatia con lo spettatore. Valdivielso incarna il perfetto ritratto del soldato spagnolo corroso dalla guerra che, sul finire di quest’ultima, riesce a ritrovare l’umanità perduta.
Una storia troppo grezza
La scrittura de La tregua procede per istanti, servendosi di una debolissima memoria narrativa. La sceneggiatura soddisfa la disperata necessità degli autori di destare emozioni forti nei personaggi, sentimenti che, a causa di precedenti errori non così facilmente risolvibili, restano confinati nello schermo, senza riuscire a scuotere davvero.
La storia sembra mancare di una solida concatenazione fra gli eventi, di una curva drammatica in grado di stabilire, sviluppare, complicare e infine risolvere un conflitto in modo credibile. Al contrario, abbondano situazioni estremamente drammatiche che vengono inserite come sprazzi ad libitum all’interno dell’orditura narrativa. L’effetto risultante è la composizione di una serie di quadri giustapposti che rendono la storia nel complesso disorganica.
Come già si è osservato parlando del personaggio interpretato da Valdivielso, la sceneggiatura mostra un curioso difetto nella gestione delle informazioni: alcuni personaggi e le loro vicissitudini risultano più approfonditi rispetto ad altri. Questo risulta un difetto non di poco conto, all’interno di un film che invece avrebbe dovuto concentrarsi sulla riformulazione dei rapporti fra i due schieramenti opposti di soldati.
La storia d’amore rappresenta la sottotrama più commovente e intrigante del film. Allo stesso modo, arriva forte e chiaro il senso di frustrazione del comandante, un personaggio alla disperata ricerca di un avanzamento di carriera cercando di fare colpo sui suoi superiori. Seppur confermando una carenza nel lato della scrittura, poiché questi approfondimenti si rivelano slegati dalla trama principale, e non sono integrati a sufficienza né a livello di preparazione né di costruzione del conflitto, la presenza di questi elementi fa riflettere su un grave bias di cui questo film è stato vittima.

Un uso improprio del mezzo filmico
La grande cura a livello visivo è innegabile, in particolare in alcune scelte di montaggio puramente virtuosistiche e fini a sé stesse. Similmente, viene posta grande attenzione nell’uso strategico di alcuni set-up per generare dramma gratuito. Queste scelte, però, lasciano presupporre una concezione erronea dell’intera macchina audiovisiva.
Questo film si regge unicamente sulla bellezza delle immagini, e non può quindi raggiungere quell’impatto che avrebbe invece ottenuto se fosse stato supportato da una buona sceneggiatura. Al contrario, quest’ultima viene ridotta a mero strumento di servizio per giustificare l’accensione della macchina da presa.
Riprendiamo un passaggio spiegato in precedenza: in La tregua non mancano i set-up, ma non sono impiegati all’interno di un disegno narrativo organico. Al contrario, sono utili solo per la messa in scena di un momento strappalacrime che non ha però i presupposti emotivi per risultare intenso. La storia, quindi, è al servizio di una messa in scena che da sola non basta per raggiungere l’effetto sperato.
Un’occasione mancata
Questo film aveva tutti gli elementi per poter sviluppare una storia discretamente interessante, ma, nel processo di realizzazione, alcuni di questi elementi hanno preso il sopravvento sugli altri, penalizzando l’opera a livello qualitativo.
La tregua è un film coraggioso ma fin troppo incosciente, che vuole farsi carico di un messaggio estremamente importante per i nostri tempi, accontentandosi di lacrime facili e frasi fatte, senza preoccuparsi di come poter valorizzare appieno gli spunti interessanti che propone.