La Valle dei Sorrisi di Paolo Strippoli, in sala con Vision Distribution e, arrivato al Lucca Film Festival dopo il passaggio a Venezia, riesce a coniugare autorialità e cinema di genere. Del film abbiamo parlato con Paolo Strippoli.

Paolo Strippoli e il suo La valle dei sorrisi
La Valle dei Sorrisi affronta il tema del dolore rapportandolo con il dogma cattolico per cui i tormenti sono la via per espiare i propri peccati. Il film teorizza un’esistenza senza dolore riproponendo il mito dell’uomo che si fa Dio.
Più che altro è l’uomo che scambia Dio con qualcosa di conveniente. La comunità di Remis giustifica quello che sta succedendo interpretando la presenza di Matteo nella maniera più confacente, considerandolo come un dono di Dio. Nel paese ci sono due fronti: il primo non vuole rinunciare a questa idea e dunque evita di cambiare punto di vista sulla tragedia che ha sconvolto il paese, il secondo invece, rappresentato dal vicino di casa di Sergio, considera il ragazzo come una sorta di Anticristo perché il dolore non è qualcosa da demonizzare bensì da accogliere nella consapevolezza che è quest’ultimo a renderci umani.
Il film rimanda alla visione di una civiltà che ha rimosso la morte come hanno dimostrato le reazioni di fronte alle immagini più drammatiche del periodo pandemico.
Nella maniera in cui lo fanno tutte le tragedie che ci colpiscono all’improvviso, il Covid ci ha ricordato che la morte esiste ed è parte integrante dell’esperienza umana.
La valle dei sorrisi traspone questi temi in una storia con i codici tipici di certi horror rurali, quelli dove la violenza si scatena da un’interpretazione pagana del discorso etico religioso.
Siamo in un paesino del nord Italia in cui il riferimento per spiegare la realtà è il cattolicesimo. Quello di Remis è un fenomeno extra canonico come lo sono stati la Madonna di Trevignano e il caso del glorioso Alberto. A questi esempi ci siamo rifatti per costruire la mitologia e la fenomenologia dell’angelo di Remis nella consapevolezza di non poter replicare il paganesimo americano di un film come The Wicker Man e quello svedese di Midsommar – Il villaggio dei dannati. Per quanto pieno di elementi grotteschi Remis assomiglia a tanti paesini del nord Italia e dunque rispecchia il nostro modo di vedere la fede e di interpretare le varie credenze.

Alcune sequenze
Con un’economia davvero efficace riassumi la tensione che verrà con due sequenze semplici e dirette. La prima lo fa con una ripresa dall’alto in cui l’andatura sinusoidale delle linee stradali ci dice di un’esistenza in subbuglio. Una suggestione confermata dalla seconda scena attraverso il contrasto tra il pianto di Sergio e la promessa di felicità implicita nel cartello di benvenuto a Remis che suggerisce un clima opposto a quello vissuto dal protagonista.
Volevo iniziare il film attraverso le immagini. Quel tornante doveva segnare un percorso tortuoso mentre il cartello sta lì per dirci che chi sta entrando a Remis è una pecora nera, e cioè una persona che non ha paura di mostrare la sua infelicità. Eravamo coscienti di rischiare qualcosa nel presentare quel pianto senza alcuna premessa che lo giustificasse, ma anche a rischio di sembrare un po’ gratuiti volevo presentare Sergio in quel modo, sottolineando che tipo di pillola velenosa stava entrando in quell’organismo apparentemente perfetto.
Nel film terreno e soprannaturale, sacro e profano prevalgono l’uno sull’altro a seconda del punto di vista di chi guarda la scena. Ancora una volta l’interpretazione del mondo è una questione di sguardo. Non è un caso che effetti sonori e distorsioni visive siano presenti in maniera maggiore nella prima parte quando Sergio si dimostra scettico alla realtà di Remis e che la forma diventa più lineare quando l’uomo inizia a guardare l’esistenza con lo stesso sguardo degli abitanti del paese.
Sì, si fa più lineare per quanto anche nella struttura del film si entra con uno sguardo e si prosegue con un altro fino a quando i due punti di vista si intrecciano. La valle dei sorrisi non ha un protagonista, ma ha un cicerone, una sorta di Virgilio confuso che ci porta in questo piccolo inferno. Una volta che entri e arrivi al cuore del mistero c’è un cambio di punto di vista. Lì c’è davvero un ribaltamento di sguardo perché è Matteo a diventare il vero protagonista del film.
Quest’ultimo è il personaggio per cui tifare. Non volevo che lo si percepisse come un puro antagonista. Mi interessava che il personaggio esprimesse la tragicità di un ragazzino in gabbia che esplode perché costretto a fare cose che per lui sono sbagliate. È inutile girarci attorno, quella del film è la storia di un abuso e di violenza che porta ad altra violenza. La valle dei sorrisi non è una storia di buoni e cattivi, ma di personaggi disperati che si spostano da una parte all’altra a causa di ciò che gli viene fatto e come reazione alle loro incontrollate pulsioni.

La componente emotiva e psicologia nel film di Paolo Strippoli
Il rigore della messa e il tempo dedicato allo sviluppo della componente emotiva e psicologica rimandano a un cinema d’autore che si integra senza problemi alle istanze di genere. Un esempio lo si ha nella gestione di Sergio, il personaggio interpretato da Michele Riondino. Se fosse stato un film americano lo avremo visto utilizzare le sue abilità di judoka mentre qui le sue doti entrano in gioco solamente per giustificare la forza interiore e l’autocontrollo dell’uomo rispetto agli imprevisti che si trova davanti.
A me non interessava il lato sportivo del judo. L’ho messo perché si tratta di una disciplina fondata sull’autocontrollo e che dunque mi tornava utile per dare vita al paradosso, quello di Sergio, che insegnando l’autocontrollo ai suoi allievi finisce per diventare il mentore sbagliato e superficiale di un ragazzino impossibilitato a controllarsi e che a un certo punto inizia a utilizzare il suo potere per liberarsi dalle gabbie in cui è stato imprigionato.
L’horror del film è più psicologico che visivo e quando presente appare stilizzato; come accade nella scena finale, in cui il sabba sembra quasi un balletto dell’American Ballet Theater. Com’è nata la costruzione di quella scena?
Sono partito dall’idea di una rinascita e l’immagine che ha comandato tutta la scena è il momento in cui le persone si sono accalcate per abbracciare Matteo. All’inizio le vediamo impegnate in una corsa scomposta e disordinata, ma nel momento in cui si accalcano al ragazzo lui li possiede tutti insieme. A quel punto volevo che questa gente si aprisse e cadesse attorno a lui come succede a un fiore. Di nuovo abbiamo a che fare con la rappresentazione visiva di una liberazione e di una rinascita che improvvisamente mostra il suo vero volto. Quando loro si aprono il Matteo che conoscevano non esiste più. Al suo posto c’è la natura più orrenda e spaventosa, quella della sua faccia impressa da tutto il male del mondo.

Opposti
La luce tersa della montagna e il buio della notte ripropongono il dualismo tra bene e male e soprattutto tra felicità e dolore. In questo senso la scena finale rappresenta una sintesi di questi opposti perché la luce del sole in cui si svolge l’azione è quella di chi non ha più segreti da nascondere.
Anche perché nel finale non è la paura l’emozione a cui puntavo. Al di là del disturbante provocato dalla visione del corpo sfigurato del ragazzino quell’immagine un po’ fiabesca doveva suggerire più che altro pietà. In più volevo creare l’ambiguità morale che nasce dalla scelta di Sergio di non condannare Matteo come a suo tempo aveva fatto con il figlio. In senso assoluto si tratta di una decisione sbagliata perché sarebbe giusto liberare la comunità dal loro salvatore, ma dal punto di vista emotivo la decisione di Sergio è comprensibile.
Gli incontri tra Matteo e Sergio avvengono per lo più di notte e tu li metti in scena come se il buio che li avvolge facesse da premessa alla comunanza di un destino infausto.
Sì, loro si vedono in questa stazione abbandonata che in effetti è il luogo simbolo del rimosso del paese. Si incontrano lì perché sono sicuri che in quel posto nessuno li andrà a cercare. Per quanto mi riguarda i luoghi oscuri fanno parte del nostro passato per questo la stazione abbandonata diventa una possibilità di rinascita, l’opportunità di un colore più caldo e di un dolore non demonizzato, ma fertile, utile a far nascere qualcosa di bello.

Le interpretazioni nel film di Paolo Strippoli
Alla recitazione è affidato il compito di restituire il confine tra sanità e follia. Così facendo se allo scetticismo di Sergio corrisponde il lavoro di sottrazione compiuto da Riondino sul suo personaggio, altrettanto capita al corpo dei docenti della scuola tratteggiati da una performance che volutamente punta a essere sopra le righe.
All’inizio la sceneggiatura prevedeva una comunità molto sopra le righe e dunque fin troppo sorridente. Successivamente ho cercato di trovare una misura un po’ meno eccessiva. I personaggi restano comunque abbastanza grotteschi, soprattutto nella parte iniziale, ma volevo che non fossero del tutto fuori dalla realtà. Mi interessava che la gente percepisse questo paesino in maniera realistica e dunque come un posto in cui un giorno ci potremmo anche trovare. La mia speranza è quella di essere riuscito a rendere questa situazione.